December 15, 2007

Frege e la ragazza del pugile.

“Che cosa c’è in un nome? Ciò che noi chiamiamo con il nome rosa, anche se lo chiamassimo con un altro nome, serberebbe pur sempre lo stesso dolce profumo.” Si chiede Giulietta nella famosa tragedia di Shakespeare.

La stessa domanda ha occupato ed occupa ancora le menti e gli scritti di filosofi,linguisti e persino dei matematici. Cosa sarà mai un nome? Ha qualche legame con l’essenza della cosa che denota o è solo una convenzione? E’ possibile creare un linguaggio che sia privo di componenti psicolologiche? Un linguaggio ideale, in cui, il significato degli enunciati possa non essere mai frainteso?
Con un articolo rimasto nella storia, il logico-matematico Gottlob Frege (1848-1925) ha aperto la strada ad una nuova riflessione sul linguaggio (oltre ad aver fondato la logica contemporanea).

gottlob Frege
Foto di Gottlob Frege

L’articolo inizia con la domanda: qual è la differenza a livello cognitivo tra gli enunciati a=a ed a=b, dove a e b sono nomi della stessa cosa? Ad esempio qual è la differenza tra “la stella del mattino” e “la stella della sera”, che in realtà indicano sempre lo stesso pianeta, cioè Venere?
Semplicemente con “stella della sera” andiamo ad indicare che Venere è ben visibile subito dopo il tramonto, mentre con “stella del mattino”, vogliamo dire che possiamo vederla chiaramente poco prima dell’alba. Il pianeta è lo stesso, ma “stella del mattino” – “Venere” – “stella della sera” presentano un contenuto cognitivo differente: l’oggetto identificato è identico, ma ciò che otteniamo è differente.
Prima di mostrare che questa differenza è tutt’altro che trascurabile nella vita pratica, vediamo più nei dettagli cosa c’è di diverso in questi 3 nomi.
Frege nell’articolo del 1892 distingue tra senso (Sinn) e significato (Bedeutung )di un nome. Il significato è l’oggetto che viene nominato, mentre il senso è il modo di “darsi“ del significato, cioè il punto di vista da cui guardiamo l’oggetto. Quindi avremo una catena che si apre con il segno linguistico, passa attraverso il senso e si lega al significato che è legato all’oggetto stesso.
Quando, invece di prendere in considerazione un nome, ci riferiamo ad un enunciato, il significato è il valore di verità (essere vero o falso), mentre il senso è il “pensiero” che esso esprime.
Per la prima volta, il significato di un enunciato viene visto come funzione del significato dei singoli componenti. La verità di un enunciato deve essere indagata a partire dalla verità delle sue componenti elementari e della loro coordinazione all’interno dell’enunciato generale.
E’ importante sottolineare che il senso non è la rappresentazione. Mentre il primo è oggettivo, la seconda è soggettiva e dipende dallo stato d’animo dell’individuo: la rappresentazione è un’immagine interna prodotta dal soggetto.

Il progetto di Frege era quello di costruire una Ideografia che fosse priva dei difetti e delle imperfezioni della lingua naturale. Non vi riuscì ed oggi è acquisito che la “perfezione” non può essere raggiunta (per quanto possiamo spingerci a livelli di rigore molto elevati).

Per fare un esempio più semplice, pensiamo di essere ad una festa e di notare una ragazza che ci interessa. Ammettiamo che un nostro amico ci dica che la ragazza si chiama Marta, e noi spavaldamente cerchiamo di avvicinarla, fino a quando si scopre che Marta = “la ragazza del pugile”, che è lì con noi alla festa. Capite che senza questa informazione aggiuntiva, la nostra incolumità sarebbe in serio pericolo. Ma Marta è sempre lei, ha sempre quel suo dolce profumo!


Filosofia, Linguaggio — ©Pensieri di nabladue
August 21, 2007

Parola:inganno o salvezza?

La parola è infetta. Che fare? L’impossibilità per il Buddhismo di determinare la trama ontica (dell’essere) porta alla completa sospensione del giudizio in ambito filosofico speculativo: la filosofia dev’essere azione non parola.
Tutta la dottrina è incentrata sul raggiungimento di uno stato di imperturbabilità. Ma non basta. Ciò che si vuole è l’annullamento dei desideri e quindi della volontà che diventa nolontà, il non volere è il Nirvana: la liberazione da ogni sofferenza.
Semplicemente: il nulla che diventa realtà.
Quando si raggiunge lo stato di nolontà, il nulla viene ribaltato e diventa l’universo con tutti i sui astri.
Il cammino è duro, molti potrebbero considerarlo folle.

