May 3, 2009

Prima o poi bisogna parlarne…

Aldo: «È raro sentire un giovane parlare di questo argomento in modo sereno».
Nabla: «Ignorare la morte significherebbe ignorare anche la vita. Vivere e morire sono le due facce dell’esistenza, se non ci fosse una, non ci sarebbe l’altra. È questo alternarsi che nutre la vita stessa: la vita si ciba della vita».
Aldo: «Sai che ho sempre pensato?».
Nabla: «Cosa?».
Aldo: «Che senza la morte, tutte le filosofie e le religioni che conosciamo (ma anche le arti e la poesia ) non esisterebbero».
Nabla: «Non lo so, ma sicuramente sarebbero profondamente diverse».
Aldo: «Nonostante alcuni lo neghino, ritengo che non ci sia essere umano “pensante” che non tema la morte. In definitiva, l’uomo, prendendo coscienza della sua esistenza nel tempo, si è aperto una voragine verso l’inquietudine. È inutile che ci giriamo intorno, la temporalità ci angoscia, ci fa sentire impotenti. Per di più, la coscienza della finitezza e la paura della morte, lavorano non solo a livello conscio, ma riempiono di negatività anche il grande ed evanescente serbatoio del subconscio. E, a quel punto, non riusciamo più a distinguere da dove derivano le nostre paure, le ansie, le problematiche interiori. Anche il grande terrore della fine viene gettato nel torbido “calderone” dell’oblio subcosciente. Esso sembra inesistente a livello conscio, ma il suo riflesso è pronto a colpirci quando meno ce lo aspettiamo. Spesso non sappiamo da dove e perché ci arriva un colpo, e magari è proprio da lei, dalla signora in nero, che prima di prenderci ci spaventa con la sua ombra terrificante».
Nabla: «Il paradosso è che la paura della temporalità ci rende ancora più vittime del tempo: la nostra limitatezza ci porta a bruciare il momento, a non viverlo: esso passa e neanche ce ne accorgiamo. Invece di rallentarlo, lo acceleriamo. Anziché viverlo, lo inghiottiamo. Non ci saziamo con nulla e diventiamo sempre più ingordi. Siamo assetati di esperienze, le cerchiamo continuamente e in modo ossessivo: neanche arrivano che già stanno per uscire, mentre noi siamo già pronti per una nuova insaziabile ricerca. E allora l’ansia si trasforma in vera e propria angoscia. La vita diventa un treno in cui non possiamo far altro che stare accanto al finestrino lasciandoci sfiorare dai momenti che passano e non tornano più. Sappiamo che abbiamo poco tempo. Ma proprio perché ne abbiamo poco, tendiamo a bruciarlo ed, inevitabilmente, il tempo si contrae ancora di più. E allora sentiamo di non avere abbastanza tempo, ne ricerchiamo ancora, lo viviamo con inquietudine e il paradosso lo contrae ulteriormente, entrando in un ciclo pericoloso.
Abbiamo già detto che la filosofia, le religioni e la produzione letteraria ed artistica nascono spesso dalla sofferenza. In uno stato di pace e quiete assoluta l’ispirazione viene meno. La condizione atarassica chiude l’uomo nella sua serenità. Invece, i filosofi, i poeti e i mistici cercano di esprimere un senso di ribellione, ma anche di accettazione dello stato di cose. “Tutto è sofferenza” – afferma Buddha – e aggiunge “esiste la malattia, esiste la morte” e Socrate gli fa da eco “la vita del saggio non è che una lunga preparazione alla morte”. E il saggio ci prepara proprio alla morte, insegnandoci a saper morire come uomini. Ci fa morire come uomini, ma promette di darci una nuova esistenza e di trasformarci in un essere che non teme la fine, perché ha perfettamente compreso e accettato l’illusione della vita e della morte. Una volta capita e smascherata, anche lei rivela la sua vulnerabilità e non può farci più del male. La vita e la morte fanno intrinsecamente parte della nostra esistenza, che ci piaccia o no. Quindi è meglio imparare a capire questa inseparabile coppia per cercare di “accettare le cose così come sono” e per vincere anche l’ultimo nemico».
Aldo: «Anche loro si illudono” – gridano i pessimisti e – aggiungono – “la filosofia della liberazione e le religioni sono un’altra forma d’illusione. Esiste solo il nulla, e le nostre vite sono basate su questo: il nulla ci genera, il nulla ci inghiotte. E allora, che fare? Fuggire. Fingere di non sapere. No, lo abbiamo detto: ignorare la morte significa ignorare anche la vita».
Nabla: «Ma come ci si può difendere dalla morte?».
