April 17, 2010

Stretta è la porta, larga è la via: chi ha orecchi per intendere intenda

Nabla: «Vorrei riprendere il dialogo del precedente pensiero, per spostarci dal piano scientifico alla tradizione religiosa e spirituale. A parte i problemi del nostro paese, abbiamo detto che la scienza è un validissimo strumento di conoscenza, e a noi piacerebbe estendere il metodo scientifico a tutti gli ambiti del sapere umano. Il problema è che il metodo scientifico rigoroso, quello che si basa sulla matematica, attualmente è applicabile solo alla fisica. Se ci spostiamo su altre scienze, come la biologia e la medicina, un’applicazione del metodo scientifico basato sulla matematica non è ancora pensabile. A maggior ragione, non possiamo neanche concepire un utilizzo di tale metodo alla cosiddette scienze umane o dello spirito.
D’altro canto, oltre il sapere scientifico, non possiamo negare che ci sono tematiche care ed importanti per l’essere umano, che non possono essere ignorate: la giustizia, l’anima, l’etica, la vita in relazione alla morte. Il problema è che in tali ambiti brancoliamo quasi nel buio. In tal senso, gli antichi pensavano che tali concetti fossero conoscibili con diversi strumenti:

• Ragione (vedi Platone)
• Esperienza mistica (vedi Buddha)
• Rivelazione divina (vedi profeti)

Seppure non possiamo negare la validità di tali metodi d’indagine, che comunque ci hanno condotto fin qui, da lì ad oggi ne è passata di filosofia sotto questi ponti. La cosa che più mi stupisce è che molte persone non prendono in considerazione l’evoluzione che ha subito il pensiero e ripropongono passivamente idee antiche ed antiquate, senza neanche considerare tutto quello che c’è stato dopo. In sintesi, l’atavismo è un rifugio attraente, ma lontano da un atteggiamento di ricerca aperto e costruttivo. Soprattutto in ambito religioso-spirituale c’è una forte volontà a non guardare avanti, adagiandosi sulla comoda certezza di una tradizione antica che pretende di avere il monopolio della conoscenza. Oggi è facilissimo parlare di Buddha, Cristo (e anch’io lo faccio a volte) poi mi chiedo: ma chi era Gesù Cristo? Chi era Buddha? Qual era veramente il loro messaggio? È effettivamente quello dei testi sacri? Devo ammettere che ci sono parti di questi testi che – per dirla in maniera delicata – mi convincono ben poco. D’altronde è innegabile che molte pagine di tali scritti sono una fonte d’ispirazione insostituibile».
Marco: «In ogni caso qual era il messaggio autentico non lo sapremo mai. Però mi chiedo anche dov’è la liberazione che avevano promesso?».
Nabla: «Non sono d’accordo su questo punto. Penso che l’umanità si sia salvata grazie a queste persone. Se non ci fossero stati i santi, gli illuminati e Gesù Cristo, le parti oscure dell’uomo avrebbero preso il sopravvento e l’umanità si sarebbe già autodistrutta da tempo».
Marco: «Bada bene che io non sto criticando Buddha, ma alcuni modi di interpretare il buddhismo: quello che ha insegnato Buddha realmente non lo conosceremo mai. Noi abbiamo solo un’onda smorzata, filtrata e distorta dei suoi insegnamenti. Difatti – come accennavi tu prima – proprio per questo bisognerebbe guardare avanti. Prendere spunto dall’antichità va benissimo, ma – a mio avviso – dovremmo metterci qualcosa noi stessi. In pratica, l’insegnamento va accettato come fonte di ispirazione, ma poi ragioniamo con la nostra testa e sottoponiamo le fedi al vaglio della nostra vita psichica e relazionale. Al contrario, sembra che spesso la razza “intelligente” preferisca farsi automa, invece che ricercare la propria strada. Piuttosto che apprendere, preferiamo copiare. Piuttosto che cercare noi stessi, preferiamo identificarci in altre entità. Pochi riescono veramente ad essere “artefici della propria esistenza” e, paradossalmente, la pietra filosofale è proprio conoscere la nostra vera natura ed esprimerla pienamente. La filosofia e le religioni devono liberare, non intrappolare. Mi sono reso conto che, spesso, assorbiamo le ideologie passivamente, senza capire ciò che è meglio per noi. Alla fine, non è la dottrina che conta, ma l’uomo stesso che ha insegnato e vissuto. Non sono le parole che rendono grande un maestro, ma il suo comportamento, il suo semplice essere così com’è. Questa è la cosa più difficile da tramandare e noi dobbiamo accontentarci di un eco affievolito. Purtroppo molti scambiano questa labile vibrazione con il suono originario. Quindi, tornando a ciò che dicevamo nel precedente pensiero, il problema è sempre lo stesso: le scritture degli antichi sono una fonte di ispirazione, non un modello da seguire che escluda completamente la nostra autonomia. Insomma, la fede e la sapienza antica ci guidano, ma smettiamola di ripararci dietro lo scudo delle dottrine per non metterci in gioco veramente. Quando osservo comportamenti assurdi, che gli operatori d’iniquità giustificano con la fede cieca in una religione, sono costretto a dare ragione a quelli che vedono nelle religioni solo un mezzo per dominare le masse o un rifugio per non vivere veramente. Forse annichilirle è la soluzione».
Nabla: «Però potremmo affermare la stessa cosa a riguardo della scienza. Perché non abbandonarla dato che gli scienziati hanno creato le bombe atomiche? Inoltre, ci sono scienziati che hanno compiuto e, continuano a compiere, esperimenti orribili pur di far avanzare il progresso scientifico.
Non è la religione in sé, è l’interpretazione e l’uso che ne facciamo a renderci virtuosi o meschini. Voglio dire, se prendiamo le scritture di qualsiasi religione troviamo tutto ed il contrario di tutto. Purtroppo, alcune parti della Bibbia sono pregne dalla durezza del Dio ebraico pre-cristiano, che fa uso di un linguaggio aggressivo e minaccioso. Sulla stessa linea, le epistole dei padri della chiesa sono un’interpretazione successiva del messaggio di Gesù Cristo. Il Vangelo è molto vicino alle parole del Maestro, ma sicuramente non possiamo identificarlo totalmente con il Suo messaggio. Perfino i discepoli più vicini a Lui erano uomini, e dunque soggetti a tutte le insidie della imperfezione umana, infatti “… Gesù, voltatosi, disse a Pietro: “Vattene via da me, Satana! Tu mi sei di scandalo. Tu non hai il senso delle cose di Dio, ma delle cose degli uomini”. Questo fu detto al principale erede della città di Dio nel mondo. Si capisce bene come Gesù stesso nutrisse dei dubbi sui suoi discepoli, anche sugli apostoli che Egli stesso ha scelto. È sensato ritenere che i rappresentanti religiosi debbano avere il diritto di parola per quanto riguarda le leggi basilari sulla salvaguardia dei diritti umani, l’errore è nell’imposizione del dogma».
Marco: «Il problema è che noi diamo troppa importanza al pensiero ed alle parole. Mi sono reso conto di quanto le persone siano attaccate ai libri ed alle tradizioni dogmatiche. Il libro può essere il ponte che ci fa attraversare la vallata, ma le gambe dobbiamo metterle noi. A mio parere, non è stata la dottrina ad aver fatto grande l’ispirazione divina, quanto le opere sociali che questi maestri, ed i loro seguaci più autentici, hanno compiuto. Ad esempio, sia la teologia cristiana che le scritture buddhiste sono piene di contraddizioni. Ma c’è un fattore ha accomunato i due maestri: sia Gesù Cristo che Buddha si sono battuti per l’uguaglianza sociale, hanno difeso i più deboli, senza dimenticarsi di rispettare anche i più potenti. Non hanno mai avuto preconcetti sugli uomini, era solo il modo di agire delle persone che li interessava. Non volevano offrire migliaia di libri e dogmi sterili su cui discutere e litigare, il loro unico desiderio era rendere gli uomini migliori! Perché non hanno scritto? Le regole e gli scritti devono esserci, ma la religione non si esaurisce in ciò. Il pericolo del fariseismo è sempre presente, ma Gesù stesso ci ha ammoniti per l’eternità:
“Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. 3Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo, ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno. 4Legano infatti pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito. 5Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dagli uomini: allargano i loro filattèri e allungano le frange; 6amano posti d’onore nei conviti, i primi seggi nelle sinagoghe 7e i saluti nelle piazze, come anche sentirsi chiamare maestro dalla gente. 8

25Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pulite l’esterno del bicchiere e del piatto mentre all’interno sono pieni di rapina e d’intemperanza. 26Fariseo cieco, pulisci prima l’interno del bicchiere, perché anche l’esterno diventi netto!
27Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che rassomigliate a sepolcri imbiancati: essi all’esterno son belli a vedersi, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni putridume. 28Così anche voi apparite giusti all’esterno davanti agli uomini, ma dentro siete pieni d’ipocrisia e d’iniquità. Matteo 23,1-28 “».