Non sono qui per dare giudizi di sorta, ma per illustrare. Penso solo che dietro tutto questo ci sia la consapevolezza che l’unico modo in cui, questo strano animale che è l’uomo, non possa nuocere, è annullarsi. Se scaviamo a fondo nella storia e nella vita, non dovrebbe sembrarci un discorso completamente campato per aria.

Dall’altra parte del mondo, quello Occidentale, si arriva a considerazione opposte:

In principio era il Verbo,
il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.
Egli era in principio presso Dio:

La traduzione ufficiale della Chiesa cattolica è la seguente:

In principio, c’era colui che è “la Parola”.
Egli era con Dio,
Egli era Dio.
Egli era al principio con Dio.

Istanza opposta a quella Buddhista: “la parola” è fondamentale. E’ ciò che esiste da sempre, prima che il mondo fosse creato. Il logos viene a collidere con la stessa esistenza divina, è essenza divina, quindi anche Dio si esprime con le parole. Come sappiamo Gesù è la parola di Dio scesa in terra.

Due parole anche le mie solo per dare spunti di riflessione: il linguaggio è ingannevole o è uno strumento della verità?
Possiamo far coincidere l’inizio della civiltà umana con l’emissione di un suono articolato che non esprimesse comportamenti codificati (come avviene negli animali)? In altri termini la civiltà umana è figlia e frutto del linguaggio?

Filosofia, Linguaggio — ©Pensieri di nabladue
August 9, 2007

I limiti del linguaggio

Io sto con Siddharta: il nostro saggio amico d’Oriente, che una volta disse: «Le parole non fanno bene al senso segreto: ogni cosa diventa subito un po’ diversa, un po’falsata,un po’strampalata anzi, eppur questo è bene, anche con questo sono d’accordo,ciò che per un uomo è tesoro e saggezza, per l’altro ha sempre un tono di stoltezza»

Hermann Hesse “Il pellegrinaggio in Oriente”

Detto questo, andiamo al tema di oggi: logica e conoscenza.
Mi sembra una parentesi della storia i cui argomenti siano stati sviscerati e dibattuti a lungo: a tutt’oggi non esiste una teoria perfetta che abbia smentito il l’assunto “che non si possa costruire una teoria razionale logica inattaccabile”.
Il primo tentativo di dare basi logiche ad una disciplina è stato fatto da Frege, e la disciplina presa in esame è la matematica. Il lavoro è stato poi proseguito da Russel ed altri logici.

Semplificando, il problema della teoria di Frege e di Russel è quello di basarsi sull’assunto ontologico che fa corrispondere gli oggetti della logica a quelli della realtà. Ciò pone limitazioni riguardanti l’applicabilità, restringendo l’ambito di applicazione allo statuto contingente dell’esperienza.
Si pensi al concetto di infinito, che corrispondenza ha con la realtà? Senza entrare nei dettagli per poterlo definire, collegandolo a degli oggetti reali, Russel ha ideato l’assioma di riducibilità che comunque condiziona la validità delle procedure matematiche ad un’arbitraria assunzione esistenziale. Se fosse così la verità o la falsità degli enunciati logici verrebbero a dipendere dallo statuto accidentale della realtà.

L’allievo di Russel, Wittgenstein poi gli fa notare che le proposizioni logiche non sono che pure tautologie.
Per Wittgenstein il linguaggio è costituito da tre elementi: tautologie,contraddizioni e proposizioni semplici.
Una tautologia è la seguente: se diciamo “Piove” esprimiamo la possibilità di un fatto, questa proposizione è vera se il fatto accade, analogamente se diciamo “Non piove”; invece la proposizione “Piove o non piove” esprime tutte le possibilità ed è vera indipendentemente dal tempo che fa (stesso significato per ”non fanno bene” o “questo è bene” della frase di Siddharta).

Invece la proposizione “Questa madre non ha figli” esprime una impossibilità ed è quindi falsa, questo è un esempio di contraddizione.