Aldo: «Per prima cosa, bisogna distinguere la nostra morte da quella delle persone che conosciamo. La perdita di persone a cui siamo molto legate ci causa molta sofferenza. Questo è il colpo più duro che ci può dare la morte. Quando amiamo qualcuno e non lo possiamo più vedere, ne soffriamo infinitamente. Per questo non c’è rimedio, bisogna tollerare e farci forti. Imparare ad accettare la vita per quello che è: amare con cuore aperto, ma non attaccarsi eccessivamente alle persone, per quanto fondamentali possano essere nelle nostre vite, è un buon compromesso tra la rinuncia agli affetti e la dipendenza completa. Molto spesso pensiamo che i nostri cari siano immortali. La morte degli affetti è uno di quegli avvenimenti che riteniamo non ci debba mai sfiorare. In realtà capiterà a tutti. Nel nostro profondo ci convinciamo che non debba mai succedere a noi, e non facciamo nulla per prepararci, semplicemente ignoriamo l’ ”ineluttabile eventualità”. Ovviamente non siamo pietre. È normale soffrire intensamente quando una persona che vorremmo per sempre al nostro fianco, viene a mancare. L’errore (o meglio la comprensibile debolezza) sta nell’aggiungere all’inevitabile tormento, alla tristezza che fatalmente ci afferra durante la fase di accettazione del lutto, l’ostinazione a non accettare la morte. In questo modo, aggiungiamo sofferenza su sofferenza. Il dispiacere supplementare è causato dall’illusione che si possa ignorare una straziante e dolorosa verità, ma non riguarda la perdita in se stessa. Se siamo consapevoli che primo o poi debba accadere, perlomeno ci muoviamo su un piano più autentico e saremo sì sommersi dalla tristezza, tuttavia non ci crollerà il mondo addosso: una volta digerito il lutto, la vita potrà assumere ancora nuovi significati; sicuramente sarà diversa, però non perderà il suo valore.
Per quanto riguarda la nostra morte, essa è qualcosa che non conosciamo e che non potremo mai conoscere e, dunque, ci spaventa. Allo stesso modo ci atterrisce il fatto di esistere e, poi, scomparire nel nulla, come se non avessimo mai compiuto il viaggio nel mare della vita. Ciò nonostante, potrei chiederti: ti spaventi quando dormi profondamente senza sognare?».
Nabla: «No, per nulla; non me ne rendo conto».
Aldo: «Soffri?».
Nabla: «No».
Aldo: «Sei cosciente di non esistere?».
Nabla: «No».
Aldo: «Senti qualcosa?».
Nabla: «No».
Aldo: «E allora muori tutte le notti senza né lamentarti né soffrire, a maggior ragione non soffrirai dopo l’ultimo sonno profondo».
Nabla: «Il problema non è nella sofferenza. La morte non è sofferenza. La paura è nella coscienza del passaggio dall’essere al non essere: avere la coscienza di esistere, ma allo stesso tempo sapere che in futuro non si esisterà più. Questo fa male, è doloroso».
Aldo: «L’errore è proprio nel considerare il passaggio dall’essere al non essere. Perché l’uomo non è mai nessuno dei due, è sempre essere e non essere sia nella vita che nella morte. In altre parole, durante la vita l’uomo è essere in atto, ma è anche “non essere” in potenza, perché sa che l’evoluzione del suo essere porta al non essere (nulla-fine-morte). Da questa dicotomia esistenziale ci sono due modi per uscire:
accettare la propria condizione di mortale, assaporando il tempo nel modo migliore possibile e senza attaccarsi troppo alla vita. Non rimanere paralizzati di fronte alla fine, ma neanche vivere come se non ci fosse una fine. Accettare le cose come sono non significa ignorarle, ma comprenderle veramente e vivere in un modo diverso da quello dell’inconsapevole e del timoroso. Vivere nel tempo, senza consumare ogni momento come se fosse l’ultimo. Anziché divorare il momento, bisogna assaporarlo lentamente, farlo proprio, renderlo eterno. Respirare, bisogna imparare a respirare. Bisogna imparare a trattenere il fiato. A camminare, a correre e ad accelerare. Bisogna imparare a fermarsi, a riflettere, a rallentare, a ripartire e, poi, a fermarsi nuovamente. Seguire il flusso della vita senza farsi fagocitare da essa, non dimenticandoci mai della preparazione all’ultimo ostacolo che la vita irrimediabilmente ci pone di fronte. In sostanza, non dovremmo né aspettare apaticamente né correre velocemente verso la fine. Vivere con consapevolezza, cercando di conoscere se stessi per realizzare quella missione che ognuno di noi è chiamato a compiere con la sua stessa esistenza. Ognuno diverso, ma tutti alla ricerca del vero sé, di quello che renda la nostra vita unica ed irripetibile, che la trasformi in una esistenza che valga la pena di essere vissuta. E se non ci riusciamo? Ce la prendiamo con qualcuno? Con la morte? Con un dio ? Con il corpo? Con il Karma? Con la natura? No, dipende anche da noi stessi. Non rifugiamoci in esegesi religiose errate che promettono la vita eterna e regalano una morte prematura. In metafisiche che promettono la libertà, ma ci incatenano con catene più possenti. Non scappiamo nel nulla, nell’indifferenza, nell’apatia o nella nevrosi. Rendiamoci realmente liberi di scegliere quello che è meglio per noi. Quando sappiamo che abbiamo vissuto secondo ciò che siamo, abbiamo fatto un lungo passo verso l’accettazione della fine:

“Sì come una giornata bene spesa dà lieto dormire, così una vita bene usata dà lieto morire” (Leonardo da Vinci)

Oppure possiamo rifugiarci nell’atteggiamento che ha da sempre caratterizzato l’uomo: la tensione verso l’infinito. La brama di infinito si è sempre manifestata in diverse forme: nel desiderio di avere figli, nell’ambizione di compiere opere immortali, nell’aspirazione ad essere riconosciuto e ricordato per sempre. Tuttavia, l’uomo può anche tentare di percorrere le vie più dirette ed elevate: quelle che conducono al divino. Egli può avvicinarsi direttamente a Dio, oppure può perseguire l’elevazione dello spirito fino ai limiti del divino. Il tentativo di congiungimento (ricongiungimento per molti) con l’Infinito permette all’essere umano di uscire dallo stato di mortalità e limitatezza in cui è condannato sulla terra. Le religioni e le filosofie mistiche offrono il dono dell’immortalità e la liberazione.
Bisogna riconoscere che l’uomo, per sua natura, anela al ricongiungimento con l’Infinito. La sete d’infinito non può essere spenta in alcun modo. Se non siamo disposti ad accettare d’inseguire l’Assoluto, rischiamo di cadere in altre trappole che mascherano la brama di Infinito: nichilismo, amori ossessivi, culto della lussuria, dei beni materiali, o del vino. Queste, ed altre forme di venerazione mondane e non, sono una manifestazione di tale tensione. In altre parole, quando scegliamo un qualsiasi oggetto di culto, rischiamo di dare un valore infinito a cose che in realtà sono impermanenti e finite. Tale atteggiamento ci causa molta sofferenza perché vediamo mobilità e finitudine dove vorremmo vedere staticità e illimitatezza. Se ci attacchiamo ad un oggetto di venerazione sbagliato, iniziano a sorgere grossi problemi: non vediamo più; l’illusione ci offusca, smarriamo la strada. Oggi c’è chi si spaventa sentendo la parola “Dio”; poi, però, gli stessi sono pronti a venerare i beni materiali, il sesso, la lussuria, i divi, i dittatori, il potere, i soldi. Non sono tutte forme di religione? Dietro la maschera dell’attrazione fatale per questi oggetti di culto si nasconde l’innata tendenza dell’uomo a muoversi verso l’Infinito, Dio: l’unità che unisce il conoscibile, l’ignoto e il perché.
L’estasi mistica e religiosa si ottiene sulla base della realizzazione di uno stato spirituale che permette di raggiungere una capienza psichica tale da poter accogliere l’infinito. In altre parole, si tratta di un sentimento di indissolubile legame, di immedesimazione con la totalità del mondo esterno, ossia della perdita del sé egoista in un senso della eternità, in qualcosa di illimitato, di sconfinato, che diventa tutt’uno con l’essere spirituale dell’interiorità.
Ovviamente, non è in questo dialogo che mi propongo di dare una nuova teologia, l’unico umile messaggio che vorrei consegnarti è “rendiamoci consapevoli che la tensione verso l’Infinito è una necessità iscritta nel codice umano, così saremo liberi di riconoscere il Dio che merita tale e grande nome.” La brama d’infinito è una tensione troppo grande da soffocare. Non dobbiamo pensare che sia un fardello, in realtà, è un dono. Partendo da noi stessi e dall’accettazione della vita, essendo consapevoli che la morte, in qualsiasi caso, porta con sé una qualche perdita, allora potremmo avere una fede autentica. Quando la fede è vera, non dà comode risposte e non possiamo usarla per far del male a noi stessi e agli altri.
La vita stessa è un mistero. Dal punto di vista razionale, non è stata né dimostrata né smentita l’esistenza di alcunché. Se siamo disposti ad aprire gli occhi vedremmo che Dio è chiamato in modi diversi, ma il significato simbolico è sempre lo stesso. Che dietro i simboli astratti ci siano delle essenze dotate di essere non è stato né dimostrato né smentito in modo scientifico-razionale. Questo è il re dei problemi filosofici. Tutto il resto non è che una riproposizione di tale enigma. Chi pensa di sapere con certezza come andrà a finire, è altrettanto ingenuo di chi è convinto di conoscere come è iniziata. Il credere autentico ha gli stessi diritti sul piano razionale del non credere autentico. Ognuno si salvi come può, non è conoscere, ma comprendere; non è capire, ma intuire; non è certezza ma sensazione; non è ragione, ma cuore.

