April 17, 2010

Stretta è la porta, larga è la via: chi ha orecchi per intendere intenda

Nabla: «Vorrei riprendere il dialogo del precedente pensiero, per spostarci dal piano scientifico alla tradizione religiosa e spirituale. A parte i problemi del nostro paese, abbiamo detto che la scienza è un validissimo strumento di conoscenza, e a noi piacerebbe estendere il metodo scientifico a tutti gli ambiti del sapere umano. Il problema è che il metodo scientifico rigoroso, quello che si basa sulla matematica, attualmente è applicabile solo alla fisica. Se ci spostiamo su altre scienze, come la biologia e la medicina, un’applicazione del metodo scientifico basato sulla matematica non è ancora pensabile. A maggior ragione, non possiamo neanche concepire un utilizzo di tale metodo alla cosiddette scienze umane o dello spirito.
D’altro canto, oltre il sapere scientifico, non possiamo negare che ci sono tematiche care ed importanti per l’essere umano, che non possono essere ignorate: la giustizia, l’anima, l’etica, la vita in relazione alla morte. Il problema è che in tali ambiti brancoliamo quasi nel buio. In tal senso, gli antichi pensavano che tali concetti fossero conoscibili con diversi strumenti:

• Ragione (vedi Platone)
• Esperienza mistica (vedi Buddha)
• Rivelazione divina (vedi profeti)

Seppure non possiamo negare la validità di tali metodi d’indagine, che comunque ci hanno condotto fin qui, da lì ad oggi ne è passata di filosofia sotto questi ponti. La cosa che più mi stupisce è che molte persone non prendono in considerazione l’evoluzione che ha subito il pensiero e ripropongono passivamente idee antiche ed antiquate, senza neanche considerare tutto quello che c’è stato dopo. In sintesi, l’atavismo è un rifugio attraente, ma lontano da un atteggiamento di ricerca aperto e costruttivo. Soprattutto in ambito religioso-spirituale c’è una forte volontà a non guardare avanti, adagiandosi sulla comoda certezza di una tradizione antica che pretende di avere il monopolio della conoscenza. Oggi è facilissimo parlare di Buddha, Cristo (e anch’io lo faccio a volte) poi mi chiedo: ma chi era Gesù Cristo? Chi era Buddha? Qual era veramente il loro messaggio? È effettivamente quello dei testi sacri? Devo ammettere che ci sono parti di questi testi che – per dirla in maniera delicata – mi convincono ben poco. D’altronde è innegabile che molte pagine di tali scritti sono una fonte d’ispirazione insostituibile».
Marco: «In ogni caso qual era il messaggio autentico non lo sapremo mai. Però mi chiedo anche dov’è la liberazione che avevano promesso?».
Nabla: «Non sono d’accordo su questo punto. Penso che l’umanità si sia salvata grazie a queste persone. Se non ci fossero stati i santi, gli illuminati e Gesù Cristo, le parti oscure dell’uomo avrebbero preso il sopravvento e l’umanità si sarebbe già autodistrutta da tempo».
Marco: «Bada bene che io non sto criticando Buddha, ma alcuni modi di interpretare il buddhismo: quello che ha insegnato Buddha realmente non lo conosceremo mai. Noi abbiamo solo un’onda smorzata, filtrata e distorta dei suoi insegnamenti. Difatti – come accennavi tu prima – proprio per questo bisognerebbe guardare avanti. Prendere spunto dall’antichità va benissimo, ma – a mio avviso – dovremmo metterci qualcosa noi stessi. In pratica, l’insegnamento va accettato come fonte di ispirazione, ma poi ragioniamo con la nostra testa e sottoponiamo le fedi al vaglio della nostra vita psichica e relazionale. Al contrario, sembra che spesso la razza “intelligente” preferisca farsi automa, invece che ricercare la propria strada. Piuttosto che apprendere, preferiamo copiare. Piuttosto che cercare noi stessi, preferiamo identificarci in altre entità. Pochi riescono veramente ad essere “artefici della propria esistenza” e, paradossalmente, la pietra filosofale è proprio conoscere la nostra vera natura ed esprimerla pienamente. La filosofia e le religioni devono liberare, non intrappolare. Mi sono reso conto che, spesso, assorbiamo le ideologie passivamente, senza capire ciò che è meglio per noi. Alla fine, non è la dottrina che conta, ma l’uomo stesso che ha insegnato e vissuto. Non sono le parole che