Prima o poi bisogna parlarne…
Aldo: «È raro sentire un giovane parlare di questo argomento in modo sereno».
Nabla: «Ignorare la morte significherebbe ignorare anche la vita. Vivere e morire sono le due facce dell’esistenza, se non ci fosse una, non ci sarebbe l’altra. È questo alternarsi che nutre la vita stessa: la vita si ciba della vita».
Aldo: «Sai che ho sempre pensato?».
Nabla: «Cosa?».
Aldo: «Che senza la morte, tutte le filosofie e le religioni che conosciamo (ma anche le arti e la poesia ) non esisterebbero».
Nabla: «Non lo so, ma sicuramente sarebbero profondamente diverse».
Aldo: «Nonostante alcuni lo neghino, ritengo che non ci sia essere umano “pensante” che non tema la morte. In definitiva, l’uomo, prendendo coscienza della sua esistenza nel tempo, si è aperto una voragine verso l’inquietudine. È inutile che ci giriamo intorno, la temporalità ci angoscia, ci fa sentire impotenti. Per di più, la coscienza della finitezza e la paura della morte, lavorano non solo a livello conscio, ma riempiono di negatività anche il grande ed evanescente serbatoio del subconscio. E, a quel punto, non riusciamo più a distinguere da dove derivano le nostre paure, le ansie, le problematiche interiori. Anche il grande terrore della fine viene gettato nel torbido “calderone” dell’oblio subcosciente. Esso sembra inesistente a livello conscio, ma il suo riflesso è pronto a colpirci quando meno ce lo aspettiamo. Spesso non sappiamo da dove e perché ci arriva un colpo, e magari è proprio da lei, dalla signora in nero, che prima di prenderci ci spaventa con la sua ombra terrificante».
Nabla: «Il paradosso è che la paura della temporalità ci rende ancora più vittime del tempo: la nostra limitatezza ci porta a bruciare il momento, a non viverlo: esso passa e neanche ce ne accorgiamo. Invece di rallentarlo, lo acceleriamo. Anziché viverlo, lo inghiottiamo. Non ci saziamo con nulla e diventiamo sempre più ingordi. Siamo assetati di esperienze, le cerchiamo continuamente e in modo ossessivo: neanche arrivano che già stanno per uscire, mentre noi siamo già pronti per una nuova insaziabile ricerca. E allora l’ansia si trasforma in vera e propria angoscia. La vita diventa un treno in cui non possiamo far altro che stare accanto al finestrino lasciandoci sfiorare dai momenti che passano e non tornano più. Sappiamo che abbiamo poco tempo. Ma proprio perché ne abbiamo poco, tendiamo a bruciarlo ed, inevitabilmente, il tempo si contrae ancora di più. E allora sentiamo di non avere abbastanza tempo, ne ricerchiamo ancora, lo viviamo con inquietudine e il paradosso lo contrae ulteriormente, entrando in un ciclo pericoloso.
Abbiamo già detto che la filosofia, le religioni e la produzione letteraria ed artistica nascono spesso dalla sofferenza. In uno stato di pace e quiete assoluta l’ispirazione viene meno. La condizione atarassica chiude l’uomo nella sua serenità. Invece, i filosofi, i poeti e i mistici cercano di esprimere un senso di ribellione, ma anche di accettazione dello stato di cose. “Tutto è sofferenza” – afferma Buddha – e aggiunge “esiste la malattia, esiste la morte” e Socrate gli fa da eco “la vita del saggio non è che una lunga preparazione alla morte”. E il saggio ci prepara proprio alla morte, insegnandoci a saper morire come uomini. Ci fa morire come uomini, ma promette di darci una nuova esistenza e di trasformarci in un essere che non teme la fine, perché ha perfettamente compreso e accettato l’illusione della vita e della morte. Una volta capita e smascherata, anche lei rivela la sua vulnerabilità e non può farci più del male. La vita e la morte fanno intrinsecamente parte della nostra esistenza, che ci piaccia o no. Quindi è meglio imparare a capire questa inseparabile coppia per cercare di “accettare le cose così come sono” e per vincere anche l’ultimo nemico».