Aforismi sulla morte

“Ci sono persone che hanno vissuto con ritmo, che hanno completato il ciclo dell’esistenza passando dall’infuriare della giovinezza alle solide conquiste della maturità e al quieto e pacifico declino verso la morte. La gente di questo genere non teme la morte né lotta per sfuggirla giacché la vita è sempre stata completa, realizzata come un’opera d’arte. Non hanno mai temuto né negato la vita. Non accettano la morte per stanchezza o disperazione ma l’accettano perché hanno compiuto il ciclo con compiuta soddisfazione. Quanti ne sono rimasti al giorno d’oggi? ”. (Louis Bromfield)

“Anche se non hanno voce, i morti vivono. Non esiste la morte di un individuo. La morte è una cosa universale. Anche dopo morti dobbiamo sempre rimanere desti, dobbiamo giorno per giorno prendere le nostre decisioni”. (Shôhei Ôoka)

“Due morti hanno plasmato in gran parte la sensibilità occidentale. Due casi di pena capitale, di omicidio giudiziario determinano i nostri riflessi religiosi, filosofici e politici. Sono due morti a governare la percezione etafisica e politica che abbiamo noi stessi: quella di Socrate e quella di Cristo. Siamo tuttora figli di quelle morti”. (George Steiner)

“La morte di un uomo è meno affar suo che di chi gli sopravvive.” (Thomas Mann)

“La morte è l’una o l’altra di due cose. O è un annullamento e i morti non hanno coscienza di nulla; o, come ci vien detto, è veramente un cambiamento, una migrazione dell’anima da un luogo ad un altro”. (Socrate)

“La morte è l’unica cosa che riesce a spaventarmi. La detesto perché oggi si può sopravvivere a tutto tranne che a lei. La morte e la volgarità sono le uniche due realtà che il diciannovesimo secolo non è riuscito a spiegare”. (Oscar Wilde)

“Confronto alla morte, l’amore è una faticosa faccenda infantile, sebbene gli uomini credano più nell’amore che nella morte”. (Mario Puzo)

“La morte è più forte dell’amore, è una sfida all’esistenza”. (Émile Zola)

“La nostra morte non è una fine se possiamo vivere nei nostri figli e nella giovane generazione. Perché essi sono noi: i nostri corpi non sono che le foglie appassite sull’albero della vita”. (Albert Einstein)

“La morte è senza mistero, come la vita. È una necessità: poiché è necessario vivere”. (Curzio Malaparte)

“La morte vera è la separazione da Dio e questa è intollerabile; la morte vera è la non fede, la non speranza, il non amore”. (Carlo Carretto)

“La morte si sconta vivendo”. (Giuseppe Ungaretti)

“Morire è l’ultima cosa che farò”. (Roberto Benigni)

“O ciechi, il tanto affaticar che giova? | Tutti torniamo a la grande madre antica, | E il nome nostro a pena si ritrova”. (Francesco Petrarca)

“Due cose belle ha il mondo: amore e morte”. (Giacomo Leopardi)

“A morte ‘o ssaje ched’é?…è una livella”. (Totò – A livella)

“Fui pervaso fin nel più profondo del cuore dal sentimento dell’impermanenza di tutte le cose che mi era stato trasmesso da mia madre. La vita umana era effimera come i petali avvizziti, spazzati via dal vento. La nozione buddhista dell’impermanenza (mujo) faceva parte del mio essere più intimo. Niente nell’universo intero può resistere al tempo. Tutto ne viene travolto, tutto è condannato a scomparire o a mutare. Anche lo spirito, come la materia, è chiamato a trasformarsi, senza mai poter raggiungere la permanenza. Per questo l’uomo è costretto ad avanzare in solitudine, senza alcun appoggio stabile. Come è detto nello Shodoka, neppure la morte, che lascia ciascuno solo nella sua bara, è definitiva. Soltanto l’impermanenza è reale”. ( Taïsen Deshimaru, “Autobiografia di un monaco zen”)

“Tu, invece, preparati ogni giorno a lasciare serenamente questa vita a cui tanti si avvinghiano e si aggrappano, come chi è trascinato via dalla corrente si aggrappa ai rovi e alle rocce. I più ondeggiano infelici tra il timore della morte e le angosce della vita: non vogliono vivere, né sanno morire. Abbandona ogni preoccupazione per la tua esistenza e te la renderai piacevole. Possedere un bene non serve a niente se non si è pronti a perderlo”. (Seneca)

“… abituati a pensare che la morte non costituisce nulla per noi, dal momento che il godere e il soffrire sono entrambi nel sentire, e la morte altro non è che la sua assenza. L’esatta coscienza che la morte non significa nulla per noi rende godibile la mortalità della vita, senza l’inganno del tempo infinito che è indotto dal desiderio dell’immortalità.
Non esiste nulla di terribile nella vita per chi davvero sappia che nulla c’è da temere nel non vivere più. Perciò è sciocco chi sostiene di aver paura della morte, non tanto perché il suo arrivo lo farà soffrire, ma in quanto l’affligge la sua continua attesa. Ciò che una volta presente non ci turba, stoltamente atteso ci fa impazzire.
La morte, il più atroce dunque di tutti i mali, non esiste per noi. Quando noi viviamo la morte non c’è, quando c’è lei non ci siamo noi. Non è nulla né per i vivi né per i morti. Per i vivi non c’è, i morti non sono più. Invece la gente ora fugge la morte come il peggior male, ora la invoca come requie ai mali che vive. Il vero saggio, come non gli dispiace vivere, così non teme di non vivere più. La vita per lui non è un male, né è un male il non vivere. Ma come dei cibi sceglie i migliori, non la quantità, così non il tempo più lungo si gode, ma il più dolce”. (Epicuro)

Uomo e società — ©Pensieri di nabladue
April 18, 2009

Ma dove sono finiti i maestri?

