December 25, 2008

La bambina ed il filosofo

Non era riuscito ad imprimere una direzione alla sua esistenza, a dare una sostanza ai propri pensieri. Quando aveva perso l’amore, aveva perso tutto. Non era più capace di meravigliarsi; di contemplare la bellezza della sua fragile esistenza. Il suo pensiero si perdeva sempre nel vuoto, nel nulla. Amava Nietzsche, e pensava che finalmente avrebbe liberato l’umanità dalla schiavitù, da Dio. Ma non si accorgeva che, in realtà, la distruzione di una religione comporta sempre la nascita di un’altra. In fondo, cosa sono le parole?
Dei tratti di penna a cui diamo un significato ed un suono. Cambiare i segni e le vibrazioni sonore ad essi associate, non è annullare, ma solo trasportare. Come se, anche le idee, divenendo inchiostro su carta od onde sonore, e avendo bisogno di un mezzo materiale attraverso cui propagarsi, fossero sottoposte alle leggi della fisica e, dunque, “nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma”.
Però ora si sentiva libero, libero da parole opprimenti e dense di oscuri significati. All’inizio quel mondo lo rendeva felice. E così, tornava sempre a se stesso. Si sentiva appagato. Come se quell’universo gli infondesse il senso di sicurezza che la distruzione dei valori, che aveva svalutato e amato annientare, gli aveva tolto. Ciò nonostante, ad un certo momento, iniziò a non bastare più a se stesso. La sua anima era spenta da quella stessa libertà che si era chiusa su se stessa. Ed ora la vita non aveva un senso, poggiava su un profondo vuoto che lo faceva precipitare nell’abisso del nulla. Quel vuoto inghiottiva il suo essere in un baratro che divorava persino la luce che ignara lambiva la sua intimità. E allora i giorni non passavano mai, il tempo era lento, il suo essere semplicemente non era.
Quantomeno ora aveva compreso che Nietzsche era innocente, non era responsabile della “morte di Dio”. Era semplicemente un bravo attore che recitava la sua parte, che leggeva la trame della sua epoca e le tesseva su fogli di carta. Forse iniziò a comprendere, aveva scelto il non essere.
Ignaro di tutto ciò, in quel momento una bambina gli tendeva una mano. Era lì davanti a lui, in carne ed ossa. Gli aveva chiesto che cos’era quello strano oggetto che indossava.
“Un casco, un semplice casco” – rispose.
Non soddisfatta, lo sommerse di domande.
“Ma come fa a camminare senza pedali questa bicicletta?”
Più lui cercava di non rispondere a quelle sciocche domande, più lei era interessata e stupita da quel mondo che iniziava a conoscere e ad ammirare.
Il suo sguardo era una impetuosa onda di vita che lo travolgeva come se fosse una foglia in balia di un forte vento. Allora iniziò a vedere la bellezza di quegli occhi. Di quelle domande. Il vuoto lasciato dalla curiosità, che in passato lo aveva abbandonato, lo fece trasalire. Si spaventò.
Non poteva far altro che seguire il gioco di quella bambina. Non era più padrone del suo sguardo, della sua mente: la doveva seguire. E lei premurosamente lo accompagnava per mano, con la sua ingenuità gli indicava la strada, mentre lo faceva sentire uno sciocco. Si sentiva umiliato da quello sguardo innocente di quella debole figura che avrebbe potuto annientare con facilità, ma che in quel momento, sembrava più forte di qualsiasi altro demone. Si guardò dentro: era spaesato, confuso, sbigottito e non riusciva a capire cosa stesse accadendo. Oramai era nelle sue piccole mani. Lei era la sua guida e lui non poteva far altro che fidarsi. L’umiltà ora sembrava investire il suo orgoglio che non era mai stato così sovrastato come in quel caso e, per di più, da una così fragile figura. Così lei lo travolgeva come un’onda in piena a cui non poteva opporsi. L’unico modo di salvarsi era seguirla. Restò in balia della sua spinta dirompente. Lasciarsi sballottare come un pezzo di legno inerme, senza opporsi era l’unico modo per non essere scaraventato a terra.
Il pensiero lo guardava da lontano, ma non disse nulla. Voleva ribellarsi e liberarsi di quella inutile bambina, tuttavia non ne aveva la forza, ed era come inebetito dalla sua stupida intelligenza. Mentre quei suoi scuri e penetranti occhi non smettevano di guardarlo e di farlo vergognare.
Grande pensatore quale si riteneva, ora era umiliato da una creatura che, fino a qualche minuto prima, non aveva ritenuto in grado di pensare. Invece, quel docile e penetrante sguardo era come una sorgente che riempiva il vuoto dei suoi pensieri e il suo spirito iniziava a risollevarsi, fino a traboccare di meraviglia. Era la vita che tornava a lui e lui si faceva abbracciare dalla vita. Ora aveva la forza di imbrigliare il pensiero. Questo sembrava come un cavallo imbizzarrito che si era lasciato domare.
Nel frattempo, la bambina aveva abbandonato la sua mano, allontanandosi. Dopo poco tempo, riusciva a contemplare solo un labile contorno di quel delicato e forte corpicino, fino a quando la vide perdersi nell’orizzonte.
Ora si sentiva smarrito, spaesato. Non sapeva più dove guardare. Rivolse la vista davanti a sé, per cercare la fine di quell’orizzonte, che non voleva terminare. La strada era vuota, non c’erano macchine, né persone, solo lui, in un infinito orizzonte. Però quella vista non lo spaventava più, anzi, iniziava ad attirarlo. Sentiva il bisogno incamminarsi verso quella strada senza fine, ma chiara e luminosa. In quel momento si voltò a rivedere il passato, il presente ed il futuro fusi nel punto in cui si trovava. Ed una misteriosa forza gli fece alzare gli occhi verso il cielo. Ciò nondimeno, la luce lo accecava e lo costrinse a guardare davanti a sé. E di nuovo provò ad alzare il capo, ma ogni volta era costretto ad abbassarlo, perché gli occhi erano feriti da quella luce, che ,ad ogni nuovo tentativo, egli riusciva a contemplare più a lungo. Allora, accade una cosa strana. Un ‘immagine gli si parò dinnanzi. Era la scuola di Atene di Raffaello. Si ricordava che in quel dipinto era racchiusa tutta la filosofia. La contrapposizione tra cielo e terra, tra anima e corpo, tra uomo e divinità.
Al centro della scena, Platone, tiene nella mano sinistra il Timeo, mentre con la destra indica il cielo. Secondo Platone, la verità è racchiusa in cielo. Essa è idea pura,spiritualità,ricerca di Dio, in una visione religiosa ed escatologica del mondo. Mentre alla sua destra, Aristotele, guardandolo con ammirazione ma anche con disappunto, gli indica la strada davanti a sé. La via che porta alla verità è sulla terra e non in cielo e dipende solo dall’uomo stesso.
In quel momento, il braccio di Platone iniziò e tendersi, ripiegando verso il basso, mentre quello di Aristotele iniziò a salire fino al punto che i due divennero uno e non si poté più scorgere se la mano indicasse verso l’alto o davanti a sé. Ed in quel momento capì che per contemplare il cielo doveva continuare a guardare la terra; e per contemplare la terra avrebbe dovuto volgersi al cielo.