Aldo: «Anche loro si illudono” – gridano i pessimisti e – aggiungono – “la filosofia della liberazione e le religioni sono un’altra forma d’illusione. Esiste solo il nulla, e le nostre vite sono basate su questo: il nulla ci genera, il nulla ci inghiotte. E allora, che fare? Fuggire. Fingere di non sapere. No, lo abbiamo detto: ignorare la morte significa ignorare anche la vita».
Nabla: «Ma come ci si può difendere dalla morte?».
Aldo: «Per prima cosa, bisogna distinguere la nostra morte da quella delle persone che conosciamo. La perdita di persone a cui siamo molto legate ci causa molta sofferenza. Questo è il colpo più duro che ci può dare la morte. Quando amiamo qualcuno e non lo possiamo più vedere, ne soffriamo infinitamente. Per questo non c’è rimedio, bisogna tollerare e farci forti. Imparare ad accettare la vita per quello che è: amare con cuore aperto, ma non attaccarsi eccessivamente alle persone, per quanto fondamentali possano essere nelle nostre vite, è un buon compromesso tra la rinuncia agli affetti e la dipendenza completa. Molto spesso pensiamo che i nostri cari siano immortali. La morte degli affetti è uno di quegli avvenimenti che riteniamo non ci debba mai sfiorare. In realtà capiterà a tutti. Nel nostro profondo ci convinciamo che non debba mai succedere a noi, e non facciamo nulla per prepararci, semplicemente ignoriamo l’ ”ineluttabile eventualità”. Ovviamente non siamo pietre. È normale soffrire intensamente quando una persona che vorremmo per sempre al nostro fianco, viene a mancare. L’errore (o meglio la comprensibile debolezza) sta nell’aggiungere all’inevitabile tormento, alla tristezza che fatalmente ci afferra durante la fase di accettazione del lutto, l’ostinazione a non accettare la morte. In questo modo, aggiungiamo sofferenza su sofferenza. Il dispiacere supplementare è causato dall’illusione che si possa ignorare una straziante e dolorosa verità, ma non riguarda la perdita in se stessa. Se siamo consapevoli che primo o poi debba accadere, perlomeno ci muoviamo su un piano più autentico e saremo sì sommersi dalla tristezza, tuttavia non ci crollerà il mondo addosso: una volta digerito il lutto, la vita potrà assumere ancora nuovi significati; sicuramente sarà diversa, però non perderà il suo valore.
Per quanto riguarda la nostra morte, essa è qualcosa che non conosciamo e che non potremo mai conoscere e, dunque, ci spaventa. Allo stesso modo ci atterrisce il fatto di esistere e, poi, scomparire nel nulla, come se non avessimo mai compiuto il viaggio nel mare della vita. Ciò nonostante, potrei chiederti: ti spaventi quando dormi profondamente senza sognare?».
Nabla: «No, per nulla; non me ne rendo conto».
Aldo: «Soffri?».
Nabla: «No».
Aldo: «Sei cosciente di non esistere?».
Nabla: «No».
Aldo: «Senti qualcosa?».
Nabla: «No».
Aldo: «E allora muori tutte le notti senza né lamentarti né soffrire, a maggior ragione non soffrirai dopo l’ultimo sonno profondo».
Nabla: «Il problema non è nella sofferenza. La morte non è sofferenza. La paura è nella coscienza del passaggio dall’essere al non essere: avere la coscienza di esistere, ma allo stesso tempo sapere che in futuro non si esisterà più. Questo fa male, è doloroso».