“Maestro” – “Come scusi? Si dice Professore!”

Fin dalle scuole medie insegnano a disprezzare la parola “maestro”. Uno degli avvenimenti che face arrabbiare molto un mio professore delle scuole medie, fu quello di essere stato invocato in quel modo spregiativo. Al contrario – secondo me – senza maestri l’istruzione non può funzionare. Sembra una questione di inutili polemiche sulle parole, ma – in realtà – è un sintomo del distacco che, chi insegna – spesso – tende a stabilire nei confronti degli studenti.
Per curiosità, ho effettuato una piccola ricerca etimologica. Professore viene da professòrem che deriva da profèssum, participio passato di profitèri che significa dichiarare pubblicamente, professare, insegnare. Mi fa venire in mente un insegnante che professa e degli ascoltatori che ricevono la profezia. Andiamo a vedere maestro. Deriva da Magister, ed ha la stessa radice mag di magis, magnus che significa grande. Senza entrare nei dettagli, con il suffisso “Ter” diventa: il più grande, il maggiore.
Quindi indicava il più grande esperto di un’arte, una scienza, un’attività.
Lasciando le questioni etimologiche, che in ogni caso ci danno l’idea di un cambiamento nel valore che le pedine subiscono nella scacchiera della società, vorrei evidenziare che il Maestro è qualcosa di più rispetto ad un professore.

Questo qualcosa in più è dato dal rapporto umano. Dal saper costituire una guida, al di là degli insegnamenti prettamente scolastici. Soprattutto, deriva dal conoscere se stessi e dal porsi come esempio nella conoscenza del sé. Il maestro, in quanto ha realizzato pienamente la sua esistenza, facendo ciò per cui è nato e nel modo migliore, si pone come “exemplum” per gli allievi.
Il vero maestro è colui che trasmette la passione per un’arte o per una scienza con la sua semplice presenza. E con questo riesce a trasmettere anche l’importanza fondamentale del fare ciò per cui siamo nati, coltivando le nostre passioni e le nostre inclinazioni. Infatti, quando il lavoro non è passione, ma semplice esecuzione meccanica, diventa alienante e – invece di nobilitare – abbrutisce.

Nella Grecia antica, una componente fondamentale della “scuola” era l’amicizia, che si veniva ad instaurare all’interno del gruppo.
Tralasciando l’aspetto erotico-sessuale che faceva parte del rapporto maestro-allievo (in cui si cade in nell’eccesso opposto del distacco), l’amicizia e l’amore avevano un ruolo importante nell’insegnamento. Questo perché l’amore e l’amicizia, servono proprio a rompere il distacco, aprono nei confronti degli altri, creano fiducia.
Infatti, l’amore spezza ogni vincolo e limitazione, aprendo la mente della persona, riempiendola di stima e fede nei confronti del maestro. Il discente diventa come spugna pronta ad assorbire l’acqua della conoscenza che il maestro lascia cadere per terra. In termini junghiani,anche nella psicoanalisi, l’innamoramento del paziente può giocare un ruolo importante nella guarigione. L’allievo è come un paziente che deve guarire dalla sua ignoranza.

Inoltre, il fattore più importante è quello di saper trasmettere la passione per una disciplina o per un’arte. Purtroppo, ho dovuto constatare che – spesso – chi insegna non riesce a trasmettere l’amore per la sua arte non per incapacità, ma addirittura perché non ama realmente ciò che insegna.
Perché occupa quel posto? I motivi possono essere tanti. Più di tutto, nel nostro paese, dove spesso le posizioni non si occupano per via dei meriti, ma grazie a circostanze esterne, si ha un alto numero di persone che occupano una posizione solo per via del caso.

Un altro male dei nostri tempi, è la ferma convinzione che chi insegna non abbia più nulla da imparare. Infatti, in molte discipline, chi insegna – arrivato ad un certo livello di conoscenza e padronanza della sua arte – smette di approfondire e imparare. Questo può essere dovuto a due fattori principalmente:

1) Presunzione. La persona ritiene di non aver nulla. A maggior ragione, ritiene di non aver nulla da imparare dagli allievi. Tale ideologia tende ad innalzare ancora di più il muro che c’è tra docente e discente.Alcune volte – per orgoglio – gli insegnanti ostacolano addirittura gli allievi più bravi. Per portare un esempio, basti ricordare che Einstein non ottenne neanche un dottorato di ricerca dopo essersi laureato. In realtà, anche chi insegna ha sempre da imparare. Bisognerebbe che alcune persone scendessero dal piedistallo e si mettessero in cerchio insieme agli allievi, poiché perfino il maestro dovrebbe sempre rimanere anche un po’ allievo.