Filosofia — ©Pensieri di nabladue
August 2, 2008

Il giusto mezzo dialettico

N: «Immagina un’opera d’arte di valore inestimabile. Ora immagina un Raffaello che distrugge le sue opere subito dopo averle realizzate (impossibile da concepire per noi!)… Pensa al rito del mandala: viene creata un’opera d’arte di valore estetico e semantico non inferiore a quello dei nostri più grandi artisti. E poi “puff”, fatta sparire di colpo dall’artista stesso…distrutta…per sempre…».

M: «Parli dei monaci Buddhisti? Sono dei pazzi…lo dico in senso scherzoso. Ma a cosa può servire un gesto del genere? »

N: «Tutto è giocato sulla differenza interno/esterno. Una volta realizzato, il mandala fisico, ha svolto la sua funzione. Successivamente, per interiorizzarlo, la volontà si deve liberare di esso. L’ho fatto mio, non c’è più bisogno che esista nel mondo esterno, ora è una parte di me (io sono io, ma sono anche ciò che mi circonda). La distruzione della mia opera è distruzione della volontà, della vanità, della differenza soggetto/oggetto. Vita significa solo interiorità, una volta che l’ho fagocitato non c’è più motivo che esita nella realtà esterna. Dunque, significa solo che tutto esiste in rapporto alla nostra interiorità».

M:«Ah, siamo sempre ad uno degli eterni dilemmi. Dov’è il mondo: dentro o fuori?

N: «Sembra una domanda banale, in realtà, è qui che si gioca la differenza tra le due culture.
E’ sufficiente osservare la diversità tra lo sviluppo della conoscenza Occidentale e quella di alcune civiltà Orientali, che hanno consapevolmente posto le basi della filosofia su una teoria della conoscenza più “scettica”, in cui la conoscenza esteriore è, per dirla in termini agostiniani, vana curiositas».

M:«In realtà anche l’occidente è stato (e penso sia ancora) tormentato da questa domanda. Hai appena ricordato che anche Sant’Agostino riteneva più importante la conoscenza interiore rispetto a quella esteriore. Però mi sembra che Agostino era attento anche al sapere scientifico. Ha addirittura anticipato la relativizzazione del tempo. Per di più, è stato il filosofo che più si è avvicinato alle teorie fisiche attuali riguardanti la nascita dell’Universo, ovviamente solo dal punto di vista epistemologico».

N: «Sì, è vero. Ma per quello che interessa a noi in questo ragionamento, egli subordinava la conoscenza esteriore a quella del sé. Quindi per lui, a differenza di chi ha condonato Galileo, la scienza avrebbe potuto essere utile alla conoscenza del mondo e quindi avrebbe permesso di conoscere meglio anche l’uomo in sé. Mi ricordo che anche Socrate aveva un pensiero simile a questo».