Nabla: «Gesù certamente non tollerava gli ipocriti o chi si riparava dietro le istituzioni e le scritture religiose per portare avanti degli interessi personali».
Marco: «Un altro problema fondamentale è l’interpretazione dell’Antico testamento. Infatti, ci sono delle parti di questo testo sacro, che non sono certo monumenti di compassione e pacifismo. Mi riferisco ai passi che inneggiano alla lapidazione delle donne adultere, degli infedeli e ad altre brutture simili».
Nabla: «Però non dobbiamo neanche giudicarli in modo troppo severo. Semplicemente, questi messaggi appartengono al passato. Le divinità antiche erano più violente perché l’uomo era in grado di accogliere solo quel messaggio. Certe fasi della religione sono state indispensabili, pur nella loro negatività, per approdare ad un sentimento religioso più evoluto. Nel Vangelo stesso, Cristo dice più volte: “per la durezza dei vostri cuori Mosè vi ha obbligato ciò” oppure “per la durezza dei vostri cuori Mosè vi ha permesso ciò”. In primo luogo, questo significa che c’è una notevole differenza tra Antico e Nuovo Testamento. Secondo, viene evidenziato che anche i cuori degli uomini subiscono un’evoluzione e, quindi, la religione deve accompagnare e promuovere tale crescita.
Purtroppo, ci sono ancora fedeli che rimangono fermi nelle loro posizioni intransigenti ed assolutistiche. A causa della loro chiusura mentale, si ostinano ad ignorare l’ampliamento della conoscenza e della coscienza umane. Pensare che il modello di comportamento umano vada desunto unicamente da un libro, interpretabile e, a tratti, contraddittorio, è, quantomeno, discutibile. Infatti, ammettendo che chi scrive possa essere ispirato da Dio, chi legge sempre umano è. L’errore e la confusione – a mio avviso – nascono quando si ritiene di avere l’unica ed indiscutibile interpretazione della “parola di Dio”. Se ovviamente leggiamo le scritture in modo simbolico, allegorico e comprendiamo che, come nasce lo scritto, sorge anche l’interpretazione, il significato che possiamo attribuire alle scritture è quello di “parole che ispirano”. Mentre la parola di Dio non si potrebbe perdere nella temporalità, la comunicazione umana deve comunque avvenire su supporti materiali. Quindi, dovremmo al limite dire che la scrittura rappresenta la “parola di Dio” tradotta per uno specifico popolo che vive in un determinato periodo storico. In questo modo, non saremmo portati a pensare che la parola di Dio sia un immutabile ed esclusivo possedimento di una ristretta cerchia di persone.
Insomma, le scritture vanno lette in modo allegorico e valutate con l’occhio della storia. Come insegna Jung, i miti e le parabole religiose sono di vitale importanza per l’uomo. Il problema è quando non sappiamo leggerli. Allora li sfruttiamo per fare del male, anziché utilizzarli per comprendere come possiamo tenere a freno le parti più meschine di noi stessi! Ci sentiamo pii solo perché andiamo in chiesa, perché leggiamo e sbandieriamo le scritture. In realtà, nessuno si può adagiare sulla certezza della fede:
21Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. 22Molti mi diranno in quel giorno: Signore, Signore, non abbiamo noi profetato nel tuo nome e cacciato demòni nel tuo nome e compiuto molti miracoli nel tuo nome? 23Io però dichiarerò loro: Non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi operatori di iniquità. Matteo 7,21-23

Non ci accorgiamo della palese contraddizione che incarniamo e così si crea la solita frattura tra essere ed apparire. Non solo, abbiamo creato un crepaccio anche tra essere e sapere: le persone sanno tantissimo, tuttavia non riescono a trasformare quella conoscenza in essenza. Immagazziniamo informazioni, eppure non sappiamo usarle: è questo il problema più grave della nostra civiltà.
In linea generale, nello sviluppo di una religione si tende sempre a sostituire la parabola con il dogma, la ricerca con la certezza, l’elevazione spirituale con il rito, la compassione con le leggi, la carità con la vanità. Per evitare travisamenti paradossali, occorrerebbe capire una solo cosa: le dottrine sono il mezzo e non il fine. Questo vale sia per gli intelligenti che per gli ingenui. Esse sono come una spazzola che pulisce le incrostazioni della nostra anima. Oppure possiamo vederle come la scala che ci permette di salire.
Ammettiamo che devo arrivare in cima ad un grattacielo, per entrare in una stanza che si trova sul piano più elevato. Senza scale sarebbe certamente impossibile arrivare lì su, con le mie sole forze. Però se salissi tutti i gradini, uno per uno, fino all’ultimo, e, alla fine, prima di entrare nella stanza mi fermassi sul pianerottolo, avrei faticato inutilmente. La dottrina è la scala, tuttavia il fine non è la scala. La scala mi permette di salire. La strada che percorro per arrivare in cima, mi trasforma. Non è il percorso stesso a contare, ma la trasformazione che la mia anima subisce durante il tragitto. Se necessario aggrappiamoci anche alla disciplina, camminiamo su dei binari che permettano di concentrarci sulla crescita, però dobbiamo almeno lasciare entrare qualcosa all’interno. Ma se camminiamo come degli zombi, e, seppur capendo in modo razionale, non lasciamo che ciò ci tocchi interiormente, allora nella stanza finale non riusciremo mai ad entrare: posso fare, dire, parlare, urlare, seguire centinaia di regole severe, leggere e scrivere i testi più complessi, sottopormi alle privazioni più dure, ma, senza coinvolgimento interiore, tutto è semplicemente un’inutile illusione o una fuga. La mèta finale è il raggiungimento di un stato interiore, che si manifesta all’esterno mediante il comportamento. Il credo ci aiuta, senza di esso a stento saliamo e rischiamo di perderci nel tragitto: la debolezza ed i vizi sono demoni molto forti. Se ci attacchiamo troppo alla legge, diventiamo scribi e farisei. Se siamo eccessivamente lascivi, rischiamo di cadere nell’edonismo e nel qualunquismo».
Marco: «Il problema è che la vera liberazione è per pochi: “Entrate per la porta stretta, poiché larga è la porta e spaziosa la via che mena alla perdizione, e molti son quelli che entrano per essa. Stretta invece è la porta ed angusta la via che mena alla vita, e pochi son quelli che la trovano” (Matteo 7:13-14)».
Nabla: «A pensarci bene, è vero che la porta è stretta, tuttavia il messaggio di Gesù tiene anche conto dei vari livelli di comprensione. Proprio perché i filosofi greci ritenevano che la felicità e la beatitudine fossero destinate a pochi, il Cristianesimo ha aperto la strada anche ai “non filosofi”, “ai non scienziati”. “La massa non sarà mai filosofa” – disse Platone. Per questo motivo, i pensatori greci svilupparono progressivamente l’idea che i più fossero uno strumento per permettere ai filosofi di realizzarsi. Al contrario, Gesù Cristo è sceso per le strade, in mezzo ai peccatori, ai semplici, alle persone che non avevano la possibilità di studiare: “Non sono venuto per i sani, ma per gli ammalati. Non sono venuto per i giusti ma per i peccatori”. Quindi non è venuto per Platone, ma per le persone comuni. Tutti devono avere la possibilità di vedere, anche le persone semplici che tendono a far coincidere la spiritualità con i miracoli e che non comprendono i problemi filosofici:
10Gli si avvicinarono allora i discepoli e gli dissero: «Perché parli loro in parabole?».
11Egli rispose: «Perché a voi è dato di conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. […] Per questo parlo loro in parabole: perché pur vedendo non vedono, e pur udendo non odono e non comprendono. 14 Matteo (13,10-13)
La salvezza dev’essere offerta a tutti, non è un privilegio di pochi uomini superiori. Il Cristianesimo autentico insegna ad apprezzare i valori all’uomo che sa comprenderli nel profondo. Le persone più semplici non hanno bisogno di capire, ma solo di mettere in pratica. Per di più, non è detto che un teologo geniale sia più degno di un credente ingenuo. Gesù Cristo ha insegnato che abbiamo una facoltà superiore alla ragione: il cuore. Gesù Cristo conosceva a fondo sia i misteri della ragione che del cuore, e per questo era il Figlio di Dio».
Marco: «La parabola è un insegnamento vivo ed in perenne movimento, non potrebbe mai ridursi ad un dogma, anzi, è proprio l’esatto contrario. I teologi dogmatici hanno pietrificato un processo di apprendimento che non ha nulla di statico. Essi hanno tentato di trasportare sul piano razionale, ciò che era scritto con la voce del sentimento e della fede. Ma la teologia deve servire il cuore. Se diventa un ragionamento arido, allora è pura speculazione fine a se stessa, utile solo a riempire tonnellate di carta e ad inorgoglire l’ego individualista».
Marco: «C’è anche da dire che, spesso, chi si dichiara fedele autentico di una religione è talvolta molto lontano dall’esserlo. L’apprendimento per imitazione e per assorbimento passivo di idee comporta dei rischi. Se l’animo viene plasmato da modelli, che permettono ai potenti di conseguire interessi politici, spacciandoli per messaggi divini, l’ingenuo li segue senza porsi domande».
Nabla: «Per questo non si può colpevolizzare la rivelazione profetica o divina, ma la turpitudine di quelli che riescono a sfruttare qualsiasi cosa a loro vantaggio».
Marco: «Riguardo ciò, ho recentemente visto un documentario in cui venivano illustrati i risultati di un’importante esperimento scientifico. Mi sono reso conto di come la specie umana sia legata all’apprendimento per semplice imitazione. Veniva addirittura dimostrato che le scimmie sanno discriminare e valutare in maniera migliore un insegnamento rispetto a dei bambini umani. In sintesi, l’esperimento era il seguente. Un uomo adulto mostrava ad una scimmia e ad un bambino come prendere del cibo in una scatola trasparente. Essendo la scatola trasparente, si notava facilmente che i primi gesti dell’insegnante erano inutili ai fini dell’ottenimento del cibo. In modo sorprendente, le scimmie saltavo le fasi inutili, compiendo soltanto l’azione necessaria a raccogliere il cibo dalla scatola. I bambini di 6-7 anni ripetevano, come degli automi, quello che aveva fatto l’insegnate, anche se le prime azioni erano palesemente inutili. Ciò dà l’idea di quanto l’essere umano sia forgiabile attraverso l’educazione sociale, scolastica e religiosa».
Marco: «Alla fine cadiamo sempre nel problema del rapporto tra chi educa e chi è educato».
Nabla: «O tra chi domina e chi è dominato. Ciò nondimeno, quando si tratta di spiritualità e religione starei attento a non adagiarmi su conclusioni prettamente scientifiche e razionali, nessuno sa con quale misterioso strumento può agire il divino. Sant’Agostino affermò che, per quanto i rappresentanti umani del verbo divino siano corrotti, c’è sempre un raggio di luce che riesce a far breccia nei cuori dei credenti».
Marco: «Spero sia vero».

Filosofia, Religione — ©Pensieri di nabladue
March 13, 2010

Ai posteri l’ardua sentenza?