Aldo: «L’errore è proprio nel considerare il passaggio dall’essere al non essere. Perché l’uomo non è mai nessuno dei due, è sempre essere e non essere sia nella vita che nella morte. In altre parole, durante la vita l’uomo è essere in atto, ma è anche “non essere” in potenza, perché sa che l’evoluzione del suo essere porta al non essere (nulla-fine-morte). Da questa dicotomia esistenziale ci sono due modi per uscire:
accettare la propria condizione di mortale, assaporando il tempo nel modo migliore possibile e senza attaccarsi troppo alla vita. Non rimanere paralizzati di fronte alla fine, ma neanche vivere come se non ci fosse una fine. Accettare le cose come sono non significa ignorarle, ma comprenderle veramente e vivere in un modo diverso da quello dell’inconsapevole e del timoroso. Vivere nel tempo, senza consumare ogni momento come se fosse l’ultimo. Anziché divorare il momento, bisogna assaporarlo lentamente, farlo proprio, renderlo eterno. Respirare, bisogna imparare a respirare. Bisogna imparare a trattenere il fiato. A camminare, a correre e ad accelerare. Bisogna imparare a fermarsi, a riflettere, a rallentare, a ripartire e, poi, a fermarsi nuovamente. Seguire il flusso della vita senza farsi fagocitare da essa, non dimenticandoci mai della preparazione all’ultimo ostacolo che la vita irrimediabilmente ci pone di fronte. In sostanza, non dovremmo né aspettare apaticamente né correre velocemente verso la fine. Vivere con consapevolezza, cercando di conoscere se stessi per realizzare quella missione che ognuno di noi è chiamato a compiere con la sua stessa esistenza. Ognuno diverso, ma tutti alla ricerca del vero sé, di quello che renda la nostra vita unica ed irripetibile, che la trasformi in una esistenza che valga la pena di essere vissuta. E se non ci riusciamo? Ce la prendiamo con qualcuno? Con la morte? Con un dio ? Con il corpo? Con il Karma? Con la natura? No, dipende anche da noi stessi. Non rifugiamoci in esegesi religiose errate che promettono la vita eterna e regalano una morte prematura. In metafisiche che promettono la libertà, ma ci incatenano con catene più possenti. Non scappiamo nel nulla, nell’indifferenza, nell’apatia o nella nevrosi. Rendiamoci realmente liberi di scegliere quello che è meglio per noi. Quando sappiamo che abbiamo vissuto secondo ciò che siamo, abbiamo fatto un lungo passo verso l’accettazione della fine:
“Sì come una giornata bene spesa dà lieto dormire, così una vita bene usata dà lieto morire” (Leonardo da Vinci)
Oppure possiamo rifugiarci nell’atteggiamento che ha da sempre caratterizzato l’uomo: la tensione verso l’infinito. La brama di infinito si è sempre manifestata in diverse forme: nel desiderio di avere figli, nell’ambizione di compiere opere immortali, nell’aspirazione ad essere riconosciuto e ricordato per sempre. Tuttavia, l’uomo può anche tentare di percorrere le vie più dirette ed elevate: quelle che conducono al divino. Egli può avvicinarsi direttamente a Dio, oppure può perseguire l’elevazione dello spirito fino ai limiti del divino. Il tentativo di congiungimento (ricongiungimento per molti) con l’Infinito permette all’essere umano di uscire dallo stato di mortalità e limitatezza in cui è condannato sulla terra. Le religioni e le filosofie mistiche offrono il dono dell’immortalità e la liberazione.
Bisogna riconoscere che l’uomo, per sua natura, anela al ricongiungimento con l’Infinito. La sete d’infinito non può essere spenta in alcun modo. Se non siamo disposti ad accettare d’inseguire l’Assoluto, rischiamo di cadere in altre trappole che mascherano la brama di Infinito: nichilismo, amori ossessivi, culto della lussuria, dei beni materiali, o del vino. Queste, ed altre forme di venerazione mondane e non, sono una manifestazione di tale tensione. In altre parole, quando scegliamo un qualsiasi oggetto di culto, rischiamo di dare un valore infinito a cose che in realtà sono impermanenti e finite. Tale atteggiamento ci causa molta sofferenza perché vediamo mobilità e finitudine dove vorremmo vedere staticità e illimitatezza. Se ci attacchiamo ad un oggetto di venerazione sbagliato, iniziano a sorgere grossi problemi: non vediamo più; l’illusione ci offusca, smarriamo la strada. Oggi c’è chi si spaventa sentendo la parola “Dio”; poi, però, gli stessi sono pronti a venerare i beni materiali, il sesso, la lussuria, i divi, i dittatori, il potere, i soldi. Non sono tutte forme di religione? Dietro la maschera dell’attrazione fatale per questi oggetti di culto si nasconde l’innata tendenza dell’uomo a muoversi verso l’Infinito, Dio: l’unità che unisce il conoscibile, l’ignoto e il perché.