Le contraddizioni sono sempre false, le tautologie sempre vere.

Per il Wittgenstein del Tractatus (la sua prima opera) tutte le proposizioni della logica sono tautologie, “esse non dicono nulla” poiché non si riferiscono a fatti, ma esprimono modi possibili di connessione o di trasformazione di una proposizione nell’altra: sono operazioni linguistiche che stabiliscono equivalenze (o non equivalenze) tra espressioni linguistiche che l’esperienza non può smentire né confermare.
Quindi io posso dire “è bene” o ”non è bene” che, essendo una tautologia, è sempre vera.
La logica è puramente formale e l’immagine logica dei fatti è il pensiero Quando si entra in contatto con la realtà, non può esserci un’applicazione immediata, ma bisogna relazionarsi sempre ai fatti reali.

Oltre le tautologie e le contraddizioni ci sono le proposizioni elementari (basi del linguaggio) che assumono valore di verità o falsità solo quando vengono confrontate con i fatti.
” il senso della proposizione è la sua concordanza o discordanza con le possibilità del sussistere e non sussistere degli stati di cose ”
Quindi la proposizione elementare descrive un fatto elementare (stato di cose), e risulta vera se sussiste quello stato di cose che raffigura, falsa, nel caso contrario. Le proposizioni più complesse, costituite da più proposizioni semplici, risultano vere se sono vere le proposizioni semplici che le costituiscono.

La connessione con la realtà è data quindi dalle proposizioni semplici.
Le prop. Semplici, a loro volta, sono costituite dai “simboli semplici”, indefinibili: i nomi: ” il nome significa l’oggetto. L’oggetto è il suo significato”.
La proposizione elementare è funzione dei simboli semplici. Il linguaggio è funzione delle proposizioni elementari.

Facendo un paragone con la struttura a atomica, i nomi sono le particelle, le proposizioni elementari sono gli atomi, le proposizioni composte sono le molecole del linguaggio. Le proposizioni complesse assumono valore di verità o falsità in funzione della verità o falsità delle proposizioni semplici.

Il linguaggio è quindi una raffigurazione dei fatti e proiezione della realtà, le proposizioni della logica sono proprie del pensiero.
Come si connette la logica con il linguaggio?
“Le cosiddette proposizioni logiche mostrano le proprietà logiche del linguaggio e quindi dell’Universo, ma non dicono nulla.”
La logica sta prima dell’esperienza, è solo un’ immagine del mondo in quanto ne rispecchia le proprietà formali. (simile alla conoscenza a priori kantiana, mentre quest’ultima è puramente concettuale, quella di Wittgenstein è logica).
Le proposizioni della logica non dicono nulla sulla realtà dei fatti ma, vengono a mostrare le proprietà ontologiche dell’universo tramite le sue proprietà formali e il simbolismo.
Gli oggetti della logica, come le loro proprietà formali, esprimono solo tutte le possibilità dei fatti.
La logica ha solo il compito di indagare e stabilire la struttura formale del funzionamento dei simboli e delle parole. Una volta stabilite le proposizioni della logica, bisognerà trovare le connessioni con la realtà.
Ad esempio: avendo una proposizione logica, sarà poi compito della fisica stabilire se essa possa o no rappresentare una proposizione della fisica.

Il linguaggio esprime comunque i limiti dell’uomo. Così la metafisica viene a perdere di senso, non perchè non posso dire nulla, semplicemente perché non posso verificarne la validità confrontando
ciò che affermo, per quanto possa realizzare un costrutto logico rigoroso, con la realtà dei fatti.
Non potrò affermare l’esistenza di oggetti metafisici, ma non potrò neanche negarla. Da questo anche lo scetticismo perde di significato perché vuole negare ciò di cui non si può parlare.
” d’una risposta che non si può formulare non può formularsi neppure la domanda. L’enigma non v’è. Se una domanda può porsi, può pure avere una risposta. Lo scetticismo è non inconfutabile, ma apertamente insensato, se vuol mettere in dubbio ove non si può domandare. Perché dubbio può sussistere solo ove sussiste una domanda; domanda, solo ove sussiste una risposta; risposta, solo ove qualcosa può esser detto”.