M:«In questo senso, io penso sia l’atteggiamento corretto. Perché concentrarsi troppo sull’interiorità porta ad una stasi. Non ci può essere scienza in una ricerca che non tiene conto del mondo esterno. Basta osservare alcune comunità di monaci: sono rimasti così come erano centinaia di anni fa, senza aver sfiorato il minimo progresso scientifico e tecnologico. Dall’altra parte penso che dare troppa attenzione al mondo esterno porti ad una stagnazione dell’ elevazione spirituale ed etica che sono fondamentali per la sopravvivenza dell’umanità. Possiamo essere evoluti quanto vogliamo dal punto di vista scientifico, ma se continuiamo a tirare bombe o a combatterci l’uno con l’altro non vedo grandi speranze per il mondo».

N:«Infatti, di solito, l’abbandono del mondo è una protesta contro la scarsa moralità della specie umana.
Ovviamente, non nel senso di dire “noi siamo i buoni e loro i cattivi”. È la consapevolezza di trovarsi di fronte ad insormontabili difficoltà in ambito etico, che conduce a compiere scelte che, in ogni caso, pur non salvando il mondo, limitano i danni».

M: «Pensi che oggi, il mondo Occidentale, sia più evoluto dal punto di vista etico o scientifico

N:«Per me, dal punto di vista scientifico, siamo dei giganti oggi. Ho il sospetto che ci troviamo solo all’inizio e arriveremo all’inimmaginabile. Basti pensare che quasi tutta l’evoluzione scientifica e tecnologica è avvenuta nel nostro secolo. E i progressi si susseguono a velocità impressionanti. E più si andrà avanti più la crescita aumenterà la sua accelerazione.
Dal punto di vista etico, invece, siamo dei bambini. E questo penso sia pericoloso. Perché dare ad un bambino un’arma molto potente che potrebbe non essere in grado di gestire non è rassicurante. Ad ogni modo, alcuni progressi li abbiamo fatti sicuramente. Pensiamo all’abolizione della schiavitù, all’emancipazione delle donne, alla libertà di espressione, alla …»

M: «Però, anche in questo caso, c’è chi dice che l’emancipazione delle donne sta distruggendo la famiglia, che la schiavitù si è solo spostata in altri paesi, che la liberà di espressione diventa anarchia…»

N:«Ecco appunto, quando si parla di scienza tutti siamo d’accordo, ma l’etica è così problematica. E sembra che alcuni eventi sociologici si ripetano in modo ciclico nella storia. La libertà, porta gioiosità e favorisce uno sviluppo creativo e scientifico. Ma l’eccesso porta all’anarchia, alla confusione, ad una esagerata licenziosità . A quel punto la dissoluzione completa dei valori morali, riporta all’autoritarismo e ad una eccessiva rigidità morale».

M: «Allora non c’è soluzione? »

N: «Non lo so,ma non è facile. Ma la soluzione non è mai definitiva. Ragionando in termini puramente antropomorfi, penso l’unica strada sia quella del “giusto mezzo” ».

M:«Quello di Buddha o di Aristotele? »

N: «Simile a quello di entrambi. Intendo uno stato di equilibrio che si colloca a metà tra gli estremi.
Ma anche in questo caso ci sono dei problemi. Perché sia Buddha che Aristotele hanno definito il giusto mezzo in relazione alla propria cultura. Per Aristotele era una sorta di media tra i valori ritenuti positivi e quelli ritenuti negativi dalla società in cui viveva.
Egli considera le seguenti virtù, che sono figlie del giusto mezzo tra i due estremi:

Coraggio: giusto mezzo fra viltà e temerarietà;
Temperanza: giusto mezzo tra intemperanza e insensibilità;
Liberalità: giusto mezzo fra avarizia e prodigalità;
Magnanimità: giusto mezzo tra la vanità e l’umiltà;
Mansuetudine: giusto mezzo tra l’irascibilità e l’indolenza;
La virtù principale è la giustizia, a cui è dedicato tutto il libro quinto dell’ Etica Nicomachea. Anch’essa è una sorta di “giusta misura”.

Questi erano i valori della Grecia antica. Probabilmente, sono diversi da quelli che oggi prenederemmo in considerazione. Comunque può essere un buon punto di partenza, ma non bisogna limitarsi alle virtù personali contestualizzate in una determinata società, perché quella società potrebbe avere dei valori sbagliati. E gli stessi estremi come sarebbero stabiliti? È ovvio che anch’essi dipendono dalla collocazione storica e culturale.

Per quanto riguarda Buddha,egli definisce il giusto mezzo come la vita monastica. Una via di mezzo tra la vita voluttuosa, che porta a ricercare continuamente la soddisfazione di desideri. Una voluttà che non verrà mai saziata, ma aumenterà solo l’intensità, in un cerchio senza fine. Mentre l’altro estremo è l’ascetismo esasperato che porta all’orgoglio. Dunque, la vita monastica è la via di mezzo tra questi due estremi.
D’altro canto, come abbiamo detto prima, questo tipo di esistenza toglierebbe di mezzo anche il progresso scientifico».