Nabla: «È raro che accenda la televisione. Durante una degenza da influenza sono caduto nella tentazione di guardarla per qualche ora, tempo che è bastato per farmi inorridire».
Marco: «Come mai? Non ti piacciono le nuove veline?».
Nabla: «No, tutt’altro. Era un documentario».
Marco: «E allora? Cosa hai visto di così orribile?».
Nabla: «Un gaudente presentatore televisivo troneggiava su un tappeto di cadaveri, raccontando la storia di un carnefice, al cui confronto Attila sembra un bambina innocente. Il terribile mostro è Gengis Khan. Il suo impero, nel periodo di massima estensione, è stato il più vasto di tutti i tempi: andava dai confini dell’Asia all’Europa orientale. L’estensione temporale non ha avuto la stessa grandezza di quella spaziale: l’impero mongolo è durato solo per un breve periodo di tempo (dal 1206 al 1368) e si disintegrò a causa delle dispute tra i successori del Gran Khan.
Il mio terrore non è stato provocato dal presentatore stesso (ho sempre apprezzato i suoi programmi televisivi, è uno dei pochi che riesce a fare trasmissioni interessanti per un vasto pubblico) o dall’accurata ricostruzione storica, bensì dal modo in cui veniva qualificato il carnefice in questione: veniva definito “mito” .
La cosa che mi ha turbato è che questo “ideale suggestivo che trascina” non si accontentava di conquistare, ma aveva piacere nel distruggere. Il suo esercito non aveva pietà per nessuno, solo un’insaziabile sete di sangue. Una campagna militare nella ricca e progredita Pechino, in cui già era stato inventato un rudimentale ma elegante sismografo, in grado di determinare in modo approssimato l’epicentro di un terremoto, trasformava la città in “un cumulo di ossa”, come è stato detto nel documentario. In cinquanta anni di dominazione mongola, la popolazione cinese è passata da cento milioni a sessanta milioni. In pratica, il “mito”, dopo aver conquistato i territori di altre popolazioni, uccideva gli uomini e i bambini e violentava le donne! Era un uomo assetato di sangue, che non ha dato alcun contributo all’umanità, se non a riguardo delle tattiche militari; per alcuni, a quanto pare, è un mito».
Marco: «Però le vicende andrebbero interpretate storicamente. Indubbiamente, le civiltà dell’Europa di quei tempi non erano molto evolute sul piano etico».
Nabla: «Hai ragione, ma ti ricordo che già molti secoli prima la terra era stata solcata da personaggi come Buddha e Socrate. Per di più, in Europa viveva un certo San Francesco nello stesso periodo in cui Gengis Khan si dedicava con dedizione all’arte della crudeltà».
Marco: «In ogni caso lo storico non dovrebbe dare giudizi morali, ma soltanto descrivere».
Nabla: «Certo, ma la parola “mito” è eticamente neutra? Niente affatto, dà un valore positivo all’opera del personaggio leggendario. Insomma, questa mi sembra una mitizzazione del male!».
Marco: «Forse, nel documentario non veniva espresso il parere degli autori, ma è stato sottolineato che il popolo mongolo ha il mito di Gengis Khan».
Nabla: «Sì, allora è ancora più preoccupante. A questo punto non vorrei che tra mille anni nascesse un nuovo mito tedesco: un certo Adolf Hitler, grande condottiero e uomo politico che, nella prima metà del XX secolo, è riuscito a conquistare quasi tutta l’Europa in pochi anni».
Marco: «Il problema è che le persone devono trovare sempre qualcosa da venerare. In molte circostanze, non importata che l’oggetto di riverenza sia un sanguinario: è ciò che ha raggiunto ad averlo reso grande. Purtroppo, si dimentica il prezzo che altri hanno pagato affinché il mito prendesse forma».
Nabla: «Sono davvero i “miti” che fanno la storia o siamo vittime degli archetipi?».
Marco: «Secondo me siamo vittime degli archetipi. In verità, essi non sono i reali protagonisti; rappresentano solo un’idea in qualche modo consolatoria che, se presente, provocherebbe orrore, ma, in quanto passata e sepolta, diventa innocua, lontana, ideale e, dunque, ammirabile».
Nabla: «Infatti mi sono spesso meravigliato di come la storia che si studia a scuola sia scritta solamente da battaglie, guerre, morti e distruzioni, i cui personaggi principali sono soltanto i reggenti, gli eroi di guerra ed i ricchi. Il resto è un contorno che serve ai potenti per vivere il loro privilegio. Invece, la storia è fatta di persone comuni, da persone comuni. La rozzezza tende a farci porre l’accento sugli avvenimenti più sensazionalistici. Un po’ quello che succede quando guardiamo il telegiornale: sono l’eccezionalità e la crudeltà che fanno notizia. Il problema è che rischiamo di dimenticare tutto il resto. Se questo è ciò che sappiamo trasmettere, non dovremmo lamentarci quando gli adolescenti si lasciano vincere dal fascino della violenza. Gli antichi, sia in Oriente che in Occidente, avevano scoperto quanto lo sviluppo di determinati pensieri influisce direttamente sul comportamento e sulle azioni. In tal modo, noi aiutiamo i ragazzi a sviluppare “pensieri violenti” e, di conseguenza, gesti violenti. Non che bisogna tappargli gli occhi, intendiamoci, ma non dovremmo neanche erigere statue in onore di personaggi malvagi. Paradossalmente, nello stato ideale di Platone si cade nell’errore opposto, cioè quello di censurare le opere che palesano le parti oscure dell’animo umano, per mostrare solo esempi di virtù sublimi e divine. Ovviamente i due eccessi non rappresentano quello che è la reale natura umana. Ad ogni modo, come negli scritti di filosofi idealisti si esaltano solo le luci, nella cultura dominante, si tende troppo spesso ad enfatizzare gli aspetti peggiori dell’essere umano. Insomma, anziché cercare un’armonia tra gli elementi oscuri e quelli luminosi, si ha sempre la propensione a mostrare gli aspetti più cupi. Guardando la televisione di oggi (ed il teatro tragico di ieri) non possiamo negare questo fatto.
In conclusione, il pensiero ha un grande potere sul nostro modo di vivere e sulle nostre azioni. Si dice “siamo ciò che pensiamo”. La mente ha un’influenza enorme sulla vita dell’uomo, al punto che molte filosofie ritengono che il mondo si esaurisca nella stessa mente. Il modo in cui nutriamo la nostra mente influisce direttamente su noi stessi e sulle relazioni con gli altri. I pensieri sono come semi, stiamo attenti a quello che seminiamo».
Marco: «Siamo d’accordo».