rendono grande un maestro, ma il suo comportamento, il suo semplice essere così com’è. Questa è la cosa più difficile da tramandare e noi dobbiamo accontentarci di un eco affievolito. Purtroppo molti scambiano questa labile vibrazione con il suono originario. Quindi, tornando a ciò che dicevamo nel precedente pensiero, il problema è sempre lo stesso: le scritture degli antichi sono una fonte di ispirazione, non un modello da seguire che escluda completamente la nostra autonomia. Insomma, la fede e la sapienza antica ci guidano, ma smettiamola di ripararci dietro lo scudo delle dottrine per non metterci in gioco veramente. Quando osservo comportamenti assurdi, che gli operatori d’iniquità giustificano con la fede cieca in una religione, sono costretto a dare ragione a quelli che vedono nelle religioni solo un mezzo per dominare le masse o un rifugio per non vivere veramente. Forse annichilirle è la soluzione».
Nabla: «Però potremmo affermare la stessa cosa a riguardo della scienza. Perché non abbandonarla dato che gli scienziati hanno creato le bombe atomiche? Inoltre, ci sono scienziati che hanno compiuto e, continuano a compiere, esperimenti orribili pur di far avanzare il progresso scientifico.
Non è la religione in sé, è l’interpretazione e l’uso che ne facciamo a renderci virtuosi o meschini. Voglio dire, se prendiamo le scritture di qualsiasi religione troviamo tutto ed il contrario di tutto. Purtroppo, alcune parti della Bibbia sono pregne dalla durezza del Dio ebraico pre-cristiano, che fa uso di un linguaggio aggressivo e minaccioso. Sulla stessa linea, le epistole dei padri della chiesa sono un’interpretazione successiva del messaggio di Gesù Cristo. Il Vangelo è molto vicino alle parole del Maestro, ma sicuramente non possiamo identificarlo totalmente con il Suo messaggio. Perfino i discepoli più vicini a Lui erano uomini, e dunque soggetti a tutte le insidie della imperfezione umana, infatti “… Gesù, voltatosi, disse a Pietro: “Vattene via da me, Satana! Tu mi sei di scandalo. Tu non hai il senso delle cose di Dio, ma delle cose degli uomini”. Questo fu detto al principale erede della città di Dio nel mondo. Si capisce bene come Gesù stesso nutrisse dei dubbi sui suoi discepoli, anche sugli apostoli che Egli stesso ha scelto. È sensato ritenere che i rappresentanti religiosi debbano avere il diritto di parola per quanto riguarda le leggi basilari sulla salvaguardia dei diritti umani, l’errore è nell’imposizione del dogma».
Marco: «Il problema è che noi diamo troppa importanza al pensiero ed alle parole. Mi sono reso conto di quanto le persone siano attaccate ai libri ed alle tradizioni dogmatiche. Il libro può essere il ponte che ci fa attraversare la vallata, ma le gambe dobbiamo metterle noi. A mio parere, non è stata la dottrina ad aver fatto grande l’ispirazione divina, quanto le opere sociali che questi maestri, ed i loro seguaci più autentici, hanno compiuto. Ad esempio, sia la teologia cristiana che le scritture buddhiste sono piene di contraddizioni. Ma c’è un fattore ha accomunato i due maestri: sia Gesù Cristo che Buddha si sono battuti per l’uguaglianza sociale, hanno difeso i più deboli, senza dimenticarsi di rispettare anche i più potenti. Non hanno mai avuto preconcetti sugli uomini, era solo il modo di agire delle persone che li interessava. Non volevano offrire migliaia di libri e dogmi sterili su cui discutere e litigare, il loro unico desiderio era rendere gli uomini migliori! Perché non hanno scritto? Le regole e gli scritti devono esserci, ma la religione non si esaurisce in ciò. Il pericolo del fariseismo è sempre presente, ma Gesù stesso ci ha ammoniti per l’eternità:
“Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. 3Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo, ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno. 4Legano infatti pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito. 5Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dagli uomini: allargano i loro filattèri e allungano le frange; 6amano posti d’onore nei conviti, i primi seggi nelle sinagoghe 7e i saluti nelle piazze, come anche sentirsi chiamare maestro dalla gente. 8

25Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pulite l’esterno del bicchiere e del piatto mentre all’interno sono pieni di rapina e d’intemperanza. 26Fariseo cieco, pulisci prima l’interno del bicchiere, perché anche l’esterno diventi netto!
27Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che rassomigliate a sepolcri imbiancati: essi all’esterno son belli a vedersi, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni putridume. 28Così anche voi apparite giusti all’esterno davanti agli uomini, ma dentro siete pieni d’ipocrisia e d’iniquità. Matteo 23,1-28 “».

Nabla: «Gesù certamente non tollerava gli ipocriti o chi si riparava dietro le istituzioni e le scritture religiose per portare avanti degli interessi personali».
Marco: «Un altro problema fondamentale è l’interpretazione dell’Antico testamento. Infatti, ci sono delle parti di questo testo sacro, che non sono certo monumenti di compassione e pacifismo. Mi riferisco ai passi che inneggiano alla lapidazione delle donne adultere, degli infedeli e ad altre brutture simili».
Nabla: «Però non dobbiamo neanche giudicarli in modo troppo severo. Semplicemente, questi messaggi appartengono al passato. Le divinità antiche erano più violente perché l’uomo era in grado di accogliere solo quel messaggio. Certe fasi della religione sono state indispensabili, pur nella loro negatività, per approdare ad un sentimento religioso più evoluto. Nel Vangelo stesso, Cristo dice più volte: “per la durezza dei vostri cuori Mosè vi ha obbligato ciò” oppure “per la durezza dei vostri cuori Mosè vi ha permesso ciò”. In primo luogo, questo significa che c’è una notevole differenza tra Antico e Nuovo Testamento. Secondo, viene evidenziato che anche i cuori degli uomini subiscono un’evoluzione e, quindi, la religione deve accompagnare e promuovere tale crescita.
Purtroppo, ci sono ancora fedeli che rimangono fermi nelle loro posizioni intransigenti ed assolutistiche. A causa della loro chiusura mentale, si ostinano ad ignorare l’ampliamento della conoscenza e della coscienza umane. Pensare che il modello di comportamento umano vada desunto unicamente da un libro, interpretabile e, a tratti, contraddittorio, è, quantomeno, discutibile. Infatti, ammettendo che chi scrive possa essere ispirato da Dio, chi legge sempre umano è. L’errore e la confusione – a mio avviso – nascono quando si ritiene di avere l’unica ed indiscutibile interpretazione della “parola di Dio”. Se ovviamente leggiamo le scritture in modo simbolico, allegorico e comprendiamo che, come nasce lo scritto, sorge anche l’interpretazione, il significato che possiamo attribuire alle scritture è quello di “parole che ispirano”. Mentre la parola di Dio non si potrebbe perdere nella temporalità, la comunicazione umana deve comunque avvenire su supporti materiali. Quindi, dovremmo al limite dire che la scrittura rappresenta la “parola di Dio” tradotta per uno specifico popolo che vive in un determinato periodo storico. In questo modo, non saremmo portati a pensare che la parola di Dio sia un immutabile ed esclusivo possedimento di una ristretta cerchia di persone.
Insomma, le scritture vanno lette in modo allegorico e valutate con l’occhio della storia. Come insegna Jung, i miti e le parabole religiose sono di vitale importanza per l’uomo. Il problema è quando non sappiamo leggerli. Allora li sfruttiamo per fare del male, anziché utilizzarli per comprendere come possiamo tenere a freno le parti più meschine di noi stessi! Ci sentiamo pii solo perché andiamo in chiesa, perché leggiamo e sbandieriamo le scritture. In realtà, nessuno si può adagiare sulla certezza della fede:
21Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. 22Molti mi diranno in quel giorno: Signore, Signore, non abbiamo noi profetato nel tuo nome e cacciato demòni nel tuo nome e compiuto molti miracoli nel tuo nome? 23Io però dichiarerò loro: Non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi operatori di iniquità. Matteo 7,21-23