2) Smania di guadagno monetario. Una volta ottenuto il compenso,invece di pensare al proprio miglioramento, ci si adagia su una tranquillità economica e non si cerca di affinare la propria preparazione. Non si ha il coraggio o la voglia di ridurre temporaneamente il lavoro, per riprendere lo studio o la formazione. Nell’ Università italiana i programmi di studio sono sempre obsoleti e, spesso, i professori – non avendo mai lavorato e non essendosi mai aggiornati – ripropongono quello che hanno studiato loro all’università. In Italia, molte persone dicono “Va bene, ma l’Università serve per darti le basi, poi il resto lo fai sul lavoro” . Non è assolutamente vero.
Primo, perché sul lavoro nessuno è disposto ad insegnare. Secondo, perché mentre un americano esce dall’università (a 22 anni) con le basi e perfettamente aggiornato sulle ultime evoluzione della sua specializzazione, lo studente italiano deve praticamente ricominciare da capo. Prendete materie come l’informatica o l’elettronica che sono in continua evoluzione. La dinamicità di alcune discipline contrasta con la staticità di molti professori che rimangono mummificati al tempo della loro laurea.

3) Nella società dell’apparenza, a volte, i docenti – soprattutto in ambito professionale- vengono scelti non in base alla preparazione, ma in base alle capacità comunicative e di parlare in pubblico. Giovani rampanti che parlano molto bene nella forma, con voci da teatro, atteggiamenti carismatici, ma saranno altrettanti bravi nella sostanza?
“Le persone si annoiano quando ascoltano un corso, ogni mezz’ora è bene mettere delle donne nude” – mi disse una volta una persona che insegnava a degli ufficiali. Per prima cosa, mi piacerebbe sapere se la platea fosse femminile quale sarebbe l’immagine per ridestare le coscienze delle allieve. Secondo, mi chiedo se l’insegnante debba insegnare o fare il presentatore.

Tralasciando la questione specifica del nostro paese,il non avere maestri è un fatto gravissimo, e un grosso fardello per la società. Se non vogliamo che la mediocrità ci avvolga, sarebbe opportuno dare spazio e coltivare dei veri maestri.

Uomo e società — ©Pensieri di nabladue
April 1, 2007

La terra ha abbastanza risorse per tutti

Chiudiamo la saga dell’energia con una piccola riflessione.
Riassumendo abbiamo visto che non esiste la soluzione dei sogni ,ma esistono tante piccole soluzioni che, se usate in modo integrato ed opportunamente combinato, potrebbero migliorare la situazione ambientale del nostro piccolo pianeta.

Molti hanno evidenziato il problema dei brevetti e degli interessi, che esiste certamente. Secondo voi, cambiando fonti energetiche, questo problema sarebbe risolto?

Ammettiamo, e abbiamo visto che per adesso non è neanche pensabile, che l’idrogeno possa in futuro, sostituire a pieno le fonti fossili: chi avrebbe i soldi per sviluppare i nuovi impianti se non i colossi del petrolio? Secondo me, si distruggerebbero delle multinazionali, per crearne altre. Qualcuno smetterà di arricchirsi e qualcun’altro inizierà.
La chiave dovrebbe essere il decentramento della produzione. Ognuno con la propria mini centrale per la produzione di energia.
No, neanche. Il problema è insito nell’ingordigia umana, non nella tecnica.

La terra ha abbastanza risorse per tutti, ma non per l’avidità di pochi. (Gandhi)