Storia — ©Pensieri di nabladue
June 19, 2009

Religione e spiritualità

Marco: «Perché, secondo te, molti sentono il bisogno di avvicinarsi a delle filosofie spirituali?».
Nabla: «Chi intraprende una ricerca spirituale, spesso lo fa perché una o più crisi hanno travolto e tormentato la sua vita. Molti maestri sostengono che ciò è positivo: ”La crisi è stata una benedizione, ti ha spinto verso la ricerca” – “prima eri cieco, per questo sei entrato in crisi, ma ora, ora la luce ha illuminato la tua vita, puoi vedere ed essere felice”».
Marco: «Quindi sarebbe una specie di processo curativo che porta alla serenità?».
Nabla: «Partendo da ciò, vorrei gettare dei dubbi su questo tipo di visione. Nella mia recente esperienza ho notato che, in alcune circostanze, tendiamo a confondere patologie o disturbi psichici con offuscamento spirituale. Non parlo di gravi malattie, ma delle piccole “patologie della vita quotidiana”. Certamente, per arrivare ad intraprendere un percorso di elevazione del livello di coscienza, bisogna aver risolto le problematiche psichiche. Dunque, dove finisce la patologia, inizia la crescita spirituale. Oggi con le filosofie New Age, nate dalla fusione tra psicoterapia e metafisica, e con il modo occidentale di praticare lo yoga, si stanno confondendo questi due aspetti. La crescita spirituale viene spesso interpretata come raggiungimento di un benessere interiore (ed esteriore) e come processo di guarigione».
Marco: «In effetti, ho notato che anche molti testi di psicoterapia dichiarano apertamente o contengono l’assunto implicito “l’uomo è malato”. È paradossale che gli psicologi hanno iniziato criticando il peccato originale e, poi, alcuni di loro, ne hanno creato un altro».
Nabla: «Diciamo che, a pensarci meglio, probabilmente qualcosa di vero c’è. L’ambigua condizione esistenziale umana, ed il tentativo di fuggire nell’oblio, gettano l’uomo in uno stato semi-patologico. Per questo bisogna avere cura della propria anima, che rischia di essere afflitta dal peso della precaria condizione dell’esistenza. Lo psicoterapeuta, il filosofo, il maestro di yoga, sono figure che aiutano a mantenere la salute dell’anima. Così come ci prendiamo cura dei nostri denti e li laviamo tutti i giorni, anche la nostra psiche ha bisogno di cure ininterrotte. Siamo alla continua ricerca dell’equilibrio, che difficilmente diverrà stabile e perenne. Molto più probabilmente, tenderemo ad oscillare avanti ed indietro come fa una biglia lanciata in una conca. In conclusione, i due ambiti non sono mai completamente divisi, tuttavia si pone troppa enfasi sulla guarigione e, ancora peggio, si identifica il processo terapeutico con l’elevazione spirituale vera e propria. Credo invece che ci sia anche qualcosa in più. Per far capire meglio cosa intendo, è come se confondessimo le scuole elementari con l’università. Insomma, la crisi può anche andare bene se spinge alla ricerca, ma non basta. La ricerca deve essere fine a se stessa per alimentare una vera e propria “crescita spirituale”: cercare per il puro interesse di farlo, senza alcuno scopo. Le cose che ci dovrebbero accompagnare in questo viaggio sono: amore disinteressato per la verità, il coraggio di abbattere le illusioni, la consapevolezza, la capacità di meravigliarci, la fiducia e la tenacia. Quando mettiamo in campo questi fattori iniziamo a percorrere la strada che ci conduce verso la trascendenza».
Marco: «Cosa è la trascendenza? Non mi dire che credi agli spettri che fanno miracoli?».
Nabla: «I miracoli spesso sono fantasie. Ci sono coloro che si definiscono spirituali, e che identificano la spiritualità con avvenimenti paranormali. Essi confondo i “fenomeni da baraccone” con la spiritualità. Sono sempre alla ricerca di extraterrestri, qui sulla terra. Riconosci questa tipologia di persone dal fatto che non provano vergogna nello stravolgere e nel maltrattare le idee della scienza e la ragione stessa. Generalmente questo tipo di credenze è la manifestazione di un materialismo latente. Infatti, lo spirito si reggerebbe anche senza celebrazioni materiali. Però, alcuni, seppur sono animati dalle più buone intenzioni, non riescono a concepire pienamente la spiritualità.
In sintesi, il mondo è pieno di illusionisti e prede da illudere, ma il miracolo in sé non posso escluderlo completamente. D’altronde, la nostra stessa esistenza è un miracolo».
Marco: «È vero, ed è meraviglioso quanto inquietante. Se mi concentro a fondo, non riesco mai a trattenere il pensiero sul mistero della vita».
Nabla: «Però, il miracolo reale mi spaventerebbe, non è qualcosa che sono disposto ad accettare a cuor leggero. Lo stesso vale per le visioni mistiche. C’è chi dice che sono una forma di schizofrenia. In qualche caso sicuramente lo sono, ma non si può ridurre la complessità di tale fenomeno ad una patologia psichica. In questo senso, c’è una grande distinzione tra il santo, che ha visioni mistiche e lo schizofrenico: la continuità della personalità. La schizofrenia è caratterizzata dalla persistenza di stati di alterazione del pensiero, del comportamento e dell’emozione, con una gravità tale da limitare le normali attività della persona. Invece, i maestri illuminati e i santi non solo svolgono le incombenze quotidiane, ma lo fanno anche meglio degli altri. Per di più, raggiungono livelli di consapevolezza inimmaginabili per gli individui che si considerano razionali e realisti. Chi ha la saggezza di Socrate? Chi la luminosità e la forza del Buddha? Chi saprebbe scrivere le poesie di San Francesco? Francesco, con il Cantico delle creature, è riconosciuto come l’iniziatore della tradizione letteraria italiana. Queste persone vedono al di là delle nostre prospettive e non al di sotto, come fanno gli schizofrenici».
Marco: «Allora non capisco bene la tua posizione. In maniera semplice e chiara, dimmi cosa intendi per spiritualità?».
Nabla: «Spiritualità è la ricerca della infinitesimale goccia divina che è in noi e nel mondo che ci circonda. Ma se dovessimo togliere anche la parola “divino”, la definirei come ricchezza interiore. A questo punto penso che bisogna stare alla larga da un atteggiamento limitante: essere chiusi mentalmente, e, perciò, non lasciare spazio al mistero. Infatti, anche se non so cosa significhino alcuni strani atteggiamenti, e non comprendo certi scritti enigmatici, voglio cercare di capire. Solo in questo modo ho la possibilità di conoscere, e, quindi, di scegliere. Se non faccio uno sforzo, ma liquido superficialmente delle idee, che forse non possono essere comprese immediatamente, mi sono autoescluso dalla possibilità di acquisire preziose ricchezze».
Marco: «Scusa se ti interrompo, ma vorrei sapere se, a tuo avviso, spiritualità e religione coincidono».
Nabla: «Non sempre, la spiritualità non si riduce alla religione. Di conseguenza, anche se sembra un paradosso, si può essere spirituali, senza necessariamente aderire ad un credo. D’altro canto, quando la fede è autentica diventa una grandissima fonte di ispirazione e una guida preziosa. Ma aderire ad un credo corrotto può essere anche d’impaccio all’elevazione spirituale. E comunque, le parole e la faziosità non bastano: è più di ogni altra cosa il comportamento e la trasformazione interiore che fanno l’animo elevato».

Dove finiscono la paura , l’oppio dei popoli, l’ ingenuità e dove inizia la vera spiritualità? I due aspetti possono essere completamente separati ?

Filosofia — ©Pensieri di nabladue
May 3, 2009

Prima o poi bisogna parlarne…

Aldo: «È raro sentire un giovane parlare di questo argomento in modo sereno».
Nabla: «Ignorare la morte significherebbe ignorare anche la vita. Vivere e morire sono le due facce dell’esistenza, se non ci fosse una, non ci sarebbe l’altra. È questo alternarsi che nutre la vita stessa: la vita si ciba della vita».
Aldo: «Sai che ho sempre pensato?».
Nabla: «Cosa?».
Aldo: «Che senza la morte, tutte le filosofie e le religioni che conosciamo (ma anche le arti e la poesia ) non esisterebbero».
Nabla: «Non lo so, ma sicuramente sarebbero profondamente diverse».
Aldo: «Nonostante alcuni lo neghino, ritengo che non ci sia essere umano “pensante” che non tema la morte. In definitiva, l’uomo, prendendo coscienza della sua esistenza nel tempo, si è aperto una voragine verso l’inquietudine. È inutile che ci giriamo intorno, la temporalità ci angoscia, ci fa sentire impotenti. Per di più, la coscienza della finitezza e la paura della morte, lavorano non solo a livello conscio, ma riempiono di negatività anche il grande ed evanescente serbatoio del subconscio. E, a quel punto, non riusciamo più a distinguere da dove derivano le nostre paure, le ansie, le problematiche interiori. Anche il grande terrore della fine viene gettato nel torbido “calderone” dell’oblio subcosciente. Esso sembra inesistente a livello conscio, ma il suo riflesso è pronto a colpirci quando meno ce lo aspettiamo. Spesso non sappiamo da dove e perché ci arriva un colpo, e magari è proprio da lei, dalla signora in nero, che prima di prenderci ci spaventa con la sua ombra terrificante».
Nabla: «Il paradosso è che la paura della temporalità ci rende ancora più vittime del tempo: la nostra limitatezza ci porta a bruciare il momento, a non viverlo: esso passa e neanche ce ne accorgiamo. Invece di rallentarlo, lo acceleriamo. Anziché viverlo, lo inghiottiamo. Non ci saziamo con nulla e diventiamo sempre più ingordi. Siamo assetati di esperienze, le cerchiamo continuamente e in modo ossessivo: neanche arrivano che già stanno per uscire, mentre noi siamo già pronti per una nuova insaziabile ricerca. E allora l’ansia si trasforma in vera e propria angoscia. La vita diventa un treno in cui non possiamo far altro che stare accanto al finestrino lasciandoci sfiorare dai momenti che passano e non tornano più. Sappiamo che abbiamo poco tempo. Ma proprio perché ne abbiamo poco, tendiamo a bruciarlo ed, inevitabilmente, il tempo si contrae ancora di più. E allora sentiamo di non avere abbastanza tempo, ne ricerchiamo ancora, lo viviamo con inquietudine e il paradosso lo contrae ulteriormente, entrando in un ciclo pericoloso.
Abbiamo già detto che la filosofia, le religioni e la produzione letteraria ed artistica nascono spesso dalla sofferenza. In uno stato di pace e quiete assoluta l’ispirazione viene meno. La condizione atarassica chiude l’uomo nella sua serenità. Invece, i filosofi, i poeti e i mistici cercano di esprimere un senso di ribellione, ma anche di accettazione dello stato di cose. “Tutto è sofferenza” – afferma Buddha – e aggiunge “esiste la malattia, esiste la morte” e Socrate gli fa da eco “la vita del saggio non è che una lunga preparazione alla morte”. E il saggio ci prepara proprio alla morte, insegnandoci a saper morire come uomini. Ci fa morire come uomini, ma promette di darci una nuova esistenza e di trasformarci in un essere che non teme la fine, perché ha perfettamente compreso e accettato l’illusione della vita e della morte. Una volta capita e smascherata, anche lei rivela la sua vulnerabilità e non può farci più del male. La vita e la morte fanno intrinsecamente parte della nostra esistenza, che ci piaccia o no. Quindi è meglio imparare a capire questa inseparabile coppia per cercare di “accettare le cose così come sono” e per vincere anche l’ultimo nemico».
Aldo: «Anche loro si illudono” – gridano i pessimisti e – aggiungono – “la filosofia della liberazione e le religioni sono un’altra forma d’illusione. Esiste solo il nulla, e le nostre vite sono basate su questo: il nulla ci genera, il nulla ci inghiotte. E allora, che fare? Fuggire. Fingere di non sapere. No, lo abbiamo detto: ignorare la morte significa ignorare anche la vita».
Nabla: «Ma come ci si può difendere dalla morte?».
Aldo: «Per prima cosa, bisogna distinguere la nostra morte da quella delle persone che conosciamo. La perdita di persone a cui siamo molto legate ci causa molta sofferenza. Questo è il colpo più duro che ci può dare la morte. Quando amiamo qualcuno e non lo possiamo più vedere, ne soffriamo infinitamente. Per questo non c’è rimedio, bisogna tollerare e farci forti. Imparare ad accettare la vita per quello che è: amare con cuore aperto, ma non attaccarsi eccessivamente alle persone, per quanto fondamentali possano essere nelle nostre vite, è un buon compromesso tra la rinuncia agli affetti e la dipendenza completa. Molto spesso pensiamo che i nostri cari siano immortali. La morte degli affetti è uno di quegli avvenimenti che riteniamo non ci debba mai sfiorare. In realtà capiterà a tutti. Nel nostro profondo ci convinciamo che non debba mai succedere a noi, e non facciamo nulla per prepararci, semplicemente ignoriamo l’ ”ineluttabile eventualità”. Ovviamente non siamo pietre. È normale soffrire intensamente quando una persona che vorremmo per sempre al nostro fianco, viene a mancare. L’errore (o meglio la comprensibile debolezza) sta nell’aggiungere all’inevitabile tormento, alla tristezza che fatalmente ci afferra durante la fase di accettazione del lutto, l’ostinazione a non accettare la morte. In questo modo, aggiungiamo sofferenza su sofferenza. Il dispiacere supplementare è causato dall’illusione che si possa ignorare una straziante e dolorosa verità, ma non riguarda la perdita in se stessa. Se siamo consapevoli che primo o poi debba accadere, perlomeno ci muoviamo su un piano più autentico e saremo sì sommersi dalla tristezza, tuttavia non ci crollerà il mondo addosso: una volta digerito il lutto, la vita potrà assumere ancora nuovi significati; sicuramente sarà diversa, però non perderà il suo valore.
Per quanto riguarda la nostra morte, essa è qualcosa che non conosciamo e che non potremo mai conoscere e, dunque, ci spaventa. Allo stesso modo ci atterrisce il fatto di esistere e, poi, scomparire nel nulla, come se non avessimo mai compiuto il viaggio nel mare della vita. Ciò nonostante, potrei chiederti: ti spaventi quando dormi profondamente senza sognare?».
Nabla: «No, per nulla; non me ne rendo conto».
Aldo: «Soffri?».
Nabla: «No».
Aldo: «Sei cosciente di non esistere?».
Nabla: «No».
Aldo: «Senti qualcosa?».
Nabla: «No».
Aldo: «E allora muori tutte le notti senza né lamentarti né soffrire, a maggior ragione non soffrirai dopo l’ultimo sonno profondo».
Nabla: «Il problema non è nella sofferenza. La morte non è sofferenza. La paura è nella coscienza del passaggio dall’essere al non essere: avere la coscienza di esistere, ma allo stesso tempo sapere che in futuro non si esisterà più. Questo fa male, è doloroso».
Aldo: «L’errore è proprio nel considerare il passaggio dall’essere al non essere. Perché l’uomo non è mai nessuno dei due, è sempre essere e non essere sia nella vita che nella morte. In altre parole, durante la vita l’uomo è essere in atto, ma è anche “non essere” in potenza, perché sa che l’evoluzione del suo essere porta al non essere (nulla-fine-morte). Da questa dicotomia esistenziale ci sono due modi per uscire:
accettare la propria condizione di mortale, assaporando il tempo nel modo migliore possibile e senza attaccarsi troppo alla vita. Non rimanere paralizzati di fronte alla fine, ma neanche vivere come se non ci fosse una fine. Accettare le cose come sono non significa ignorarle, ma comprenderle veramente e vivere in un modo diverso da quello dell’inconsapevole e del timoroso. Vivere nel tempo, senza consumare ogni momento come se fosse l’ultimo. Anziché divorare il momento, bisogna assaporarlo lentamente, farlo proprio, renderlo eterno. Respirare, bisogna imparare a respirare. Bisogna imparare a trattenere il fiato. A camminare, a correre e ad accelerare. Bisogna imparare a fermarsi, a riflettere, a rallentare, a ripartire e, poi, a fermarsi nuovamente. Seguire il flusso della vita senza farsi fagocitare da essa, non dimenticandoci mai della preparazione all’ultimo ostacolo che la vita irrimediabilmente ci pone di fronte. In sostanza, non dovremmo né aspettare apaticamente né correre velocemente verso la fine. Vivere con consapevolezza, cercando di conoscere se stessi per realizzare quella missione che ognuno di noi è chiamato a compiere con la sua stessa esistenza. Ognuno diverso, ma tutti alla ricerca del vero sé, di quello che renda la nostra vita unica ed irripetibile, che la trasformi in una esistenza che valga la pena di essere vissuta. E se non ci riusciamo? Ce la prendiamo con qualcuno? Con la morte? Con un dio ? Con il corpo? Con il Karma? Con la natura? No, dipende anche da noi stessi. Non rifugiamoci in esegesi religiose errate che promettono la vita eterna e regalano una morte prematura. In metafisiche che promettono la libertà, ma ci incatenano con catene più possenti. Non scappiamo nel nulla, nell’indifferenza, nell’apatia o nella nevrosi. Rendiamoci realmente liberi di scegliere quello che è meglio per noi. Quando sappiamo che abbiamo vissuto secondo ciò che siamo, abbiamo fatto un lungo passo verso l’accettazione della fine:

“Sì come una giornata bene spesa dà lieto dormire, così una vita bene usata dà lieto morire” (Leonardo da Vinci)

Oppure possiamo rifugiarci nell’atteggiamento che ha da sempre caratterizzato l’uomo: la tensione verso l’infinito. La brama di infinito si è sempre manifestata in diverse forme: nel desiderio di avere figli, nell’ambizione di compiere opere immortali, nell’aspirazione ad essere riconosciuto e ricordato per sempre. Tuttavia, l’uomo può anche tentare di percorrere le vie più dirette ed elevate: quelle che conducono al divino. Egli può avvicinarsi direttamente a Dio, oppure può perseguire l’elevazione dello spirito fino ai limiti del divino. Il tentativo di congiungimento (ricongiungimento per molti) con l’Infinito permette all’essere umano di uscire dallo stato di mortalità e limitatezza in cui è condannato sulla terra. Le religioni e le filosofie mistiche offrono il dono dell’immortalità e la liberazione.
Bisogna riconoscere che l’uomo, per sua natura, anela al ricongiungimento con l’Infinito. La sete d’infinito non può essere spenta in alcun modo. Se non siamo disposti ad accettare d’inseguire l’Assoluto, rischiamo di cadere in altre trappole che mascherano la brama di Infinito: nichilismo, amori ossessivi, culto della lussuria, dei beni materiali, o del vino. Queste, ed altre forme di venerazione mondane e non, sono una manifestazione di tale tensione. In altre parole, quando scegliamo un qualsiasi oggetto di culto, rischiamo di dare un valore infinito a cose che in realtà sono impermanenti e finite. Tale atteggiamento ci causa molta sofferenza perché vediamo mobilità e finitudine dove vorremmo vedere staticità e illimitatezza. Se ci attacchiamo ad un oggetto di venerazione sbagliato, iniziano a sorgere grossi problemi: non vediamo più; l’illusione ci offusca, smarriamo la strada. Oggi c’è chi si spaventa sentendo la parola “Dio”; poi, però, gli stessi sono pronti a venerare i beni materiali, il sesso, la lussuria, i divi, i dittatori, il potere, i soldi. Non sono tutte forme di religione? Dietro la maschera dell’attrazione fatale per questi oggetti di culto si nasconde l’innata tendenza dell’uomo a muoversi verso l’Infinito, Dio: l’unità che unisce il conoscibile, l’ignoto e il perché.
L’estasi mistica e religiosa si ottiene sulla base della realizzazione di uno stato spirituale che permette di raggiungere una capienza psichica tale da poter accogliere l’infinito. In altre parole, si tratta di un sentimento di indissolubile legame, di immedesimazione con la totalità del mondo esterno, ossia della perdita del sé egoista in un senso della eternità, in qualcosa di illimitato, di sconfinato, che diventa tutt’uno con l’essere spirituale dell’interiorità.
Ovviamente, non è in questo dialogo che mi propongo di dare una nuova teologia, l’unico umile messaggio che vorrei consegnarti è “rendiamoci consapevoli che la tensione verso l’Infinito è una necessità iscritta nel codice umano, così saremo liberi di riconoscere il Dio che merita tale e grande nome.” La brama d’infinito è una tensione troppo grande da soffocare. Non dobbiamo pensare che sia un fardello, in realtà, è un dono. Partendo da noi stessi e dall’accettazione della vita, essendo consapevoli che la morte, in qualsiasi caso, porta con sé una qualche perdita, allora potremmo avere una fede autentica. Quando la fede è vera, non dà comode risposte e non possiamo usarla per far del male a noi stessi e agli altri.
La vita stessa è un mistero. Dal punto di vista razionale, non è stata né dimostrata né smentita l’esistenza di alcunché. Se siamo disposti ad aprire gli occhi vedremmo che Dio è chiamato in modi diversi, ma il significato simbolico è sempre lo stesso. Che dietro i simboli astratti ci siano delle essenze dotate di essere non è stato né dimostrato né smentito in modo scientifico-razionale. Questo è il re dei problemi filosofici. Tutto il resto non è che una riproposizione di tale enigma. Chi pensa di sapere con certezza come andrà a finire, è altrettanto ingenuo di chi è convinto di conoscere come è iniziata. Il credere autentico ha gli stessi diritti sul piano razionale del non credere autentico. Ognuno si salvi come può, non è conoscere, ma comprendere; non è capire, ma intuire; non è certezza ma sensazione; non è ragione, ma cuore.

Aforismi sulla morte

“Ci sono persone che hanno vissuto con ritmo, che hanno completato il ciclo dell’esistenza passando dall’infuriare della giovinezza alle solide conquiste della maturità e al quieto e pacifico declino verso la morte. La gente di questo genere non teme la morte né lotta per sfuggirla giacché la vita è sempre stata completa, realizzata come un’opera d’arte. Non hanno mai temuto né negato la vita. Non accettano la morte per stanchezza o disperazione ma l’accettano perché hanno compiuto il ciclo con compiuta soddisfazione. Quanti ne sono rimasti al giorno d’oggi? ”. (Louis Bromfield)

“Anche se non hanno voce, i morti vivono. Non esiste la morte di un individuo. La morte è una cosa universale. Anche dopo morti dobbiamo sempre rimanere desti, dobbiamo giorno per giorno prendere le nostre decisioni”. (Shôhei Ôoka)

“Due morti hanno plasmato in gran parte la sensibilità occidentale. Due casi di pena capitale, di omicidio giudiziario determinano i nostri riflessi religiosi, filosofici e politici. Sono due morti a governare la percezione etafisica e politica che abbiamo noi stessi: quella di Socrate e quella di Cristo. Siamo tuttora figli di quelle morti”. (George Steiner)

“La morte di un uomo è meno affar suo che di chi gli sopravvive.” (Thomas Mann)

“La morte è l’una o l’altra di due cose. O è un annullamento e i morti non hanno coscienza di nulla; o, come ci vien detto, è veramente un cambiamento, una migrazione dell’anima da un luogo ad un altro”. (Socrate)

