July 11, 2008

Essere o non essere

Essere o non essere, questo è il problema: se sia più nobile d’animo sopportare gli oltraggi, i sassi e i dardi dell’iniqua fortuna, o prender l’armi contro un mare di triboli e combattendo disperderli.
Morire, dormire, nulla di più, e con un sonno dirsi che poniamo fine al cordoglio e alle infinite miserie naturale retaggio della carne, è soluzione da accogliere a mani giunte.
Morire, dormire, sognare forse: ma qui é l’ostacolo, quali sogni possano assalirci in quel sonno di morte quando siamo già sdipanati dal groviglio mortale, ci trattiene: é la remora questa che di tanto prolunga la vita ai nostri tormenti.
Chi vorrebbe, se no, sopportar le frustate e gli insulti del tempo, le angherie del tiranno, il disprezzo dell’uomo borioso, le angosce del respinto amore, gli indugi della legge, la tracotanza dei grandi, i calci in faccia che il merito paziente riceve dai mediocri, quando di mano propria potrebbe saldare il suo conto con due dita di pugnale? Chi vorrebbe caricarsi di grossi fardelli imprecando e sudando sotto il peso di tutta una vita stracca, se non fosse il timore di qualche cosa, dopo la morte, la terra inesplorata donde mai non tornò alcun viaggiatore, a sgomentare la nostra volontà e a persuaderci di sopportare i nostri mali piuttosto che correre in cerca d’altri che non conosciamo? Così ci fa vigliacchi la coscienza; così l’incarnato naturale della determinazione si scolora al cospetto del pallido pensiero. E così imprese di grande importanza e rilievo sono distratte dal loro naturale corso: e dell’azione perdono anche il nome…

William Shakespeare, Monologo di AmletoEssere o non essere

Amleto

Il monologo più incisivo della storia non sarebbe potuto rimanere fuori da questo cammino.
Anche se è famosa la battuta di Amleto, “Vi sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante non ne sogni la tua filosofia.” , Amleto è un filosofo.

Egli si chiede: essere o non essere, è più nobile affrontare la traversata nel mare della vita combattendo, o sopportando la sorte stoicamente?
Bisogna coltivare la forza dell’anima per affrontare le sfide che il fato pone di fronte, o per conquistare una condizione di stabile atarassia?

Qual è la vera nobiltà: l’imperturbabilità dell’animo o il coraggio di lottare per la giustizia?
Qual è la vera forza: la sopportazione o la capacità di abbattere gli ingiusti?
Qual è il traguardo: la pace o la vittoria?

Il non essere è la morte filosofica, il distacco dalla vita, il Nirvana: uscire dalla precaria condizione esistenziale, con consapevolezza. L’annullamento che conduce all’abbandono dell’esistenza per raggiungere l’allontanamento dalla condizione terrena e l’indifferenza nei confronti della vita stessa.
Oppure scegliere di morire,di “non essere” fisicamente, e porre fine al paradosso della vita con la liberazione della morte.
La vita, in quanto l’uomo è legato alla natura ed alla “carne”, ci obbliga a lottare per sopravvivere e per difendere noi stessi e chi amiamo. Una lotta che coinvolge tutti, che ci costringe a combattere contro i nostri stessi familiari. Anche se l’uomo Edipo fugge dal suo crudele destino, esso gli viene incontro ineluttabilmente.
Inutile tentare la fuga o nascondersi: l’inevitabile bufera prima o poi travolge.
E a quel punto siamo in balia degli eventi,non possiamo più evitare i mali, perché abbiamo già accettato anche i beni. E allora l’unica soluzione resterebbe quella di morire?
Ma la nostra vita è trattenuta da un filo invisibile: la speranza di una vita dopo la morte fisica.
Tuttavia questa beatitudine la dobbiamo meritare, dobbiamo essere degni dell’amore di Dio. E quindi sopportare la sofferenza e le ingiustizie della vita terrena, per la speranza di una pace ultraterrena. Così ci convinciamo “che sia meglio sopportare i nostri mali piuttosto che correre in cerca d’altri che non conosciamo”.
Oppure rimanere in balia del dubbio, tra l’essere e il non essere, tra la vita e la morte, tra l’azione e l’immobilità. Ma questa è l’unica scelta che ci “fa vigliacchi”.