L’estasi mistica e religiosa si ottiene sulla base della realizzazione di uno stato spirituale che permette di raggiungere una capienza psichica tale da poter accogliere l’infinito. In altre parole, si tratta di un sentimento di indissolubile legame, di immedesimazione con la totalità del mondo esterno, ossia della perdita del sé egoista in un senso della eternità, in qualcosa di illimitato, di sconfinato, che diventa tutt’uno con l’essere spirituale dell’interiorità.
Ovviamente, non è in questo dialogo che mi propongo di dare una nuova teologia, l’unico umile messaggio che vorrei consegnarti è “rendiamoci consapevoli che la tensione verso l’Infinito è una necessità iscritta nel codice umano, così saremo liberi di riconoscere il Dio che merita tale e grande nome.” La brama d’infinito è una tensione troppo grande da soffocare. Non dobbiamo pensare che sia un fardello, in realtà, è un dono. Partendo da noi stessi e dall’accettazione della vita, essendo consapevoli che la morte, in qualsiasi caso, porta con sé una qualche perdita, allora potremmo avere una fede autentica. Quando la fede è vera, non dà comode risposte e non possiamo usarla per far del male a noi stessi e agli altri.
La vita stessa è un mistero. Dal punto di vista razionale, non è stata né dimostrata né smentita l’esistenza di alcunché. Se siamo disposti ad aprire gli occhi vedremmo che Dio è chiamato in modi diversi, ma il significato simbolico è sempre lo stesso. Che dietro i simboli astratti ci siano delle essenze dotate di essere non è stato né dimostrato né smentito in modo scientifico-razionale. Questo è il re dei problemi filosofici. Tutto il resto non è che una riproposizione di tale enigma. Chi pensa di sapere con certezza come andrà a finire, è altrettanto ingenuo di chi è convinto di conoscere come è iniziata. Il credere autentico ha gli stessi diritti sul piano razionale del non credere autentico. Ognuno si salvi come può, non è conoscere, ma comprendere; non è capire, ma intuire; non è certezza ma sensazione; non è ragione, ma cuore.
Aforismi sulla morte
“Ci sono persone che hanno vissuto con ritmo, che hanno completato il ciclo dell’esistenza passando dall’infuriare della giovinezza alle solide conquiste della maturità e al quieto e pacifico declino verso la morte. La gente di questo genere non teme la morte né lotta per sfuggirla giacché la vita è sempre stata completa, realizzata come un’opera d’arte. Non hanno mai temuto né negato la vita. Non accettano la morte per stanchezza o disperazione ma l’accettano perché hanno compiuto il ciclo con compiuta soddisfazione. Quanti ne sono rimasti al giorno d’oggi? ”. (Louis Bromfield)
“Anche se non hanno voce, i morti vivono. Non esiste la morte di un individuo. La morte è una cosa universale. Anche dopo morti dobbiamo sempre rimanere desti, dobbiamo giorno per giorno prendere le nostre decisioni”. (Shôhei Ôoka)
“Due morti hanno plasmato in gran parte la sensibilità occidentale. Due casi di pena capitale, di omicidio giudiziario determinano i nostri riflessi religiosi, filosofici e politici. Sono due morti a governare la percezione etafisica e politica che abbiamo noi stessi: quella di Socrate e quella di Cristo. Siamo tuttora figli di quelle morti”. (George Steiner)
“La morte di un uomo è meno affar suo che di chi gli sopravvive.” (Thomas Mann)
“La morte è l’una o l’altra di due cose. O è un annullamento e i morti non hanno coscienza di nulla; o, come ci vien detto, è veramente un cambiamento, una migrazione dell’anima da un luogo ad un altro”. (Socrate)
“La morte è l’unica cosa che riesce a spaventarmi. La detesto perché oggi si può sopravvivere a tutto tranne che a lei. La morte e la volgarità sono le uniche due realtà che il diciannovesimo secolo non è riuscito a spiegare”. (Oscar Wilde)