“La morte è l’unica cosa che riesce a spaventarmi. La detesto perché oggi si può sopravvivere a tutto tranne che a lei. La morte e la volgarità sono le uniche due realtà che il diciannovesimo secolo non è riuscito a spiegare”. (Oscar Wilde)

“Confronto alla morte, l’amore è una faticosa faccenda infantile, sebbene gli uomini credano più nell’amore che nella morte”. (Mario Puzo)

“La morte è più forte dell’amore, è una sfida all’esistenza”. (Émile Zola)

“La nostra morte non è una fine se possiamo vivere nei nostri figli e nella giovane generazione. Perché essi sono noi: i nostri corpi non sono che le foglie appassite sull’albero della vita”. (Albert Einstein)

“La morte è senza mistero, come la vita. È una necessità: poiché è necessario vivere”. (Curzio Malaparte)

“La morte vera è la separazione da Dio e questa è intollerabile; la morte vera è la non fede, la non speranza, il non amore”. (Carlo Carretto)

“La morte si sconta vivendo”. (Giuseppe Ungaretti)

“Morire è l’ultima cosa che farò”. (Roberto Benigni)

“O ciechi, il tanto affaticar che giova? | Tutti torniamo a la grande madre antica, | E il nome nostro a pena si ritrova”. (Francesco Petrarca)

“Due cose belle ha il mondo: amore e morte”. (Giacomo Leopardi)

“A morte ‘o ssaje ched’é?…è una livella”. (Totò – A livella)

“Fui pervaso fin nel più profondo del cuore dal sentimento dell’impermanenza di tutte le cose che mi era stato trasmesso da mia madre. La vita umana era effimera come i petali avvizziti, spazzati via dal vento. La nozione buddhista dell’impermanenza (mujo) faceva parte del mio essere più intimo. Niente nell’universo intero può resistere al tempo. Tutto ne viene travolto, tutto è condannato a scomparire o a mutare. Anche lo spirito, come la materia, è chiamato a trasformarsi, senza mai poter raggiungere la permanenza. Per questo l’uomo è costretto ad avanzare in solitudine, senza alcun appoggio stabile. Come è detto nello Shodoka, neppure la morte, che lascia ciascuno solo nella sua bara, è definitiva. Soltanto l’impermanenza è reale”. ( Taïsen Deshimaru, “Autobiografia di un monaco zen”)

“Tu, invece, preparati ogni giorno a lasciare serenamente questa vita a cui tanti si avvinghiano e si aggrappano, come chi è trascinato via dalla corrente si aggrappa ai rovi e alle rocce. I più ondeggiano infelici tra il timore della morte e le angosce della vita: non vogliono vivere, né sanno morire. Abbandona ogni preoccupazione per la tua esistenza e te la renderai piacevole. Possedere un bene non serve a niente se non si è pronti a perderlo”. (Seneca)

“… abituati a pensare che la morte non costituisce nulla per noi, dal momento che il godere e il soffrire sono entrambi nel sentire, e la morte altro non è che la sua assenza. L’esatta coscienza che la morte non significa nulla per noi rende godibile la mortalità della vita, senza l’inganno del tempo infinito che è indotto dal desiderio dell’immortalità.
Non esiste nulla di terribile nella vita per chi davvero sappia che nulla c’è da temere nel non vivere più. Perciò è sciocco chi sostiene di aver paura della morte, non tanto perché il suo arrivo lo farà soffrire, ma in quanto l’affligge la sua continua attesa. Ciò che una volta presente non ci turba, stoltamente atteso ci fa impazzire.
La morte, il più atroce dunque di tutti i mali, non esiste per noi. Quando noi viviamo la morte non c’è, quando c’è lei non ci siamo noi. Non è nulla né per i vivi né per i morti. Per i vivi non c’è, i morti non sono più. Invece la gente ora fugge la morte come il peggior male, ora la invoca come requie ai mali che vive. Il vero saggio, come non gli dispiace vivere, così non teme di non vivere più. La vita per lui non è un male, né è un male il non vivere. Ma come dei cibi sceglie i migliori, non la quantità, così non il tempo più lungo si gode, ma il più dolce”. (Epicuro)

Uomo e società — ©Pensieri di nabladue
April 18, 2009

Ma dove sono finiti i maestri?

“Maestro” – “Come scusi? Si dice Professore!”

Fin dalle scuole medie insegnano a disprezzare la parola “maestro”. Uno degli avvenimenti che face arrabbiare molto un mio professore delle scuole medie, fu quello di essere stato invocato in quel modo spregiativo. Al contrario – secondo me – senza maestri l’istruzione non può funzionare. Sembra una questione di inutili polemiche sulle parole, ma – in realtà – è un sintomo del distacco che, chi insegna – spesso – tende a stabilire nei confronti degli studenti.
Per curiosità, ho effettuato una piccola ricerca etimologica. Professore viene da professòrem che deriva da profèssum, participio passato di profitèri che significa dichiarare pubblicamente, professare, insegnare. Mi fa venire in mente un insegnante che professa e degli ascoltatori che ricevono la profezia. Andiamo a vedere maestro. Deriva da Magister, ed ha la stessa radice mag di magis, magnus che significa grande. Senza entrare nei dettagli, con il suffisso “Ter” diventa: il più grande, il maggiore.
Quindi indicava il più grande esperto di un’arte, una scienza, un’attività.
Lasciando le questioni etimologiche, che in ogni caso ci danno l’idea di un cambiamento nel valore che le pedine subiscono nella scacchiera della società, vorrei evidenziare che il Maestro è qualcosa di più rispetto ad un professore.

Questo qualcosa in più è dato dal rapporto umano. Dal saper costituire una guida, al di là degli insegnamenti prettamente scolastici. Soprattutto, deriva dal conoscere se stessi e dal porsi come esempio nella conoscenza del sé. Il maestro, in quanto ha realizzato pienamente la sua esistenza, facendo ciò per cui è nato e nel modo migliore, si pone come “exemplum” per gli allievi.
Il vero maestro è colui che trasmette la passione per un’arte o per una scienza con la sua semplice presenza. E con questo riesce a trasmettere anche l’importanza fondamentale del fare ciò per cui siamo nati, coltivando le nostre passioni e le nostre inclinazioni. Infatti, quando il lavoro non è passione, ma semplice esecuzione meccanica, diventa alienante e – invece di nobilitare – abbrutisce.

Nella Grecia antica, una componente fondamentale della “scuola” era l’amicizia, che si veniva ad instaurare all’interno del gruppo.
Tralasciando l’aspetto erotico-sessuale che faceva parte del rapporto maestro-allievo (in cui si cade in nell’eccesso opposto del distacco), l’amicizia e l’amore avevano un ruolo importante nell’insegnamento. Questo perché l’amore e l’amicizia, servono proprio a rompere il distacco, aprono nei confronti degli altri, creano fiducia.
Infatti, l’amore spezza ogni vincolo e limitazione, aprendo la mente della persona, riempiendola di stima e fede nei confronti del maestro. Il discente diventa come spugna pronta ad assorbire l’acqua della conoscenza che il maestro lascia cadere per terra. In termini junghiani,anche nella psicoanalisi, l’innamoramento del paziente può giocare un ruolo importante nella guarigione. L’allievo è come un paziente che deve guarire dalla sua ignoranza.

Inoltre, il fattore più importante è quello di saper trasmettere la passione per una disciplina o per un’arte. Purtroppo, ho dovuto constatare che – spesso – chi insegna non riesce a trasmettere l’amore per la sua arte non per incapacità, ma addirittura perché non ama realmente ciò che insegna.
Perché occupa quel posto? I motivi possono essere tanti. Più di tutto, nel nostro paese, dove spesso le posizioni non si occupano per via dei meriti, ma grazie a circostanze esterne, si ha un alto numero di persone che occupano una posizione solo per via del caso.

Un altro male dei nostri tempi, è la ferma convinzione che chi insegna non abbia più nulla da imparare. Infatti, in molte discipline, chi insegna – arrivato ad un certo livello di conoscenza e padronanza della sua arte – smette di approfondire e imparare. Questo può essere dovuto a due fattori principalmente:

1) Presunzione. La persona ritiene di non aver nulla. A maggior ragione, ritiene di non aver nulla da imparare dagli allievi. Tale ideologia tende ad innalzare ancora di più il muro che c’è tra docente e discente.Alcune volte – per orgoglio – gli insegnanti ostacolano addirittura gli allievi più bravi. Per portare un esempio, basti ricordare che Einstein non ottenne neanche un dottorato di ricerca dopo essersi laureato. In realtà, anche chi insegna ha sempre da imparare. Bisognerebbe che alcune persone scendessero dal piedistallo e si mettessero in cerchio insieme agli allievi, poiché perfino il maestro dovrebbe sempre rimanere anche un po’ allievo.

2) Smania di guadagno monetario. Una volta ottenuto il compenso,invece di pensare al proprio miglioramento, ci si adagia su una tranquillità economica e non si cerca di affinare la propria preparazione. Non si ha il coraggio o la voglia di ridurre temporaneamente il lavoro, per riprendere lo studio o la formazione. Nell’ Università italiana i programmi di studio sono sempre obsoleti e, spesso, i professori – non avendo mai lavorato e non essendosi mai aggiornati – ripropongono quello che hanno studiato loro all’università. In Italia, molte persone dicono “Va bene, ma l’Università serve per darti le basi, poi il resto lo fai sul lavoro” . Non è assolutamente vero.
Primo, perché sul lavoro nessuno è disposto ad insegnare. Secondo, perché mentre un americano esce dall’università (a 22 anni) con le basi e perfettamente aggiornato sulle ultime evoluzione della sua specializzazione, lo studente italiano deve praticamente ricominciare da capo. Prendete materie come l’informatica o l’elettronica che sono in continua evoluzione. La dinamicità di alcune discipline contrasta con la staticità di molti professori che rimangono mummificati al tempo della loro laurea.