Non ci accorgiamo della palese contraddizione che incarniamo e così si crea la solita frattura tra essere ed apparire. Non solo, abbiamo creato un crepaccio anche tra essere e sapere: le persone sanno tantissimo, tuttavia non riescono a trasformare quella conoscenza in essenza. Immagazziniamo informazioni, eppure non sappiamo usarle: è questo il problema più grave della nostra civiltà.
In linea generale, nello sviluppo di una religione si tende sempre a sostituire la parabola con il dogma, la ricerca con la certezza, l’elevazione spirituale con il rito, la compassione con le leggi, la carità con la vanità. Per evitare travisamenti paradossali, occorrerebbe capire una solo cosa: le dottrine sono il mezzo e non il fine. Questo vale sia per gli intelligenti che per gli ingenui. Esse sono come una spazzola che pulisce le incrostazioni della nostra anima. Oppure possiamo vederle come la scala che ci permette di salire.
Ammettiamo che devo arrivare in cima ad un grattacielo, per entrare in una stanza che si trova sul piano più elevato. Senza scale sarebbe certamente impossibile arrivare lì su, con le mie sole forze. Però se salissi tutti i gradini, uno per uno, fino all’ultimo, e, alla fine, prima di entrare nella stanza mi fermassi sul pianerottolo, avrei faticato inutilmente. La dottrina è la scala, tuttavia il fine non è la scala. La scala mi permette di salire. La strada che percorro per arrivare in cima, mi trasforma. Non è il percorso stesso a contare, ma la trasformazione che la mia anima subisce durante il tragitto. Se necessario aggrappiamoci anche alla disciplina, camminiamo su dei binari che permettano di concentrarci sulla crescita, però dobbiamo almeno lasciare entrare qualcosa all’interno. Ma se camminiamo come degli zombi, e, seppur capendo in modo razionale, non lasciamo che ciò ci tocchi interiormente, allora nella stanza finale non riusciremo mai ad entrare: posso fare, dire, parlare, urlare, seguire centinaia di regole severe, leggere e scrivere i testi più complessi, sottopormi alle privazioni più dure, ma, senza coinvolgimento interiore, tutto è semplicemente un’inutile illusione o una fuga. La mèta finale è il raggiungimento di un stato interiore, che si manifesta all’esterno mediante il comportamento. Il credo ci aiuta, senza di esso a stento saliamo e rischiamo di perderci nel tragitto: la debolezza ed i vizi sono demoni molto forti. Se ci attacchiamo troppo alla legge, diventiamo scribi e farisei. Se siamo eccessivamente lascivi, rischiamo di cadere nell’edonismo e nel qualunquismo».
Marco: «Il problema è che la vera liberazione è per pochi: “Entrate per la porta stretta, poiché larga è la porta e spaziosa la via che mena alla perdizione, e molti son quelli che entrano per essa. Stretta invece è la porta ed angusta la via che mena alla vita, e pochi son quelli che la trovano” (Matteo 7:13-14)».
Nabla: «A pensarci bene, è vero che la porta è stretta, tuttavia il messaggio di Gesù tiene anche conto dei vari livelli di comprensione. Proprio perché i filosofi greci ritenevano che la felicità e la beatitudine fossero destinate a pochi, il Cristianesimo ha aperto la strada anche ai “non filosofi”, “ai non scienziati”. “La massa non sarà mai filosofa” – disse Platone. Per questo motivo, i pensatori greci svilupparono progressivamente l’idea che i più fossero uno strumento per permettere ai filosofi di realizzarsi. Al contrario, Gesù Cristo è sceso per le strade, in mezzo ai peccatori, ai semplici, alle persone che non avevano la possibilità di studiare: “Non sono venuto per i sani, ma per gli ammalati. Non sono venuto per i giusti ma per i peccatori”. Quindi non è venuto per Platone, ma per le persone comuni. Tutti devono avere la possibilità di vedere, anche le persone semplici che tendono a far coincidere la spiritualità con i miracoli e che non comprendono i problemi filosofici:
10Gli si avvicinarono allora i discepoli e gli dissero: «Perché parli loro in parabole?».
11Egli rispose: «Perché a voi è dato di conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. […] Per questo parlo loro in parabole: perché pur vedendo non vedono, e pur udendo non odono e non comprendono. 14 Matteo (13,10-13)
La salvezza dev’essere offerta a tutti, non è un privilegio di pochi uomini superiori. Il Cristianesimo autentico insegna ad apprezzare i valori all’uomo che sa comprenderli nel profondo. Le persone più semplici non hanno bisogno di capire, ma solo di mettere in pratica. Per di più, non è detto che un teologo geniale sia più degno di un credente ingenuo. Gesù Cristo ha insegnato che abbiamo una facoltà superiore alla ragione: il cuore. Gesù Cristo conosceva a fondo sia i misteri della ragione che del cuore, e per questo era il Figlio di Dio».
Marco: «La parabola è un insegnamento vivo ed in perenne movimento, non potrebbe mai ridursi ad un dogma, anzi, è proprio l’esatto contrario. I teologi dogmatici hanno pietrificato un processo di apprendimento che non ha nulla di statico. Essi hanno tentato di trasportare sul piano razionale, ciò che era scritto con la voce del sentimento e della fede. Ma la teologia deve servire il cuore. Se diventa un ragionamento arido, allora è pura speculazione fine a se stessa, utile solo a riempire tonnellate di carta e ad inorgoglire l’ego individualista».
Marco: «C’è anche da dire che, spesso, chi si dichiara fedele autentico di una religione è talvolta molto lontano dall’esserlo. L’apprendimento per imitazione e per assorbimento passivo di idee comporta dei rischi. Se l’animo viene plasmato da modelli, che permettono ai potenti di conseguire interessi politici, spacciandoli per messaggi divini, l’ingenuo li segue senza porsi domande».
Nabla: «Per questo non si può colpevolizzare la rivelazione profetica o divina, ma la turpitudine di quelli che riescono a sfruttare qualsiasi cosa a loro vantaggio».
Marco: «Riguardo ciò, ho recentemente visto un documentario in cui venivano illustrati i risultati di un’importante esperimento scientifico. Mi sono reso conto di come la specie umana sia legata all’apprendimento per semplice imitazione. Veniva addirittura dimostrato che le scimmie sanno discriminare e valutare in maniera migliore un insegnamento rispetto a dei bambini umani. In sintesi, l’esperimento era il seguente. Un uomo adulto mostrava ad una scimmia e ad un bambino come prendere del cibo in una scatola trasparente. Essendo la scatola trasparente, si notava facilmente che i primi gesti dell’insegnante erano inutili ai fini dell’ottenimento del cibo. In modo sorprendente, le scimmie saltavo le fasi inutili, compiendo soltanto l’azione necessaria a raccogliere il cibo dalla scatola. I bambini di 6-7 anni ripetevano, come degli automi, quello che aveva fatto l’insegnate, anche se le prime azioni erano palesemente inutili. Ciò dà l’idea di quanto l’essere umano sia forgiabile attraverso l’educazione sociale, scolastica e religiosa».
Marco: «Alla fine cadiamo sempre nel problema del rapporto tra chi educa e chi è educato».
Nabla: «O tra chi domina e chi è dominato. Ciò nondimeno, quando si tratta di spiritualità e religione starei attento a non adagiarmi su conclusioni prettamente scientifiche e razionali, nessuno sa con quale misterioso strumento può agire il divino. Sant’Agostino affermò che, per quanto i rappresentanti umani del verbo divino siano corrotti, c’è sempre un raggio di luce che riesce a far breccia nei cuori dei credenti».
Marco: «Spero sia vero».