M: «Allora cosa intendi per giusto mezzo? »

N: «Prima di tutto dobbiamo cercare di uscire dalla nostra contingenza sociale, anche se non è mai possibile uscirne completamente. Siamo comunque legati allo spazio ed al tempo e quindi anche quello che diciamo ora è legato alla nostra temporalità. Tuttavia, guardando la storia, penso si possa cercare di uscire dalle propria temporalità, almeno per qualche istante.
Ad esempio, potrei dire che il giusto mezzo in ambito sessuale è una vita di mezzo tra la lussuria e la castità. Il problema è che l’uomo tende naturalmente verso gli eccessi.
Nel Medioevo la verginità era sacra, oggi è quasi vergogna. La via di mezzo potrebbe essere: la morigeratezza sessuale è importante, ma non deve essere ottenuta per costrizione.
Oppure, la vita non va basata sul piacere, ma non lo deve neanche escludere.
Quindi una via di mezzo tra ricerca interiore ed esteriore potrebbe essere: non scordarti mai di conoscere te stesso, ma continua a conoscere ciò che hai intorno.
E ancora tra il dogmatismo e lo scetticismo: non so nulla, ma devo sapere.
E così via…
Il “Giusto mezzo” io lo vedo come equilibrio. Un possibile equilibrio tra tutte le spinte che dilaniano l’animo umano.
Se vuoi questo Giusto Mezzo è simile a quello del Filebo di Platone, cioè è una compresenza armoniosa ed equilibrata di elementi opposti o diversi».

M:«Capisco quello che dici. Ma da realizzare è molto difficile. In ogni caso penso che l’eccesso non sia da disprezzare. Mi sembra che sia proprio l’eccesso che porti l’uomo ad evolversi verso una determinata direzione.
La storia ricorda gli uomini che abbracciano gli eccessi. Per raggiungere un elevato livello in qualche attività bisogna dedicarle tutte le energie ed il tempo che abbiamo. Fino al punto che può diventare quasi un’ossessione.
Prendi la stessa filosofia. Essa nasce come uso eccessivo del pensiero. Se Platone o Aristotele fossero stati equilibrati, ed avessero scelto una vita più equilibrata, non avrebbero concepito quella ricchezza di pensiero che ha caratterizzato la loro opera».

N: «Effettivamente, non hai tutti i torti. Mi ricordo che anche Einstein affermò che stava rischiando di diventare pazzo, dopo essersi barricato in casa qualche anno tentando di formulare la Relatività Generale. E la sua mente era decisamente sbilanciata verso la scienza. All’opposto potrei prendere San Franceso di Assisi che era completamente assorbito dalla religiosità; ciò nondimeno, proprio grazia a questa dedizione assoluta, è stato il più grande santo che l’umanità abbia mai conosciuto».

M:«Per riuscire al massimo in qualche attività, oltre alle capacità innate, bisogna dedicare tutto quanto a quella disciplina, trascurando molti altri aspetti dell’esistenza».

N: «E dunque, si entra necessariamente in una fase di squilibrio in cui siamo proiettati verso un obiettivo che ci richiama sempre verso di lui. Ma penso sia proprio questa la nuova sfida da affrontare: l’eccesso alla lunga non paga e porta ad una stagnazione. O addirittura ad un peggioramento».

M:«Io senza eccesso non vedo progresso. Perché è proprio dall’eccesso che emergono innovazioni, che in uno stato di equilibrio rimarrebbero nascoste».

N: «Alla fine penso che l’eccesso porti comunque ad un equilibrio. Gli eccessi tendono a compensarsi per evolvere verso la media. È quello che Platone aveva scoperto: la Dialettica. La fusione di istanze opposte, che alternandosi portano ad un perfezionamento».

M:«E la dialettica avviene tra gli individui, nella storia, nel pensiero…un ritorno a Hegel? ».

N: «No, per carità, Hegel ha solo strumentalizzato le idee di Platone, per dire che la sua filosofia era la migliore. Ha piegato il processo dialettico ai suoi servigi. Io intendo una dialettica pura, flusso di opposti che, compensandosi, si spostano verso l’equilibrio».

M:«Quindi la dialettica è lo strumento per arrivare “al giusto mezzo”».

N: «A mio avviso sì. È proprio quello che Platone aveva scoperto. Saltando da un opposto all’altro, si ottiene una sorta di media in cui gli opposti si fondono. Ti faccio degli esempi più concreti.
Tra il Dogmatismo (verità unica ed indiscutibile) e lo scetticismo (assenza di verità) c’è la ricerca intesa come indagine che ha come obiettivo la verità, ma che può essere sempre messa in discussione (il Socratismo). Quindi la dialettica tra scetticismo e dogmatismo è la ricerca.
Pensa anche al passaggio dall’ Illuminismo al Romanticismo. Il Romanticismo nasce come reazione all’ Illuminismo e al Neoclassicismo. All’eccesso di razionalità e al culto della bellezza classica si contrappongono la spiritualità, l’emotività, la fantasia, l’immaginazione, e soprattutto l’affermazione dei caratteri individuali d’ogni artista dell’epoca romantica. Dall’estremo nasce sempre l’opposto.
E questa idea è una vecchia conquista, che ha origini molto lontano. Il Buddhismo si basa proprio sulla consapevolezza che da un opposto deriva anche l’altro, e che non c’è estremo senza l’altro. Ora, per Platone si può uscire dalla prigione degli opposti attraverso la dialettica che tende ad un “rimescolamento delle carte” e che quindi porta alla nascita di un qualcosa che non è più né A né –A, ma sarà B, il figlio dei due opposti. Ed è proprio B che coincide con il giusto mezzo. Ma poi anche B verrà rimesso in gioco da -B,portando ad un ulteriore perfezionamento e così via».