3) Nella società dell’apparenza, a volte, i docenti – soprattutto in ambito professionale- vengono scelti non in base alla preparazione, ma in base alle capacità comunicative e di parlare in pubblico. Giovani rampanti che parlano molto bene nella forma, con voci da teatro, atteggiamenti carismatici, ma saranno altrettanti bravi nella sostanza?
“Le persone si annoiano quando ascoltano un corso, ogni mezz’ora è bene mettere delle donne nude” – mi disse una volta una persona che insegnava a degli ufficiali. Per prima cosa, mi piacerebbe sapere se la platea fosse femminile quale sarebbe l’immagine per ridestare le coscienze delle allieve. Secondo, mi chiedo se l’insegnante debba insegnare o fare il presentatore.

Tralasciando la questione specifica del nostro paese,il non avere maestri è un fatto gravissimo, e un grosso fardello per la società. Se non vogliamo che la mediocrità ci avvolga, sarebbe opportuno dare spazio e coltivare dei veri maestri.

Uomo e società — ©Pensieri di nabladue
February 28, 2009

La Bibbia è il libro di Dio?

Ho spesso ammirato la figura di Gesù Cristo così come la dipingono i Vangeli. Non si può mettere in dubbio che i Vangeli abbiano ispirato molti santi. Forse, hanno anche aiutato alcune persone a diventare più tolleranti,più aperte verso il prossimo. Parlano di un Gesù buono, caritatevole,che non fa distinzioni su basi etniche o sociali. Egli parla con la prostituta, come con il re: considera tutti gli uomini uguali tra loro. Ritiene le ricchezze spirituali di grande valore e scredita quelle materiali. È il padre dell’amore universale. Difende la giustizia,perdona,è compassionevole.
D’altro canto, vorrei dire perché spesso dubito che la Bibbia sia il libro di Dio.

Prima di tutto, sebbene ci siano parti del Vangelo che educano e spingono alla santità, ci sono alcuni passi del Nuovo Testamento che creano un certo imbarazzo (per non parlare di altri che sono nel Vecchio).

Ci sono stati dotti che hanno passato decenni a studiare ed interpretare le Sacre Scritture. Praticamente, durante tutto il medioevo, non c’era uomo di cultura che non dedicasse la vita alla risoluzione degli enigmi interpretativi della Bibbia. I problemi sono stati risolti? Siamo giunti ad una visione e ad una interpretazione unitarie?

No, anzi, le divisioni sono aumentate. Assodato che non ho neanche una goccia delle capacità e dell’intelligenza di queste persone che,oltretutto, hanno dedicato la vita allo studio della Bibbia, sarei ancora più sciocco se tentassi di dare un’ interpretazione definitiva. Piuttosto, dato che lo ritengo impossibile, voglio cercare di capire, a partire da questa convinzione, che uso dovremmo fare del libro dei libri.
Penso che sarebbe bello far nascere una discussione serena e franca anche con i credenti che, per onestà nei confronti della loro fede, dovrebbero quantomeno prendere in esame le mie considerazioni. Dunque, esprimo le mie opinioni in modo schematico e laconico per non perdermi in ricerche di stile o in orazioni retoriche:

1) Dio non è in alcun libro. Il libro può essere il ponte che ci fa attraversare la vallata,ma l’altro tratto di strada dobbiamo percorrerlo noi.

2) Il Dio delle Bibbia è un Dio troppo umano. Si arrabbia, punisce, impermalisce, cambia idea, è contraddittorio,parla una lingua umana.

12La mattina seguente, mentre uscivano da Betània, ebbe fame. 13E avendo visto di lontano un fico che aveva delle foglie, si avvicinò per vedere se mai vi trovasse qualche cosa; ma giuntovi sotto, non trovò altro che foglie. Non era infatti quella la stagione dei fichi. 14E gli disse: “Nessuno possa mai più mangiare i tuoi frutti”. E i discepoli l’udirono.
….
20La mattina seguente, passando, videro il fico seccato fin dalle radici. 21Allora Pietro, ricordatosi, gli disse: “Maestro, guarda: il fico che hai maledetto si è seccato”. 22Gesù allora disse loro: “Abbiate fede in Dio! 23In verità vi dico: chi dicesse a questo monte: Lèvati e gettati nel mare, senza dubitare in cuor suo ma credendo che quanto dice avverrà, ciò gli sarà accordato. 24Per questo vi dico: tutto quello che domandate nella preghiera, abbiate fede di averlo ottenuto e vi sarà accordato. 25Quando vi mettete a pregare, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate, perché anche il Padre vostro che è nei cieli perdoni a voi i vostri peccati”. 26.

Marco

Questo passo è un esempio di come, in poche righe, ci sia una maledizione ingiustificata e una contraddizione enorme.
Perché Dio dovrebbe arrabbiarsi se un fico, la cui natura è quella di dare frutti solo in una stagione, non ha i frutti che Dio desidera nello stesso momento in cui il fico non può averli?
E allora, è meglio estirpare il fico che non può dare frutti. Se questi frutti sono la fede e il fico è chi non crede, rendiamoci conto della pericolosità di questo passo. In sintonia con questo,il nostro poeta Dante Alighieri, che ritengo sia uno dei più grandi interpreti della Bibbia, non apre le porte del paradiso a chi nacque prima di Gesù: non importa che il frutto della fede non poteva essere colto, le Scritture ci dicono che l’infedele è comunque colpevole. La loro colpa è quella di essere semplicemente nati prima della nascita di Cristo, non conta quanto siano stati pii nella vita, saranno sempre meno degni dell’amore di Dio di quelli nati dopo Gesù. Considerando che Dio è onnipotente, e quindi, potrebbe decidere chi far nascere e quando farlo nascere, l’onnipotenza implicherebbe una certa dose di sadismo.

Successivamente, dopo aver incitato alla maledizione, c’è un cambiamento repentino di umore: misericordia e carità hanno il sopravvento e si incita a perdonare in qualsiasi caso.
Bisogna essere sordi per non sentire la stranezza di queste parole.

3) Nella Bibbia c’è scritto tutto, ed il contrario di tutto. Infatti, dalla Bibbia sono nate tantissime dottrine e religioni differenti tra di loro. Questo fa capire che l’interpretazione gioca un ruolo troppo rilevante in quella che vorrebbe essere la parola di Dio.

Qui sono riportare alcune contraddizioni tratte direttamente dai testi: Contraddizioni nella Bibbia

4) Ci sono esortazioni orribili nella Bibbia (Soprattutto nel Vecchio Testamento, ma anche nel Nuovo ne troviamo qualche traccia).

« Se si troverà in una delle città che l’Eterno, il tuo Dio, ti dà un uomo o una donna che faccia ciò che è male agli occhi del tuo Dio, trasgredendo il suo patto e che vada serva gli altri dèi e si prostri dinanzi a loro, [...] quando ciò ti sia riferito e tu l’abbia saputo, informatene diligentemente: e se è vero, se il fatto sussiste, se una tale abominazione è davvero stata commessa in Israele, farai condurre alle porte della città quell’uomo o quella donna che avrà commesso quell’atto malvagio e lapiderai a morte quell’uomo o quella donna. Colui che dovrà morire sarà messo a morte sulla deposizione di due o di tre testimoni; non sarà messo a morte sulla deposizione di un solo testimone. La mano dei testimoni sarà la prima a levarsi contro di lui; poi la mano di tutto il popolo; così allontanerai il male da te. Quando il giudizio di una causa sarà troppo difficile per te, sia che si tratti di un omicidio o di una contestazione o di un ferimento, di materie da processo entro le tue porte, [...] andrai dai sacerdoti levitici e dal giudice in carica; li consulterai ed essi ti faranno conoscere ciò che dice il diritto e tu ti conformerai a quello che essi dichiareranno [...]. » Deuteronomio

Possiamo immaginare quali danni possa provocare un testo del genere, se preso alla lettera, o magari usato con scopi turpi.

Un altro passo nefasto (forse il più nefasto della Bibbia) è il seguente:

” 34Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare la pace, ma la spada. 35Sono venuto infatti a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre,la nuora dalla suocera:36e i nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa.
37Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; 38chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me. 39Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà.” (Matteo 10 34-39)

Questo penso non abbia bisogno di commenti.

5) O Dio è infinitamente buono oppure non è quello della Bibbia: non c’è sofisma che tenga. Ma ancora di più, sarebbe quasi impossibile definire il concetto di bontà assoluta. È infinitamente buono chi perdona tutti o chi punisce i Malvagi e premia i Buoni? Penso che la questione sia pressoché irrisolvibile.

6) Sottolineo che non parlo di alcuna religione in particolare, ma di tutte: Cristiana, Ebraica, Mussulmana. È interessante notare che le più importanti religioni del mondo hanno alcuni testi sacri in comune. La religione Mussulmana e quella Cristiana condividono il Vangelo. Quella Ebraica e quella Cristiana gran parte del Vecchio Testamento. Nonostante ciò – come sappiamo – divisioni,conflitti ed odi hanno caratterizzato i rapporti tra i fedeli di queste religioni. Ancora più interessante è notare che anche all’interno di tali credi, ci sono divisioni profonde. Ognuno, ovviamente, pensa di avere la Verità e l’interpretazione corretta.

7)

1In quello stesso tempo si presentarono alcuni a riferirgli circa quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva mescolato con quello dei loro sacrifici. 2Prendendo la parola, Gesù rispose: “Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? 3No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. 4O quei diciotto, sopra i quali rovinò la torre di Sìloe e li uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? 5No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo”.
Luca 13,1-9

In questo passo la fede è molto più importante della redenzione dei peccati: “Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? 3No, vi dico,” . Riassumendo, Dio ci dice:”O credi in me, oppure ne pagherai le conseguenze”. Questo è il tema che ricorre più frequentemente in tutta la Bibbia. Ci sono tantissimi pezzi come il precedente, e altri ancora più duri e lampanti di questo. Il Corano è ancora più severo su questo: l’uomo è tenuto ad assoggettarsi, senza distinzione e senza possibilità di scelta, al dettato coranico. In senso letterale, la parola “Islàm” significa infatti sottomissione, abbandono o obbedienza a Dio.