per approfondire: Orazio

Ofelia
Una nota più leggera: La bellezza di Ofelia

Essere, Filosofia — ©Pensieri di nabladue
June 16, 2008

Conosci te stesso

L’esortazione “conosci te stesso” è un motto greco, iscritto sul tempio dell’Oracolo di Delfi. È un invito a guardarsi dentro, per capire che la vita è dentro di noi e non fuori.
Comprendere che la persona coincide con l’ “io”, e che la conoscenza di questo “io”, è fondamentale per la ricerca della felicità.
I saggi greci hanno inventato l’io. Per la prima volta, l’uomo coincide con la sua interiorità.
E Socrate ha inventato l’uomo. Egli farà del “conosci te stesso” un cardine del suo pensiero. L’unico approdo stabile della sua mobile filosofia. Socrate è stato il primo uomo a riconoscersi nella sua anima. Egli diceva “l’uomo è la sua anima”.
Da questa formula derivano altri due aspetti fondamentali del pensiero socratico.

Conoscere se stessi significa anche conoscere i propri limiti.
Non possiamo essere felici se non ci accettiamo , con tutti i nostri limiti. Questo non significa che non sia nostro dovere tentare di migliorarci, ma è proprio partendo dalla consapevolezza dei limiti, che possiamo superarli o accettarli come insormontabili.

Conoscere se stessi è anche occuparsi di ciò che ci compete. Ognuno deve fare quello che gli riesce meglio. Bisogna seguire le proprie attitudini, valorizzare le proprie capacità, ed una società giusta, dovrebbe permettere alle persone di fare ciò per cui sono nate.
Quindi, prima di tutto, bisognerebbe essere uomini (ma uomini sul serio, non bruti!); e poi si può essere bravi medici,artigiani, ingegneri, operai, tecnici,insegnanti, svolgendo il proprio lavoro con dedizione e passione.

In questo senso il conosci te stesso è fonte di felicità. E la filosofia diventa eudemonia (ricerca della felicità). In quanto mezzo per arrivare alla conoscenza,permette di conoscere se stessi, e di percorre l’unica via che porta alla felicità.

Essere, Filosofia — ©Pensieri di nabladue
June 11, 2007

Inchiostro

Scrivere gli toglieva l’anima. Era come mettere un punto nella sua vita.
Dopo che lo aveva fatto, si doveva prendere una pausa, togliere di dosso quel senso di vuoto che gli lasciava: come se l’inchiostro portasse via qualcosa di lui. Tornare alla vita, alzare gli occhi, staccare la penna dal foglio. Sì, dal foglio; perché i pensieri per lui scorrevano meglio su un foglio, rispetto al ritmo martellante della tastiera: tutti i tasti hanno lo stesso suono, sempre uguale: non lo poteva sopportare.
Per lui la scrittura era ritmo, armonia, fluire. Sentire lo scorrere della penna sul foglio, lasciarla scivolare, bloccarsi. Sentire che la penna non scivola più, per poi riprendere la sua corsa, facendosi trascinare dai suoi pensieri. Quel foglio ora ha una parte di lui. Scrivere era un modo per poter sbagliare: la vita non glielo permetteva. Era come togliersi di dosso qualcosa, qualcosa che era dentro e che sarebbe dovuto uscire.
Amare,conoscere,sentire.
Sogni. Forse solo sogni.
Aveva amato e odiato e poi amato e poi odiato, mille volte: aveva preferito il tumulto alla rassegnazione, il corpo all’anima, la certezza alla ricerca, la guerra all’indifferenza; poi la pace, la liberazione.
La vita che riprende, la vita che quel foglio gli aveva preso, gliel’ha restituita molto più bella.

La giusta maniera di procedere da sé o di essere condotti da un altro nelle cose d’amore è questa:prendendo le mosse dalle cose belle di quaggiù, al fine di raggiungere il Bello, salire sempre di più,come procedendo per gradini, da un solo corpo bello a due, e da due a tutti i corpi belli, e da tutti i corpi belli alle belle attività umane, e da queste alle belle conoscenze, e dalle conoscenze procedere fino a che non si pervenga a quella conoscenza che è conoscenza di null’altro se non del Bello stesso, e così, giungendo al termine, conoscere ciò che è il bello in sé.(5)


a presto…

Essere, Pensieri aleatori — ©Pensieri di nabladue

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