M:«Il problema è che dovremmo spostare il processo dialettico a livello individuale. Ogni individuo dovrebbe essere dialettico in sé e cercare il suo giusto mezzo».

N: «Però come hai detto tu prima, se tutti fossero equilibrati, o se l’umanità stessa come Unità fosse equilibrata, non ci sarebbe più l’estremo e quindi non ci sarebbe la specializzazione in una determinata credenza o attività, che porta comunque ad una evoluzione maggiore e più sostanziale».

M:«Dunque abbiamo uno squilibrio necessario, che viene equilibrato dalla dialettica».

N: «Allora mi sembra che il giusto mezzo in sé, come equilibrio statico, sia difficile da applicare.
Invece la dialettica può condurre verso il giusto mezzo in modo dinamico, ed è questa la conclusione che possiamo trarre dal nostro dialogo».

M:«Sembra di sì».

Filosofia — ©Pensieri di nabladue
July 26, 2008

“Ritorno alle etnie?” – “No, grazie”

Sapete qual è stata una delle più grandi innovazioni del ‘900?
L’informatica? L’elettronica? La relatività di Einstein?

No, mi riferisco alla Comunità Europea.
Grazie ad essa, ci siamo avvicinati ai nostri fratelli Europei.
Le maglie della rete di legami economici, commerciali e culturali hanno favorito la crescita di un sentimento di fratellanza e di interesse reciproco. Oggi si può viaggiare, lavorare e studiare negli altri paesi della Comunità Europea con grande facilità. E questo favorisce l’incontro, il confronto tra diverse culture che condividono un passato, una storia, uno sviluppo etico, politico e culturale.
Oggi siamo uniti per il benessere comune.
Ricordiamoci che non è così da sempre. Nella prima metà del nostro secolo, era fortunato chi riusciva a superare la soglia dei trent’anni. Si moriva. Si moriva facilmente. Non per malattia, o per incidenti stradali, ma per le guerre fratricide che devastarono l’Europa.
Tutto questo avveniva in nome delle razze, delle etnie. Come se la specie umana fosse stata una specie animale che avrebbe dovuto essere divisa a seconda dell’origine etnica.

Ecco, alla luce di tutto questo, c’è ancora qualcuno che auspica un ritorno alle etnie, all’Europa dei popoli, all’Italia e all’Europa delle divisioni, degli scontri.
Penso ci sia poco da dire. Ma bisogna prendere atto che questi trogloditi vogliono riproporre dei modelli pericolosi e, per fortuna, superati. Non abbiamo bisogno di personaggi che fanno leva su emotività pericolose, inutili e dannose, ma di persone che possano guardare in modo razionale allo sviluppo del paese.

Nell’Italia del caos e della corruzione, non lasciamo che anche l’ignoranza faccia da padrona.

Politica — ©Pensieri di nabladue
July 11, 2008

Essere o non essere

Essere o non essere, questo è il problema: se sia più nobile d’animo sopportare gli oltraggi, i sassi e i dardi dell’iniqua fortuna, o prender l’armi contro un mare di triboli e combattendo disperderli.
Morire, dormire, nulla di più, e con un sonno dirsi che poniamo fine al cordoglio e alle infinite miserie naturale retaggio della carne, è soluzione da accogliere a mani giunte.
Morire, dormire, sognare forse: ma qui é l’ostacolo, quali sogni possano assalirci in quel sonno di morte quando siamo già sdipanati dal groviglio mortale, ci trattiene: é la remora questa che di tanto prolunga la vita ai nostri tormenti.
Chi vorrebbe, se no, sopportar le frustate e gli insulti del tempo, le angherie del tiranno, il disprezzo dell’uomo borioso, le angosce del respinto amore, gli indugi della legge, la tracotanza dei grandi, i calci in faccia che il merito paziente riceve dai mediocri, quando di mano propria potrebbe saldare il suo conto con due dita di pugnale? Chi vorrebbe caricarsi di grossi fardelli imprecando e sudando sotto il peso di tutta una vita stracca, se non fosse il timore di qualche cosa, dopo la morte, la terra inesplorata donde mai non tornò alcun viaggiatore, a sgomentare la nostra volontà e a persuaderci di sopportare i nostri mali piuttosto che correre in cerca d’altri che non conosciamo? Così ci fa vigliacchi la coscienza; così l’incarnato naturale della determinazione si scolora al cospetto del pallido pensiero. E così imprese di grande importanza e rilievo sono distratte dal loro naturale corso: e dell’azione perdono anche il nome…

William Shakespeare, Monologo di AmletoEssere o non essere

Amleto

Il monologo più incisivo della storia non sarebbe potuto rimanere fuori da questo cammino.
Anche se è famosa la battuta di Amleto, “Vi sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante non ne sogni la tua filosofia.” , Amleto è un filosofo.

Egli si chiede: essere o non essere, è più nobile affrontare la traversata nel mare della vita combattendo, o sopportando la sorte stoicamente?
Bisogna coltivare la forza dell’anima per affrontare le sfide che il fato pone di fronte, o per conquistare una condizione di stabile atarassia?