Filosofia, Religione — ©Pensieri di nabladue
April 4, 2010

Sulle spalle dei giganti…ma non basta

“Non ho nulla contro Platone. Posso affermare che lo conosco poco ed ho sempre avuto piacere leggere qui le tue riflessioni. La mia sensazione però è che spesso sia usato come un baluardo, un monumento, una commemorazione, un’ancora per non andare oltre. Non solo con Platone, ma con tutta la classicità. Non si vuole andare oltre perché non si vuole navigare in mare aperto. Vedo questo guardando il mio paese da lontano, dentro il mondo anglosassone che ha tutt’altri sistemi di riferimento”. (Anonimo)

Nabla: «Se navigare in mare aperto significa progredire, va benissimo. Se invece significa gettare la tradizione in fondo al mare o ignorarla, allora entriamo necessariamente in un regresso inutile: non possiamo ricominciare dall’invenzione della ruota. In qualsiasi campo d’indagine, si deve partire da ciò che è stato scoperto o analizzato dai grandi: dobbiamo poggiare sulle spalle dei giganti, non ne possiamo fare a meno. Il problema è che per compiere un vero passo in avanti, alla fine bisogna avere il coraggio di salire più in alto con le nostre stesse forze. Ma se non vogliamo poggiare su queste solide spalle, rischiamo di affidarci ad impalcature pericolanti e fatiscenti. Oggigiorno si tende a mischiare tutto, la confusione regna. Molti autori, ad esempio, mescolano a fantasia le teorie di vari ambiti del sapere in modo estremamente superficiale».
Marco: «Capisco cosa intendi; però penso che bisogna cercare di unire i diversi ambiti del sapere, altrimenti rischiamo di avere tanti cassetti divisi che non comunicheranno mai tra di loro».
Nabla: «Sì bisogna unire e non solo dividere, e anche io sono interessato a questo. Però uniamo con criterio, non con la fantasia, altrimenti rischiamo di ingenerare confusione su confusione. E poi unire significa anche concepire l’unità nella separazione. Non occorre preparare un minestrone, ma accostare le diverse tonalità in modo armonico.
Quindi i giganti vanno temuti e rispettati, invece di mistificarli e banalizzarli, e, in questo modo, ci aiutano a costruire la nostra strada. Sulla sponda opposta, però, si rischia di rimanere intrappolati tra le possenti braccia dei giganti: il loro peso è talmente grande che rischiamo di farci schiacciare. Durante alcune epoche storiche le “autorità classiche” hanno bloccato lo sviluppo del sapere e della conoscenza per lunghi periodi: coloro che uscivano dal campo di quelle che erano considerate le uniche autorità attendibili non venivano ascoltati o erano addirittura condannati».
Marco: «A mio avviso, l’autorità fa in modo che la cultura si sedimenti e produca una sapere abbastanza unitario o che, comunque, ruoti attorno ad un fulcro centrale. Questo evita che l’anarchismo del sapere (o relativismo filosofico) cancelli del tutto la capacità conoscitiva umana. Difatti, in un completo relativismo non si potrebbe produrre conoscenza, e lo stesso potere comunicativo del linguaggio verrebbe messo in discussione. In tempi in cui c’è una forte autorità, il linguaggio è abbastanza unitario e accettato da tutti (almeno quello “accademico”), sebbene la circolazione di nuove idee sia fortemente limitata. Quando prevale l’anarchismo ideologico, risulta difficile anche poter sostenere una conversazione».
Nabla: «A tal proposito, mi è capitato di aprire dibattiti nei dibattiti perché ogni persona proponeva un significato diverso per una parola. Alla fine, per cavillare sul significato attribuito ai termini che saltavano fuori nel discorso, non siamo riusciti neanche a capire di che volevamo parlare, e ci siamo perfino dimenticati da dove eravamo partiti».
Marco: «Sulla sponda opposta, abbiamo detto che l’autorità impone l’unità, però limita la libertà di espressione e la creatività».
Nabla: «Sì, come spesso accade lo “status ideologico” della società oscilla tra questi due estremi per mantenere un equilibrio dialettico dinamico».
Marco: «Dunque sono entrambi mali necessari perché un equilibrio statico risulta molto difficile da ottenere».
Nabla: «A questo punto, però, io farei una distinzione tra due metodi d’indagine».
Marco: «Quali?».