Uomo e società — ©Pensieri di nabladue
February 23, 2007

L’ironia

Mi trovavo in una grande libreria con un amico. Di solito mi piace passare due ore circondato dai libri, sfogliarne qualcuno, leggere la presentazione e, se trovo qualcosa che mi colpisce, lo porto a casa con me.
Noto, nella classifica dei libri più venduti, che il primo posto è di Luciana Littizzetto. Mi avvicino incuriosito, indosso i guanti che mi proteggono da tutto ciò che è commerciale e lo apro a caso. A volte il caso è beffardo. Si parla di loffe. Leggo il piccolo racconto che, se non ricordo male, era la parodia della pubblicità di un profumo; sorrido e rimetto il libro al suo posto. Ho pensato che con le loffe mi possono far ridere anche i miei amici. Se mi devo rovinare gli occhi, preferisco farlo per qualcosa che non posso avere dalla vita quotidiana. O, in alternativa, se ho voglia di sparare qualche cavolata posso sempre andare della mia amica Almost30 , il cui blog è infestato dai commenti stupidi del sottoscritto.
La mia intenzione non è quella di accusare o criticare qualcuno:Luciana Littizzetto è una grande comica, ma ho dovuto trovare un modo stimolante per iniziare il post. Al contrario, voglio imbastire una difesa. I classici non sono necessariamente noiosi, i discorsi impegnati non sono necessariamente pesanti, mentre lo è quella parte di comicità facile ed inutile o offensiva.
Non sono un accademico e non mi piacciono le persone musone e seriose, ma non mi attira neanche chi non riesce mai ad uscire dai panni del comico.
Tra i diversi modi di strappare un sorriso alle persone, quello che apprezzo di più, è un certo tipo di ironia. L’ironia che parla di cose importanti, in modo semplice e simpatico. Se non tutti sono d’accordo con me, dovranno comunque ammettere che, in questo caso, oltre alla risata, si porta a casa anche qualcosa in più.
La satira tende a colpire le persone. Il fine della comicità è quello di strappare un sorriso a qualunque costo, anche in modo volgare o di cattivo gusto. Non voglio giudicare chi lo fa, ma, in certe circostanze, lo trovo particolarmente noioso e pesante.
Non disprezzo né la satira, né la comicità, ma ritengo che l’ironia, usata in determinati ambiti e modi, possa essere più costruttiva rispetto alle prime due. Roberto Benigni con la lettura della Divina Commedia ha dimostrato che si può parlare di letteratura in modo divertente ed interessante. Se la letteratuta venisse insegnata in quel modo, andare a scuola sarebbe un piacere. Ovviamente, Benigni è un caso unico. Ma un pizzico di ironia in più, sarebbe importantissimo per il nostro sistema scolastico.

Roberto Benigni
Foto di Roberto Benigni

La filosofia non esclude il sorriso, pensare non rende tristi, aiuta. Mi viene sempre in mente il viso del Dalai Lama (che ho avuto la fortuna di vedere dal vivo), lontano dalle sue terre, dagli amici, privato della sua patria, capo di un popolo vittima dell’arroganza e della violenza, ma sempre col sorriso sulla bocca e pronto a scherzare.

ironia socratica
A questo punto, devo chiamare in aiuto ancora una volta il mio amico che si trova qui da me, in alto a destra.
Socrate era brutto. Aveva il naso schiacciato, le narici larghe, la fronte alta,gli occhi sporgenti e pochi capelli.
Era basso ed aveva una pancia importante. Inoltre, si curava e lavava poco.
A lui piaceva pensare, riflettere e ironizzare su se stesso e sugli altri.
Una volta Critobulo, un bellissimo uomo greco, lo invita a partecipare ad una gara di bellezza per prenderlo in giro. Socrate, affatto indispettito accetta.
Quando è il suo turno inizia a fare domande a Critobulo.
Che cos’è per te la bellezza?
Critobulo risponde …
Al termine dello scambio di battute, Critobulo è confuso e in difficoltà. Non riuscendo a dare una definizione plausibile di bellezza, arriva persino ad ammettere, nell’ilarità degli spettatori, che tra loro due,in realtà, quello bello è Socrate.

La famosa ironia socratica – dice Platone nella Repubblica. L’ironia è un’ arma micidiale, se usata nei dovuti modi. Può essere sottile, fino a diventare quasi invisibile, o aperta e mordace.
Socrate, con la sua ironia, era una “torpedine marina” che intorpidiva tutti quelli che assumevano atteggiamenti professorali, cattedratici. Quelli troppo sicuri di loro stessi. Un’ironia indagatrice e pungente che spazzava via le illusioni costruite su certezze ostinate.
Un’ironia che faceva arrossire chi si riteneva sapiente, ma non lo era. Insomma, quale miglior cura contro l’arroganza e la presunzione?

(ironia platonica)
Platone, allievo e amico di Socrate, ha portato ad estreme conseguenze l’ ironia Socratica.
Come ha detto Goethe, chi riuscisse ad identificare cosa Platone ha detto in modo serio, semi-serio o completamente scherzoso renderebbe un grande tributo alla nostra cultura. Leggendo la Repubblica (ed altri dialoghi) si ha la sensazione di non capire il confine tra l’ironia e la realtà.
E l’ ironia è una delle caratteristiche più importanti della filosofia Platonica . Leggere Platone senza spirito ironico, è come mangiare la pasta senza condimento.
Oggi pensiamo al filosofo occidentale, come al professore pedante ed un po’ noioso.
Per esperienza personale, devo dire che un fondo di verità c’è. La pedanteria danneggia la filosofia. La filosofia nasce dall’ironia, è la sua anima. L’ironia è il sentimento del contrario. E la peculiarità del filosofo è lo spirito critico, verso se stesso e verso gli altri.
Il filosofo non ha paura delle contraddizioni. Le cerca, le ama.
Ma forse oggi non è più così: avete mai provato a contraddire un filosofo accademico un po’ saccente?