Qual è la vera nobiltà: l’imperturbabilità dell’animo o il coraggio di lottare per la giustizia?
Qual è la vera forza: la sopportazione o la capacità di abbattere gli ingiusti?
Qual è il traguardo: la pace o la vittoria?

Il non essere è la morte filosofica, il distacco dalla vita, il Nirvana: uscire dalla precaria condizione esistenziale, con consapevolezza. L’annullamento che conduce all’abbandono dell’esistenza per raggiungere l’allontanamento dalla condizione terrena e l’indifferenza nei confronti della vita stessa.
Oppure scegliere di morire,di “non essere” fisicamente, e porre fine al paradosso della vita con la liberazione della morte.
La vita, in quanto l’uomo è legato alla natura ed alla “carne”, ci obbliga a lottare per sopravvivere e per difendere noi stessi e chi amiamo. Una lotta che coinvolge tutti, che ci costringe a combattere contro i nostri stessi familiari. Anche se l’uomo Edipo fugge dal suo crudele destino, esso gli viene incontro ineluttabilmente.
Inutile tentare la fuga o nascondersi: l’inevitabile bufera prima o poi travolge.
E a quel punto siamo in balia degli eventi,non possiamo più evitare i mali, perché abbiamo già accettato anche i beni. E allora l’unica soluzione resterebbe quella di morire?
Ma la nostra vita è trattenuta da un filo invisibile: la speranza di una vita dopo la morte fisica.
Tuttavia questa beatitudine la dobbiamo meritare, dobbiamo essere degni dell’amore di Dio. E quindi sopportare la sofferenza e le ingiustizie della vita terrena, per la speranza di una pace ultraterrena. Così ci convinciamo “che sia meglio sopportare i nostri mali piuttosto che correre in cerca d’altri che non conosciamo”.
Oppure rimanere in balia del dubbio, tra l’essere e il non essere, tra la vita e la morte, tra l’azione e l’immobilità. Ma questa è l’unica scelta che ci “fa vigliacchi”.

per approfondire: Orazio

Ofelia
Una nota più leggera: La bellezza di Ofelia

Essere, Filosofia — ©Pensieri di nabladue
June 26, 2008

Teoria Universale o analisi del particolare?

Nella storia della filosofia e del pensiero, si sono alternate filosofie che hanno condotto ad una visione profetica della storia e dell’evoluzione umana, a filosofie che tentano di cogliere la specificità e la particolarità di ogni esistenza e di qualsiasi evento.
Ogni epoca storica è un mondo a sé o la storia è un susseguirsi di eventi razionali collegati da una trama, che ne determina lo svolgimento nello scorrere del tempo?
Ogni sguardo sul mondo ha un carattere di finitezza, in quanto è esso stesso un punto di vista storico tra i tanti punti di vista storici, o esiste l’occhio assoluto di Hegel che è in grado di cogliere razionalmente la trama ontica della realtà?
Ricordiamo che, in ogni caso, Hegel non ha fatto altro che razionalizzare (attraverso la dialettica) una visione religiosa della storia, quella cristiana. Anche se quello di Hegel è un cristianesimo zoppo, epurato da tutte le componenti irrazionali, che sono, in realtà, l’anima del messaggio di Cristo. Non c’è amore, non c’è pietà, non c’è fede, non c’è riscatto dei poveri, dei giusti; nel mondo di Hegel è tutto giusto, perché tutto segue una strada razionale che non può essere compresa (se non dallo stesso Hegel), ma neanche discussa.
Una volta usciti dalle gabbie di una ragione totalizzante, come quella di Hegel, che vedeva nelle diverse epoche storiche il diverso grado di sviluppo della ragione, è la fattività irrazionale e la consapevolezza della soggettività di tutti i valori storici che supportano la comprensione del mondo.
La storia si trasforma dallo spirito storico ideale, in un insieme di ritratti, di biografie e accadimenti, necessari o accidentali che siano. I grandi e sanguinosi condottieri, incarnazione dello spirito universale, lasciano spazio al singolo uomo e alla singola donna, che ricominciano ad avere il proprio valore, come individualità unica ed irripetibile.

I sistemi di pensiero che cercano di cogliere la realtà come un tutto, di comprenderla in ogni particole, di profetizzare e prevedere ogni singolo comportamento poggiano su basi metafisiche. Le filosofie che potremmo definire più “umili” e scettiche, sono quelle che tentano di cogliere la specificità di ogni vissuto e di ogni problema; solitamente poggiano su basi logiche o scientifiche, e, in ogni caso, sono frutto di un lavoro metodologico più rigoroso e concreto che non rigetta il “dato sperimentale”. In generale queste filosofie amano il riduzionismo e l’analiticità, presupposti che sono intrinsecamente contrari ad una visione metafisica e globale della realtà. La filosofia analitica va nel particolare, ne è quasi ossessionata, entra in cunicoli che si fanno sempre più stretti, angusti.
Prendiamo in considerazione il caso Socrate.
Socrate non propone delle verità, ma cerca di stimolare gli interlocutori a perfezionare la loro indagine, la ricerca. I suoi discorsi non hanno punti fermi, ma si adattano alla situazione, all’interlocutore; la validità delle proposizioni dipende dal contesto e, da questo, non può mai essere svincolata.
Il suo messaggio si riferisce al singolo uomo, non alle masse; ad una precisa collocazione geografica, non al mondo intero; ad un preciso intervallo temporale, non all’eternità; ma paradossalmente, proprio questa sua specificità lo rende eterno ed immortale.
Un Socrate “torpedine marina” sempre pronto a spazzare via le ostinate illusioni dei saccenti, con la sua fatale ironia.
Egli continuamente chiedeva “che cos’è?” (ti esti?). Tratteneva l’interlocutore su un concetto, un pensiero. Non gli permetteva di scappare. Pretendeva delle risposte precise. E alla vaghezza, rispondeva ancora con la solita domanda: “che cos’è?”
Socrate ed Hegel sono agli antipodi. Ma la filosofia ha consegnato alla storia tutte le sfumature del caso.