Nabla: «Quello scientifico e quello non scientifico. Mi spiego meglio. La scienza ha un suo metodo oggettivo e rigoroso ed i risultati devono avere conferme sperimentali. Quindi il sapere scientifico produce una conoscenza certa ed indiscutibile, se applicata nell’ambito di validità degli esperimenti effettuati. Ad esempio, anche se la relatività ha superato la meccanica newtoniana, non è corretto dire che la meccanica newtoniana è errata. Semplicemente, essa è valida solo in un ambito ristretto di applicazione. Per capirci, se vogliamo inventare e costruire l’aereo basta la meccanica newtoniana. Invece, per la progettazione del sistema di posizionamento su base satellitare (GPS) bisogna chiamare in soccorso le leggi della relatività generale, poiché si presentano delle condizioni in cui gli effetti relativistici non sono trascurabili. Insomma, il passato non si butta necessariamente con l’introduzione di quelli che vengono chiamati “nuovi paradigmi scientifici”. In particolare, durante l’evoluzione del sapere scientifico, alcune idee, entità e teorie sono completamente abbandonate e sepolte, per sempre, in un immaginario cimitero scientifico. Atre sono mantenute, ma acquistano un significato diverso all’interno del nuovo “paradigma scientifico”. Altre ancora vengono integrate ed assorbite nel nuovo sistema. Quindi è importantissimo conoscere bene ciò che hanno scoperto i giganti, tuttavia non è sufficiente. Purtroppo si trascura sovente che anche per lo sviluppo della scienza serve una perla rara e preziosa: la creatività. Al contrario, mi sembra che il sistema scolastico ed universitario, in cui molti professori si ergono a difensori del sapere nella lotta contro i demoni delle religioni, proponga un modello di robotica industriale. Il sistema educativo italiano tende a soffocare la creatività, a scapito di un nozionismo esagerato. Infatti, i programmi delle scuole sono molto vasti, ma i ragazzi, in concreto, imparano e fanno propria solo una piccola percentuale di idee e concetti. Perfino l’università tende a produrre robot parlanti. Si studia di tutto e di più, ed il laureato, invece di imparare a “saper fare”, impara ad ingerire rapidamente e, passivamente, nozioni. In tal modo, spesso ci ritroviamo con laureati e specializzati in un campo della conoscenza, che hanno solo imparato a memoria e “ripetuto a pappardella” quello gli veniva chiesto. Alcuni di loro non hanno la minima padronanza della disciplina che hanno studiato e frequentato per anni e, quando si tratta di fare e di creare, cadono nell’abisso più profondo».
Marco: «Però la colpa è anche degli studenti che non sono avidi di sapere».
Nabla: «Lo studente deve apprendere, non ha il dovere di cogliere subito cosa sia meglio per lui. Questo non significa che deve essere passivo, anche chi apprende deve contribuire attivamente alla sua formazione, ma le istituzioni e gli insegnanti dovrebbero – quantomeno – saper indirizzare. Penso che questo è il paradosso dell’istruzione italiana: riempie la testa come si riempie una bottiglia con un imbuto, tuttavia non insegna ad essere autonomi ed a creare. Secondo me bisognerebbe avere un atteggiamento più realista: meno cose, ma fatte bene, anziché mille cose buttate lì come sabbia al vento. Ormai abbiamo anche i computer per immagazzinare le informazioni, serve qualcuno che sappia elaborarle in maniera consapevole. In sostanza, dovremmo formare degli “architetti del sapere” e non dei manuali di architettura (che tra l’altro sbiadiscono molto rapidamente). A questo proposito, ritengo che vada cambiato il criterio in base al quale si giudicano gli studenti. Anche se in passato ci ero molto attaccato, più passa il tempo e più mi rendo conto che il sistema delle votazioni è una gran cavolata. In pratica, con i ritmi forsennati di oggi, si studia solo superare l’esame (e per prendere un buon voto), ma non per fare proprio l’argomento. Togliamo i voti e gli esami nozionistici, e cerchiamo di giudicare in base al saper fare!».
Marco: «Già. È sconvolgente ricordare che persino lo stesso Einstein è stato buttato fuori dall’università, e, invero, i tedeschi hanno molto più a cuore lo sviluppo del sapere accademico rispetto a noi italiani».
Nabla: «Nel nostro paese sembra che il mondo scolastico e quello accademico siano solo delle zavorre che ci portiamo dietro, senza credere realmente nella loro utilità. Rendiamoci conto che l’università sta diventando sempre più un parcheggio, in cui passione e creatività non hanno il permesso di entrare. Per molti lo studio universitario è solo una parte del percorso di formazione che serve ad ottenere un pezzo di carta. Questo, ritornando ai giganti, significa chiedersi: vogliamo creare tanti cloni di persone che ci sono state prima di noi, o vogliamo essere noi stessi creatori della nostra cultura e della nostra epoca.
I giganti ci aiutano, ma poi vanno scavalcati, sono il mezzo e non il fine dell’educazione. Insomma, cavalchiamo sulle spalle dei giganti, per salire sulle ali della creatività».