Mentre il primo Wittgenstein avrebbe voluto costruire un linguaggio logico ideale, nell’ultima fase della sua ricerca l’analisi si sposta sul linguaggio comune, cercando di indagarne le funzioni logiche ed i limiti. Da queste basi il suo pensiero si sviluppa su binari inaspettati: contrariamente a ciò che il neopositivismo logico (fondato proprio grazie alle sue teorie!) sperava, arriva a concludere che ” v’è davvero dell’ineffabile. Esso mostra sé, è il mistico “.

Nel senso che esisterà sempre qualcosa, non esprimibile in termini di linguaggio e quindi che rimarrà nascosto.

” noi sentiamo che, anche una volta che tutte le possibili domande scientifiche hanno avuto risposta, i nostri problemi vitali non sono ancora neppur toccati ”

Queste ovviamente sono semplificazioni inesatte di una teoria molto complessa, solo per incuriosire chi volesse addentrarsi in questioni, che non vanno assolutamente mai date per scontate o snobbate in modo semplicistico.

Filosofia, Linguaggio — ©Pensieri di nabladue
August 1, 2007

Parole…

“Alla Musica è propria qualsiasi mancanza di urbanità,specialmente per la proprietà, che hanno i suoi strumenti, di estendere la loro azione al di là di quel che si desidera, (sul vicinato) , per cui essa in certo modo s’insinua e va a turbare la libertà di quelli che non fanno parte del trattenimento musicale (…) È presso a poco come del piacere che dà un odore che si spande di lontano. Colui che tira fuori dalla tasca il suo fazzoletto profumato, tratta quelli che gli sono intorno contro la loro volontà…” (…) ”Fra i poeti non ci sono tanti cervelli leggeri (incapaci di occupazioni serie) come fra i musicisti”

Immanuel Kant “Antropologia dal punto di vista pragmatico”

L’uomo che non ha musica nel cuore
ed è insensibile ai melodiosi accordi
è adatto a tradimenti, inganni e rapine;
i moti del suo animo sono spenti
come la notte, e i suoi appetiti
sono tenebrosi come l’Erebo:
non fidarti di lui. Ascolta la musica.

William Shakespeare “ Il mercante di Venezia” .

Io sto con Siddharta: il nostro saggio amico d’Oriente, che una volta disse: «Le parole non fanno bene al senso segreto: ogni cosa diventa subito un po’ diversa, un po’falsata,un po’strampalata anzi, eppur questo è bene, anche con questo sono d’accordo,ciò che per un uomo è tesoro e saggezza, per l’altro ha sempre un tono di stoltezza»

Hermann Hesse “Il pellegrinaggio in Oriente” (frasi zen)