“Confronto alla morte, l’amore è una faticosa faccenda infantile, sebbene gli uomini credano più nell’amore che nella morte”. (Mario Puzo)
“La morte è più forte dell’amore, è una sfida all’esistenza”. (Émile Zola)
“La nostra morte non è una fine se possiamo vivere nei nostri figli e nella giovane generazione. Perché essi sono noi: i nostri corpi non sono che le foglie appassite sull’albero della vita”. (Albert Einstein)
“La morte è senza mistero, come la vita. È una necessità: poiché è necessario vivere”. (Curzio Malaparte)
“La morte vera è la separazione da Dio e questa è intollerabile; la morte vera è la non fede, la non speranza, il non amore”. (Carlo Carretto)
“La morte si sconta vivendo”. (Giuseppe Ungaretti)
“Morire è l’ultima cosa che farò”. (Roberto Benigni)
“O ciechi, il tanto affaticar che giova? | Tutti torniamo a la grande madre antica, | E il nome nostro a pena si ritrova”. (Francesco Petrarca)
“Due cose belle ha il mondo: amore e morte”. (Giacomo Leopardi)
“A morte ‘o ssaje ched’é?…è una livella”. (Totò – A livella)
“Fui pervaso fin nel più profondo del cuore dal sentimento dell’impermanenza di tutte le cose che mi era stato trasmesso da mia madre. La vita umana era effimera come i petali avvizziti, spazzati via dal vento. La nozione buddhista dell’impermanenza (mujo) faceva parte del mio essere più intimo. Niente nell’universo intero può resistere al tempo. Tutto ne viene travolto, tutto è condannato a scomparire o a mutare. Anche lo spirito, come la materia, è chiamato a trasformarsi, senza mai poter raggiungere la permanenza. Per questo l’uomo è costretto ad avanzare in solitudine, senza alcun appoggio stabile. Come è detto nello Shodoka, neppure la morte, che lascia ciascuno solo nella sua bara, è definitiva. Soltanto l’impermanenza è reale”. ( Taïsen Deshimaru, “Autobiografia di un monaco zen”)
“Tu, invece, preparati ogni giorno a lasciare serenamente questa vita a cui tanti si avvinghiano e si aggrappano, come chi è trascinato via dalla corrente si aggrappa ai rovi e alle rocce. I più ondeggiano infelici tra il timore della morte e le angosce della vita: non vogliono vivere, né sanno morire. Abbandona ogni preoccupazione per la tua esistenza e te la renderai piacevole. Possedere un bene non serve a niente se non si è pronti a perderlo”. (Seneca)
“… abituati a pensare che la morte non costituisce nulla per noi, dal momento che il godere e il soffrire sono entrambi nel sentire, e la morte altro non è che la sua assenza. L’esatta coscienza che la morte non significa nulla per noi rende godibile la mortalità della vita, senza l’inganno del tempo infinito che è indotto dal desiderio dell’immortalità.
Non esiste nulla di terribile nella vita per chi davvero sappia che nulla c’è da temere nel non vivere più. Perciò è sciocco chi sostiene di aver paura della morte, non tanto perché il suo arrivo lo farà soffrire, ma in quanto l’affligge la sua continua attesa. Ciò che una volta presente non ci turba, stoltamente atteso ci fa impazzire.
La morte, il più atroce dunque di tutti i mali, non esiste per noi. Quando noi viviamo la morte non c’è, quando c’è lei non ci siamo noi. Non è nulla né per i vivi né per i morti. Per i vivi non c’è, i morti non sono più. Invece la gente ora fugge la morte come il peggior male, ora la invoca come requie ai mali che vive. Il vero saggio, come non gli dispiace vivere, così non teme di non vivere più. La vita per lui non è un male, né è un male il non vivere. Ma come dei cibi sceglie i migliori, non la quantità, così non il tempo più lungo si gode, ma il più dolce”. (Epicuro)