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March 13, 2010

Ai posteri l’ardua sentenza?

Nabla: «È raro che accenda la televisione. Durante una degenza da influenza sono caduto nella tentazione di guardarla per qualche ora, tempo che è bastato per farmi inorridire».
Marco: «Come mai? Non ti piacciono le nuove veline?».
Nabla: «No, tutt’altro. Era un documentario».
Marco: «E allora? Cosa hai visto di così orribile?».
Nabla: «Un gaudente presentatore televisivo troneggiava su un tappeto di cadaveri, raccontando la storia di un carnefice, al cui confronto Attila sembra un bambina innocente. Il terribile mostro è Gengis Khan. Il suo impero, nel periodo di massima estensione, è stato il più vasto di tutti i tempi: andava dai confini dell’Asia all’Europa orientale. L’estensione temporale non ha avuto la stessa grandezza di quella spaziale: l’impero mongolo è durato solo per un breve periodo di tempo (dal 1206 al 1368) e si disintegrò a causa delle dispute tra i successori del Gran Khan.
Il mio terrore non è stato provocato dal presentatore stesso (ho sempre apprezzato i suoi programmi televisivi, è uno dei pochi che riesce a fare trasmissioni interessanti per un vasto pubblico) o dall’accurata ricostruzione storica, bensì dal modo in cui veniva qualificato il carnefice in questione: veniva definito “mito” .
La cosa che mi ha turbato è che questo “ideale suggestivo che trascina” non si accontentava di conquistare, ma aveva piacere nel distruggere. Il suo esercito non aveva pietà per nessuno, solo un’insaziabile sete di sangue. Una campagna militare nella ricca e progredita Pechino, in cui già era stato inventato un rudimentale ma elegante sismografo, in grado di determinare in modo approssimato l’epicentro di un terremoto, trasformava la città in “un cumulo di ossa”, come è stato detto nel documentario. In cinquanta anni di dominazione mongola, la popolazione cinese è passata da cento milioni a sessanta milioni. In pratica, il “mito”, dopo aver conquistato i territori di altre popolazioni, uccideva gli uomini e i bambini e violentava le donne! Era un uomo assetato di sangue, che non ha dato alcun contributo all’umanità, se non a riguardo delle tattiche militari; per alcuni, a quanto pare, è un mito».
Marco: «Però le vicende andrebbero interpretate storicamente. Indubbiamente, le civiltà dell’Europa di quei tempi non erano molto evolute sul piano etico».
Nabla: «Hai ragione, ma ti ricordo che già molti secoli prima la terra era stata solcata da personaggi come Buddha e Socrate. Per di più, in Europa viveva un certo San Francesco nello stesso periodo in cui Gengis Khan si dedicava con dedizione all’arte della crudeltà».
Marco: «In ogni caso lo storico non dovrebbe dare giudizi morali, ma soltanto descrivere».
Nabla: «Certo, ma la parola “mito” è eticamente neutra? Niente affatto, dà un valore positivo all’opera del personaggio leggendario. Insomma, questa mi sembra una mitizzazione del male!».
Marco: «Forse, nel documentario non veniva espresso il parere degli autori, ma è stato sottolineato che il popolo mongolo ha il mito di Gengis Khan».
Nabla: «Sì, allora è ancora più preoccupante. A questo punto non vorrei che tra mille anni nascesse un nuovo mito tedesco: un certo Adolf Hitler, grande condottiero e uomo politico che, nella prima metà del XX secolo, è riuscito a conquistare quasi tutta l’Europa in pochi anni».
Marco: «Il problema è che le persone devono trovare sempre qualcosa da venerare. In molte circostanze, non importata che l’oggetto di riverenza sia un sanguinario: è ciò che ha raggiunto ad averlo reso grande. Purtroppo, si dimentica il prezzo che altri hanno pagato affinché il mito prendesse forma».
Nabla: «Sono davvero i “miti” che fanno la storia o siamo vittime degli archetipi?».
Marco: «Secondo me siamo vittime degli archetipi. In verità, essi non sono i reali protagonisti; rappresentano solo un’idea in qualche modo consolatoria che, se presente, provocherebbe orrore, ma, in quanto passata e sepolta, diventa innocua, lontana, ideale e, dunque, ammirabile».
Nabla: «Infatti mi sono spesso meravigliato di come la storia che si studia a scuola sia scritta solamente da battaglie, guerre, morti e distruzioni, i cui personaggi principali sono soltanto i reggenti, gli eroi di guerra ed i ricchi. Il resto è un contorno che serve ai potenti per vivere il loro privilegio. Invece, la storia è fatta di persone comuni, da persone comuni. La rozzezza tende a farci porre l’accento sugli avvenimenti più sensazionalistici. Un po’ quello che succede quando guardiamo il telegiornale: sono l’eccezionalità e la crudeltà che fanno notizia. Il problema è che rischiamo di dimenticare tutto il resto. Se questo è ciò che sappiamo trasmettere, non dovremmo lamentarci quando gli adolescenti si lasciano vincere dal fascino della violenza. Gli antichi, sia in Oriente che in Occidente, avevano scoperto quanto lo sviluppo di determinati pensieri influisce direttamente sul comportamento e sulle azioni. In tal modo, noi aiutiamo i ragazzi a sviluppare “pensieri violenti” e, di conseguenza, gesti violenti. Non che bisogna tappargli gli occhi, intendiamoci, ma non dovremmo neanche erigere statue in onore di personaggi malvagi. Paradossalmente, nello stato ideale di Platone si cade nell’errore opposto, cioè quello di censurare le opere che palesano le parti oscure dell’animo umano, per mostrare solo esempi di virtù sublimi e divine. Ovviamente i due eccessi non rappresentano quello che è la reale natura umana. Ad ogni modo, come negli scritti di filosofi idealisti si esaltano solo le luci, nella cultura dominante, si tende troppo spesso ad enfatizzare gli aspetti peggiori dell’essere umano. Insomma, anziché cercare un’armonia tra gli elementi oscuri e quelli luminosi, si ha sempre la propensione a mostrare gli aspetti più cupi. Guardando la televisione di oggi (ed il teatro tragico di ieri) non possiamo negare questo fatto.
In conclusione, il pensiero ha un grande potere sul nostro modo di vivere e sulle nostre azioni. Si dice “siamo ciò che pensiamo”. La mente ha un’influenza enorme sulla vita dell’uomo, al punto che molte filosofie ritengono che il mondo si esaurisca nella stessa mente. Il modo in cui nutriamo la nostra mente influisce direttamente su noi stessi e sulle relazioni con gli altri. I pensieri sono come semi, stiamo attenti a quello che seminiamo».
Marco: «Siamo d’accordo».