Linguaggio — ©Pensieri di nabladue
April 30, 2007

linguaggio…verità…silenzio…

Un villaggio ha tra i suoi abitanti un solo barbiere. Egli è un uomo ben sbarbato che rade tutti e unicamente gli uomini del villaggio che non si radono da soli. Se i fatti stanno in questo modo sorge immediatamente la domanda: “Chi rade il barbiere?”.
(Russell)
Qui ci sono tre enunciati falsi.
a. 1+1=2
b. 2:2=3
c. 5+2=7
d. 13-3=9
e. 27:3=9
Gli enunciati falsi sembrano essere due, b e d. Quindi l’affermazione “Qui ci sono tre enunciati falsi” è falsa e costituisce – così, il terzo enunciato falso. Ma se gli enunciati falsi sono tre, allora è vera!
Io sto mentendo.*
* se stessi mentendo, starei dicendo la verità e quindi non potrei mentire
* se stessi dicendo la verità, starei mentendo, e quindi non potrei dire la verità
PARADOSSI NE SIAMO MAI USCITI?
In realtà dopo più di duemila anni ci siamo resi conto non potremmo mai costruire un sistema (per quanto rigoroso) in cui tutto sia dimostrabile secondo le metodologie della logica classica.
La questione è stata risolta con il Teorema di incompletezza (o di indecidibilità) di Göedel (1931): ogni sistema assiomatico auto-consistente in grado di descrivere l’aritmetica dei numeri naturali ammette proposizioni logiche la cui verità non può essere né dimostrata nè confutata all’interno del sistema stesso. Questo significa che ogni sistema logico, anche basato su numeri, non può stabilire la correttezza assoluta di alcune proposizioni nè confutarla con gli strumenti del sistema stesso.
Per fare un esempio: io non potrà mai stabilire alcune verità riguardanti la mia persona perché io stesso faccio parte della persona.
Quindi la logica rischia di chiudersi su se stessa: i paradossi mettono in luce proprio questa “chiusura” che fa entrare in crisi la logica quando ci sono degli auto riferimenti.
Questo rileva i limiti intrinseci del linguaggio, e perfino della logica (la scienza più rigorosa che esita).
La verità è qualcosa che tende a sfuggire anche alle leggi della logica. Il linguaggio è ancora più fuorviante ed introduce un grado di approssimazione ulteriore alla traduzione dei concetti puri. Ci sono filosofie che credono alla corrispondenza tra suono e essenza degli oggetti, tra scrittura e parola di Dio. Esse sostengono che suoni emessi creano un ponte tra il parlante e la vibrazione dell’ oggetto ( anche se non si capisce mai bene per “vibrazione” cosa intendano) . In poche parole, in termini più scientifici, le frequenze dei suoni emessi per pronunciare una parola sono in rapporto armonico con le misteriose vibrazioni dei corpi. Quindi la parola è anziché interpretazione e simbolo (come ci dice la linguistica odierna), è creazione. Questo permette a Dio ed all’uomo di creare mediante la parola: parola, pensiero e realtà sono piani di esistenza inevitabilmente legati tra loro e da un piano, si può agire sugli altri.
Un concetto simile è quello che vede le scritture come la parola stessa del divino messa sua carta. L’errore e la confusione – a mio avviso – nascono quando si confondono i due piani terreno e ideale-divino. Se ovviamente leggiamo le scritture in modo simbolico, allegorico e,comprendiamo che come nasce lo scritto, sorge anche l’interpretazione, il significato che possiamo attribuire alle scritture è quello di “parole che ispirano”. Infatti,mentre la parola di Dio non si potrebbe perdere nella temporalità, la comunicazione umana deve comunque avvenire su supporti materiali . Quindi dovremmo al limite dire che la scrittura rappresenta la “parola di Dio” tradotta per uno specifico popolo che vive in un determinato periodo storico. In questo modo, non saremmo portati a pensare che la parola di Dio è immutabile. In realtà, non è la parola di Dio che cambia, ma è l’uomo stesso. Dio comunica all’uomo solo quello che l’uomo può recepire in determinato periodo storico ed in una determinata area geografica.
Com’è possibile che ognuno pensa di avere la verità? In realtà, ce l’hanno tutti, ma solo dalla propria prospettiva. Per questo bisognerebbe pensare ad una religione universale che rispetti anche gli sviluppi locali.

Tonando alla logica, ci sono altre culture che non hanno tentato di sviluppare un vasto apparato teorico come quello della logica occidentale, probabilmente proprio perché sono stati spaventati dai suoi limiti intrinseci , decidendo di non focalizzare i loro sforzi in quest’ambito di ricerca.
I Buddhisti non credono che con il linguaggio possa essere colta la verità, anzi bisogna fare a meno della “parola” per cercare la verità.
La parola è ingannevole, può essere inutile, dannosa, apparenza, falsità. Astenersi da maldicenza, ingiurie, offese, pettegolezzi, discorsi inutili, futili: se non ha nulla di importante da dire, il buddhista deve rimanere in “nobile silenzio”. In alcuni casi si arriva fino alla rinuncia completa del linguaggio verbale.
Noi siamo occidentali. La nostra cultura è profondamente diversa. Se la logica ha i suoi limiti, rimane pur sempre la scienza più rigorosa che esiste. Non dobbiamo di certo abbandonare la “parola” e non penso si possa uscire totalmente dalla logica del linguaggio. Ciò nondimeno, dovremmo rivalutare il silenzio:
Dovremmo imparare a parlare tramite la mente ed il corpo,a saper ascoltare, a saper ascoltare il silenzio, ad allontanare l’ansia della parola, la paura dei silenzi.
Parlare significa dialogare: un buon dialogo non potrà mai essere la somma di più monologhi:
il dialogo è empatia, ascolto, comprensione, espressione. Il dialogo vero è crescita: non esaltazione, persuasione, conquista, coercizione. Solo il dialogo può unire anche nella divisione.

Filosofia, Linguaggio — ©Pensieri di nabladue

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