E a questo punto potremmo divertirci a dividere i nostri protagonisti in squadre.
Potremmo mettere Socrate, Pascal, Russel, Kant, Leibniz,Epicuro, Montaigne, Bacone, il primo Platone dalla parte degli analitici.
Hegel, Nietzsche (un finto antimetafisico?), Heidegger, Aristotele, Husserl, la filosofia medievale, il secondo Platone e gli idealisti, dall’altra parte.

La contrapposizione principale è tra chi tenta di dare una visione globale della realtà e chi indaga il singolo evento, la singola esperienza. Tra chi forma un grande sistema metafisico e chi non ha una filosofia del tutto. Tra chi usa un modo di esprimersi chiaro e semplice e chi si esprime in modo complesso, oscuro e, in alcuni casi, addirittura nebuloso.
Tra chi scrive, e si sente inconfutabile nel suo scrivere, e chi abbozza, tenta,non scrive affatto o accetta conclusioni aporetiche.
I confini non sono così netti, certamente nel pensiero confluiscono entrambe le correnti. Il caso esemplare è Platone. E anche nei casi limite, il filosofo consegna sempre una visione del mondo, che per quanto sfuggente, ha una sua determinazione.

Ma ammettendo che sia lecito operare questa distinzione, voi, da che parte state?

Filosofia — ©Pensieri di nabladue
June 16, 2008

Conosci te stesso

L’esortazione “conosci te stesso” è un motto greco, iscritto sul tempio dell’Oracolo di Delfi. È un invito a guardarsi dentro, per capire che la vita è dentro di noi e non fuori.
Comprendere che la persona coincide con l’ “io”, e che la conoscenza di questo “io”, è fondamentale per la ricerca della felicità.
I saggi greci hanno inventato l’io. Per la prima volta, l’uomo coincide con la sua interiorità.
E Socrate ha inventato l’uomo. Egli farà del “conosci te stesso” un cardine del suo pensiero. L’unico approdo stabile della sua mobile filosofia. Socrate è stato il primo uomo a riconoscersi nella sua anima. Egli diceva “l’uomo è la sua anima”.
Da questa formula derivano altri due aspetti fondamentali del pensiero socratico.

Conoscere se stessi significa anche conoscere i propri limiti.
Non possiamo essere felici se non ci accettiamo , con tutti i nostri limiti. Questo non significa che non sia nostro dovere tentare di migliorarci, ma è proprio partendo dalla consapevolezza dei limiti, che possiamo superarli o accettarli come insormontabili.

Conoscere se stessi è anche occuparsi di ciò che ci compete. Ognuno deve fare quello che gli riesce meglio. Bisogna seguire le proprie attitudini, valorizzare le proprie capacità, ed una società giusta, dovrebbe permettere alle persone di fare ciò per cui sono nate.
Quindi, prima di tutto, bisognerebbe essere uomini (ma uomini sul serio, non bruti!); e poi si può essere bravi medici,artigiani, ingegneri, operai, tecnici,insegnanti, svolgendo il proprio lavoro con dedizione e passione.

In questo senso il conosci te stesso è fonte di felicità. E la filosofia diventa eudemonia (ricerca della felicità). In quanto mezzo per arrivare alla conoscenza,permette di conoscere se stessi, e di percorre l’unica via che porta alla felicità.

Essere, Filosofia — ©Pensieri di nabladue
June 7, 2008

Logica = base della conoscenza?

Spesso, chi dedica la vita ad una branca del sapere, ritiene che quella disciplina sia la base di tutta la conoscenza umana. Ho assistito più di una volta a scontri dialettici (a volte fino al limite del dialettico, tendente al fisico!), tra matematici, filosofi, scienziati,…
Ma c’è una categoria di sapienti che, a mio parere, detiene il primato nella capacità di stimare la loro disciplina come unica e fondamentale per tutte le altre: la categoria dei logici.
Quella volta, a lezione di logica, il Professore, giovane e molto in gamba, era impegnato a spiegare un teorema.
«Questa è la base della conoscenza» – disse – «grazie a questa relazione, noi siamo in grado di conoscere il mondo. Tutte le altre scienze sarebbero nulla, senza la logica
Devo ammettere che anch’io ho sentito il fascino di quella dimostrazione (e lo sento anche per la logica come scienza).
Poi mi venne un dubbio: “ma siamo nel contesto della scoperta o della giustificazione?” – ho chiesto al professore.
Mi spiego meglio. Nel caso del metodo deduttivo, si parte da principi, veri e già dimostrati, per ricavarne altri attraverso la logica (dal particolare all’universale). Il problema è che il metodo deduttivo (su cui Platone voleva fondare la conoscenza) può essere applicato in pochi casi ed è difficile da applicare alle scienze della natura, che come tutti sanno sono state fondate sul metodo opposto, quello induttivo (parto da casi particolari, per ricavare la legge generale [Rif. metodo induttivo]).
Quello che volevo dire è che, in molte circostanze, la legge logica serve a giustificare una conoscenza già acquisita, o congetturata, ma non può servire per “fare una scoperta”. Anche in matematica, dove il metodo deduttivo può essere applicato in misura molto maggiore rispetto alle altre scienze, sovente, i matematici partono da congetture per poi arrivare a dimostrare logicamente i loro asserti.