Personalmente, non ho mai accettato questo modo di concepire la religione e la fede. Infatti, a mio avviso, la fede dovrebbe essere un atto di amore, e non estorta con minacce. È come se amassi una persona solo perché altrimenti sarei punito/a. È vero amore? È vera fede?

8 )

18 Servi, siate con ogni timore sottomessi ai vostri padroni, non solo ai buoni e giusti, ma anche agli ingiusti, 19 perché è cosa lodevole se uno, per motivo di coscienza davanti a Dio, sopporta afflizioni soffrendo ingiustamente. Che gloria sarebbe infatti se sopportate pazientemente delle battiture, quando siete colpevoli? Ma se sopportate pazientemente delle battiture quando agite bene, questa è cosa gradita a Dio. 21
1Pietro 2,11-3,12

In questo passaggio, viene supportata la schiavitù. Non solo, ma si dice che gli schiavi dovrebbero rassegnarsi a qualsiasi turpitudine. Sembra che questo tipo di passi siano stati pensati per tenere le classi inferiori sottomesse. Non so qual’era l’obbiettivo, ma, di certo,potrebbero essere usati dalle classi dominanti per mantenere il predominio.

Un altro problema, collegato a questo, è il conservatorismo di tutte le religioni. Tutte le religioni non accettano cambiamenti. Sono contro il progresso e l’evoluzione. Siamo sicuri che Dio voglia questo? Infatti, se l’errore umano è quello di aver mangiato la mela della conoscenza, l’unica soluzione resterebbe quella dell’estinzione della specie (visto che ormai la coscienza la abbiamo, pur perdendo la conoscenza, la prima farebbe rinascere la seconda).

Altre soluzioni potrebbero essere:

a) riscatto attraverso la bontà e le opere. Non tutti i religiosi sono d’accordo:come abbiamo visto nel Luteranesimo non c’è libero arbitrio. Per molte altre fedi, senza la Grazia divina l’uomo non può nulla. Mi sembra che, in nessuna religione, l’uomo sia completamente libero di scegliere in piena indipendenza dalla divinità.

b) Accettare il peccato originale per cercare di estirparlo. Ad esempio, alcune filosofie Orientali tentano di condurre all’abbandono dei pensiero e della coscienza.

c) Accettare la contraddittoria condizione umana. Infatti, l’uomo è un essere tra il finito e l’infinito, tra il nulla e l’onnipotenza, tra la libertà e la necessità, tra la vita e la morte. Per alcuni, questo è il fardello più grande da sopportare,per altri, questo è l’inizio del riscatto.

Getto questi spunti di riflessione per mostrare che la risposta delle religioni nasce spontaneamente con il sorgere della cultura simbolica, ma non è l’unica risposta possibile.

9) Concludo con una domanda: sarà mai possibile avere un Dio senza religioni?

Religione — ©Pensieri di nabladue
February 14, 2009

Destino o libero arbitrio?

«Mi viene in mente un affascinante mito sul rapporto tra il destino e il libero arbitrio: il mito di Er narrato da Platone nel decimo libro della Repubblica. »

«Bellissimo! Però non mi ricordo nei dettagli qual’era la storia narrata. »

«Er è una specie di precursore di Dante. Egli è andato nell’aldilà, ed è tornato senza aver bevuto l’acqua del fiume Lete (quello della dimenticanza). Gli dei glielo hanno permesso affinché lui ci raccontasse quello che ha visto. »

«Sì, ora ricordo qualcosa. Vai avanti però. »

«L’aldilà narrato da Er è “un luogo meraviglioso,nel quale si aprono a poca distanza, l’una dall’altra, due voragini sulla terra e, in perfetta corrispondenza due voragini su nel cielo.”
Questi quattro cunicoli conducono a due differenti luoghi, a cui, noi, in futuro,avremmo dato il nome di Paradiso ed Inferno. Sono due per ciascun luogo poiché, da uno le anime entrano, e dall’altro escono. In perfetta corrispondenza con il luogo visitato dal nostro Poeta, le anime sono giudicate. Le loro pene vengono decuplicate rispetto ai dolori ed alla sofferenza che hanno causato sulla terra. Allo stesso modo,chi si è prodigato in opere buone e pie, viene ripagato con la stessa proporzione.»

«Sì, ora ricordo. In ogni caso, già da qua si capisce come Platone, attraverso Er, sia difensore del libero arbitrio. Infatti, il giudizio può avere senso, solo se c’è anche il libero arbitrio. Non si può condannare una felino che uccide una preda per sfamarsi: egli non ha scelta, è una caratteristica inscritta nel suo codice. »

«Proprio così, la filosofia platonica ha senso solo partendo dal presupposto che esista il libero arbitrio. Ampliando il discorso penso che, il nostro essere uomini, abbia lo stesso presupposto.
Senza libero arbitrio, non c’è l’uomo, non c’è vita consapevole;il fatto che pochi sappiano scoprire, o far uso di questo bene, è un’altra storia. »

«Invero, una religione che mette l’uomo in una posizione tanto comoda, quanto pericolosa è il luteranesimo. Per Lutero l’uomo non ha alcun potere sulla sua vita. Egli è schiavo del peccato e dei suoi più bassi istinti, e non ha la possibilità di riscattarsi in alcun modo. Né la fede né le opere possono nulla. È inutile che l’uomo, “con le sue corte braccia”, tenti di raggiungere Dio. Egli non può assicurarsi la misericordia di Dio neanche con le opere buone:il peccato originale lo porterebbe ineluttabilmente a peccare di nuovo. Tutto dipende da Dio, che nella sua onnipotenza salva chi ha deciso ab aeterno (dall’eternità) di salvare. In sintesi, vengono dissolti i concetti di Grazia divina e di liberà della scelta. Durante la vita l’uomo non può né avvicinarsi a Dio con la fede, né può comportarsi in modo giusto. La dottrina luterana getta l’uomo nell’abisso del peccato, e però, allo stesso tempo, lo toglie da molte responsabilità. »

«Non ho mai capito questo tipo di dottrine che non danno alcuna speranza. Forse fa comodo. Se mi muovo su dei binari, e non posso cambiare nulla, non sono responsabile della distruzione di tutto ciò che il treno della mia vita investe. In questo senso, non esisterebbe più né bene né male, e, mi sembra, che la vita umana perderebbe tutto il suo valore: un essere consapevole che non è in grado di utilizzare la sua consapevolezza è un essere estremamente misero ed infelice. Queste idee,da una parte, permettono la giustificazione di azioni nefaste e, dall’altra, danno una terreno fertile in cui possa proliferare il pessimismo cosmico. »

«Ammettendo che la Verità non sia a portata dell’uomo, non mi rifugerei mai in tali dottrine, preferirei cercare per tutta la vita. In ogni caso, tornando al nostro caro Er, abbiamo detto che le anime vengono giudicate e poi mandate ad espiare le loro colpe o a godersi la loro beatitudine per un tempo pari a dieci volte quello che hanno passato sulla terra. Dato che come durata della vita umana viene preso un valore di cento anni, le anime saranno nell’aldilà per mille anni.
Dopodiché, faranno ritorno sulla terra e, a questo punto, entra in scena il libero arbitrio.
Infatti, sono le anime stesse che scelgono la loro prossima vita. Esse, in base ad una valutazione personale decidono di reincarnarsi nell’essere che credono gli possa dare una vita felice.
La sorte decide l’ordine con cui le anime sceglieranno le vite che sono a loro disposizione. La fortuna in qualche modo incide sulla scelta, ma, poiché il numero di vite tra cui scegliere è molto più elevato di quello delle anime, anche le ultime anime che scelgono hanno a disposizione uno spettro di scelta abbastanza ampio.
Ora, alcune, per errore o ignoranza, prediligono vite che sembrano belle ed allettanti, ma che, alla fine, provocheranno alle anime molte sofferenze sulla terra ed,inoltre, le porteranno ad accumulare molte colpe da scontare nel prossimo millennio . Ad esempio, qualcuno sceglie di reincarnarsi in un tiranno per godere del potere ed del rispetto. Tuttavia, il prezzo da pagare magari sarà quello di uccidere i proprio figlio o di compiere altre nefandezze del genere, o meno gravi, ma pur sempre onerose. Allora, l’anima che avrà raggiunto una buona conoscenza della vita, valutando le sue esperienze passate, saprà far buon uso del libero arbitrio per scegliere una vita consona che sia grado di renderla felice. Altri, avendo ormai in disprezzo le distruzioni e le calamità provocate dalla specie umana, decidono di rivivere in un animale.
Er, nota che Ulisse decide di reincarnarsi in un uomo tranquillo con una vita modesta e serena, memore delle sue avventure e dei pericoli verso cui la sua passata esistenza lo aveva trascinato.
Una volta che l’anima ha deciso, essa è nelle mani di Necessità e, a quel punto sarà difficile che possa cambiare completamente la sua esistenza, che, comunque, ha liberamente scelto. »

«Quindi, per scegliere bene, bisogna conoscere. Senza conoscenza,infatti, non c’è scelta consapevole. Una conoscenza che va al di là della vita stessa, e che si propaga attraverso l’anima in un flusso continuo di vita e morte, di scelta e comprensione, di liberà e necessità. »

«Non solo. Prova a ripetere quello che ho detto, non pensandolo come applicato alla metempsicosi, ma alla vita di un singolo individuo. Quante volte nasciamo e moriamo di nuovo? »

«In effetti, io non posso dire di essere lo stesso che si trova sul mio comodino in una foto di dieci anni fa. Oggi, sono una persona diversa. Se ho la facoltà di cambiare, di adattarmi allo scorrere della vita come l’acqua si adatta al letto di un fiume, posso nascere e morire tante volte e, dunque, posso scegliere. »

«In conclusione, oltre tutti i discorsi teorici in cui possiamo rifuggirci o rimanere intrappolati a vita, dobbiamo coltivare il libero arbitrio. Dobbiamo cercare di far diventare quella goccia infinitesimale, l’acqua che irrora la nostra libertà ed il nostro essere uomini. »

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