Storia — ©Pensieri di nabladue
February 14, 2010

Ulisse

Questo pensiero ha inizio e fine in Ulisse. La nostra cultura parte da Omero ed a lui sempre ritorna. Dopo aver compreso che la trasformazione era già presente nello stato iniziale, tutto ciò che nasce e si trasforma attraversa di nuovo la sua genesi. Lo stesso percorso ci aiuta a tornare allo stato originario, con un’unica ma enorme differenza: la consapevolezza.
Dante ha condannato Ulisse. La condanna di Ulisse è stata determinata non da ciò che Ulisse stesso era, ma dall’Ulisse che Dante poteva conoscere. La questione fondamentale è che Dante non conosceva L’Odissea. Di Omero (maestro del suo amato maestro), aveva letto solo pochi versi, riportati da altri. Dunque, il suo Ulisse non è quello di Omero, è un Ulisse filtrato dalle interpretazioni. Certamente, l’immagine che Dante poteva aver tratto dell’ Ulisse “raccontato” non era strampalata e completamente estranea a quella che ne aveva dato Omero. Tuttavia manca un elemento fondamentale: l’Odissea è un viaggio nel peccato per ottenere la redenzione, così come lo è la Divina Commedia stessa. Ulisse, come lo stesso Dante, attraversa la selva oscura e riesce a superare le insidie della tentazione e del vizio. Nel suo peregrinare avvertiamo tutta la tensione dell’uomo verso la ricerca del divino e la purificazione dal male. Nel mondo di Omero, nonostante siamo in un’epoca lontanissima dalle vicende della Commedia, alcune tematiche dell’Odissea sono molto vicine allo spirito dantesco: il rispetto per gli dei, la lotta contro le tentazioni della carne, la sacralità della famiglia, la benevolenza verso gli ospiti. In maniera analoga, il coraggio e il desiderio di tornare in patria sono i remi del viaggio di Ulisse. Pensiamo anche al parallelo tra la fedeltà di Penelope e quella di Dante nei confronti di Beatrice.
L’astuzia di Ulisse è un’arma potente che gli consente di uscire vittorioso dalle sfide più ardue, tuttavia – direbbe Dante – non è etica: nella prospettiva della vittoria conquistata con l’ingegno, ciò che conta è il fine e non il mezzo. Sebbene il poeta Omero non dia espliciti giudizi morali, non ignora affatto la condotta dell’uomo Ulisse: il viaggio, o meglio, il ritorno è un purgatorio: l’Ulisse ingannatore e affabulatore deve scontare le colpe commesse. I temibili e possenti ostacoli che l’uomo d’ingegno multiforme ha incontrato nel suo cammino sono stati materializzati dalla sua stessa anima nel mondo esteriore. È stato costretto ad attraversare la “zona d’ombra” interiore per riappropriarsi della luce. Ulisse nel suo peregrinare cerca la redenzione. E dopo la redenzione, il ritorno in patria è un ritorno alla purezza, è riappropriarsi di se stessi: è conoscere se stessi.
Condannare Ulisse significa condannare l’umanità. Quell’umanità che cerca, che s’interroga, che cresce spiritualmente, che risolve i problemi, che lotta contro le tentazioni. Il vecchio Ulisse è ormai saggio, ha visto la vita nella sua essenza, ha conosciuto le luci e le ombre dell’animo umano e non sarebbe mai ripartito da Itaca: il viaggio è stato compiuto, non c’è più nulla che lo possa trascinare fuori dalla sua città. Così, finalmente, può abbandonarsi alla pietà per il vecchio padre ed al “debito amore che doveva Penelope far lieta”. Spingendoci ancora oltre, si deve notare che Ulisse né partì entusiasta per la guerra di Troia (a cui fu costretto a partecipare da re più potenti di lui) né avrebbe voluto vagare per anni prima di tornare in patria. Egli è vittima della circostanze che, in parte sono state provocate dai suo misfatti, dal lato oscuro della sua anima e da una innata e irrefrenabile sete di conoscenza, ma, prevalentemente, sono il frutto di forze più potenti di lui. L’Ulisse pellegrino, spesso, non ha nessun controllo ed è semplicemente una vittima inconsapevole che usa tutto ciò che la natura gli ha donato per rimanere a galla in un mare in tempesta.
Seppur siamo lontani dalla saggezza di Socrate, l’astuzia, l’intelligenza e la tensione verso la ricerca di Ulisse (il suo non essere bruto) sono la saggezza socratica in potenza. Socrate riesce ad accogliere e trasformare ciò che in Ulisse era solo nello stato embrionale. Così, la battaglia si fa più elevata: si sposta dalla terra al cielo, dalla spada al pensiero, dall’ingegno multiforme alla saggezza filosofica e spirituale. Ma senza passare per Ulisse, non ci sarebbe Socrate, non nascerebbe la saggezza.
La condanna di Dante è il residuo della cecità della cultura medievale, indispensabile per lo sviluppo della nostra civiltà, ma che, ormai, non ci appartiene più.

Riflessioni — ©Pensieri di nabladue

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