Ma la congettura come nasce? Mistero,lampo di genio, o intuizione poetica, come molti hanno detto.

Effettivamente, il professore – che diceva di non comprendere la mia domanda – avrebbe potuto sottolineare che la potenza della matematica non risiede nelle intuizioni poetiche, quanto nella dimostrabilità logica di tutti i suoi asserti. Una valanga di proposizioni tra loro collegate, tutte rigorosamente dimostrate in modo logico (anche se ricordando Gödel, rimarrà sempre qualche proposizione non dimostrabile logicamente). Se cade una sola proposizione, cade tutta la matematica che contiene quella proposizione. Un effetto domino devastante. Nel caso contrario, se riesco a dimostrare una proposizione da cui ne conseguono molte altre, ho creato molta matematica.
Quindi, la logica è certamente fondamentale, ma per le scoperte non è sufficiente.
Un’area dell’intelligenza artificiale ricerca i modi di poter programmare una macchina in modo tale che possa creare autonomamente nuova conoscenza, ma ancora i risultati sono scarsi. La macchina è logica, ma non ha intuizioni, o mele che possa sentir cadere sulla sua testa.
C’è un aneddoto su David Hilbert (uno dei più grandi matematici di tutti i tempi), che può far comprendere meglio cosa intendo dire.
Un giorno gli dissero che un suo studente aveva abbandonato l’università per diventare un poeta. E Hilbert rispose “Non sono sorpreso. Non aveva abbastanza immaginazione per diventare un matematico.”

David Hilbert
Foto di David Hilbert

Detto questo vorrei fare un piccolo esempio, con la semplicissima formula di Gauss, di cui avevamo già parlato in La semplicità del genio.

La somma dei primi N numeri interi positivi vale:

Somma= (N+1)* N/2

Se N= 100

Somma = 101 * 100/2 = 5050

Come ci si arriva in modo intuitivo?

1 + 100 = 101
2 + 99 = 101
3 + 98 = 101

49 + 52 = 101
50 + 51 = 101

Come possiamo osservare, c’è una struttura di base che si ripete. La somma tra alcune coppie di numeri dà il numero N (100) sommato ad 1. Questo succede per 50 volte, cioè N/2.
La scoperta non avviene attraverso la logica. E’ l’osservazione e l’intuizione che permettono quel salto tra l’ “ignorare qualcosa” e la sua conoscenza.

Così il piccolo Gauss ha trovato la formula. Quando poi il professore ha controllato la sua correttezza, non l’ha dimostrata, ma solo verificata.
Successivamente, per dimostrare la formula si può usare una dimostrazione che viene definita per induzione. E La dimostrazione per induzione è valida perché lo stabilisce la logica. Quindi la logica è certamente fondamentale, ma non è l’unico essere vivente nel mondo della conoscenza.

Il matematico Ramanujan Srinivasa Aaiyangar è un esempio di come si possano fare scoperte sensazionali, con la pura intuizione.
Egli inventava le formule dal nulla, affermando che gliele consegnava una certa Dea. Non aveva una preparazione universitaria, ma studiava autonomamente in un povero villaggio dell’India, con quei pochi libri che riusciva a rimediare. Ciò nonostante, le formule di Ramanujan sono di straordinaria bellezza:

formula di Ramanujan

dove sezione aurea è la sezione aurea.

“Ramanujan è stato uno dei più grandi matematici di tutti i tempi, al pari di Gauss o di Eulero, nonché un prodigio nelle capacità di calcolo: una specie di Mozart della matematica. Dotato di un talento straordinario per la teoria dei numeri, ha lasciato taccuini (Notebooks di Ramanujan) pieni di formule. Ancora oggi ci si chiede come abbia potuto scoprirle senza poterne dare delle vere dimostrazioni.”
Da Ramanujan

Srinivasa Ramanujan
Foto di Ramanujan

Come abbiamo detto però, in matematica, niente dimostrazione significa nessuna validità. Quindi,dopo Ramanujan (che morì a soli 33 anni) molti tra i migliori matematici del mondo, si sono dovuti prodigare nella ricerca di possibili dimostrazioni delle formule di Ramanujan, altrimenti inutili.

Quindi, logica sì, ma non dimentichiamoci che, per le invenzioni, serve anche qualche ingrediente in più.

Qual’è il vostro rapporto con la logica ? Pensate sia fondamentale, o che in alcuni casi possa limitare la creatività del pensiero umano?

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