Niente a che vedere con il modo di interpretare la filosofia da parte di Socrate e Platone: dialogo aperto, ironia, amicizia e comunanza di intenti.

Il primo filosofo che si avvicina al professore serioso è Aristotele. Nelle sue opere c’è solo una vaga ombra dell’ ironia platonica . Gli argomenti sono esposti in forma pedante,complicata (anche quando non è necessario) e, in qualche circostanza, in modo poco chiaro. Nessun ricordo del teatro filosofico di Platone, dove vita, filosofia e pensiero s’intrecciano in un modo che forse non si ripeterà mai più nella storia.

E la stessa ironia ha permesso a Socrate e Platone di ribaltare il mondo, di vederlo sotto una luce diversa; mentre Aristotele e le persone pedanti, spesso, si fermano al luogo comune.

Uomo e società — ©Pensieri di nabladue
February 18, 2007

La ricerca della banalità

Venerdì sera, sono stanco, ho voglia di riposarmi; mi sdraio sul letto, fisso il soffitto.
Squilla il cellulare.
N pronto
S Ciao Nabla, sono Silvia.
N Ciao! come va?
…..
N che fai stasera?
S mah, gl’ altri come al solito vanno a ballare, vorrei fare qualcosa di più rilassante.
N andiamo al cinema….
S Cinema ? Tu ? Ti ricordo che, l’ultima volta che siamo usciti dal cinema avevi uno sguardo catatonico, per non parlare di quando stavamo insieme: non siamo riusciti mai a vedere un film in TV, visto che dopo 2 minuti già russavi.
N sì, ma stavolta è diverso, ho trovato un bel film. Tutti quelli che lo hanno visto dicono che è bello ed ho letto pareri positivi anche su vari blog.
S Che film?
N “La ricerca della felicità.”
S senti odore di filosofia ?
N sì.
S va bene, se hai voglia, perché no .

Ore una di notte, l’aria è ferma, il cielo meno scuro del solito, esco dal cinema un po’malinconico.

S: allora ti è piaciuto? se non altro, ho visto che sei rimasto sveglio.
N ehh..
non lo dire sei il solito brontolone…lascia correre…
N No, per niente.
S Come?
N il film è carino in sé, ma il titolo è inadeguato o ci vogliono far credere che la felicità coincida con il successo?
S lo sapevo! tu parli così perché non sei stato povero e non sai che significa mandare avanti una famiglia in quelle condizioni! Lui si è riscattato, ha sfruttato le sue capacità e l’occasione che si è procurato da solo; dopo aver combinato tanti guai, ha avuto successo ed è diventato ricco. Che c’è di male?
N Non discuto la vicenda umana, solo il titolo. Secondo me avrebbe dovuto essere “la ricerca del successo”, almeno ero avvisato. Dal titolo, francamente, mi aspettavo qualcosa di più sottile.
S cos’ è secondo te il successo?
N salire ai vertici della società.
S allora, a quel punto dovrebbe dipendere anche dalla società stessa.
N appunto, anche in questo caso avrei qualcosa da obiettare. Per molte culture orientali il successo coincide con il conseguimento della saggezza quindi, non esiste un’ idea universale di successo. Il titolo giusto era “la ricerca del successo made in USA”. Dopo il successo c’è la felicità? Probabilmente è una base, ma non è condizione necessaria e sufficiente, anzi potrebbe essere anche un ostacolo.
E poi anche se la felicità coincidesse con il successo non mi piace chi vende sogni, dato che, questo caso rappresenta l’ eccezionalità, banalità in quanto film. La regola è che, in certe società, chi nasce povero e sconosciuto, resta tale; e tutti quelli che non ce l’hanno fatta, parliamo di loro, di come hanno ricercato la felicità.
S si ma a lui i soldi servivano per vivere, era sul lastrico…
N I soldi sono un mezzo, non un fine; quel tipo mi sembrava ossessionato dalla smania di arricchirsi, si è ridotto sul lastrico proprio per un investimento sbagliato. Per di più il film si chiude con la voce narrante “questo momento della mia vita si chiama felicità” e poi la scritta Chris aprirà una sua società e diventerà milionario, il messaggio è chiaro.
S sentiamo, allora che cos’è per te la felicità?

N La felicità è una cosa interiore ed ognuno ha la sua: luoghi diversi, vite e culture diverse, persone diverse, che percorrendo strade anche distanti tra loro, sono tutte alla ricerca della stessa cosa: universale, ma nello stesso tempo così individuale; ma di una cosa sono sicuro, non bisogna diventare milionari…
S sei sempre il solito rompiscatole, per fortuna ci siamo lasciati!
N Tanto ora ho Wil che mi capisce

2300 anni fa:

Né la ricchezza più grande, né l’ammirazione delle folle, né altra cosa che dipenda da cause indefinite sono in grado di sciogliere il turbamento dell’animo e di procurare vera felicità.
Epicuro

Uomo e società — ©Pensieri di nabladue
February 13, 2007

Gengis Khan

Durante la mia degenza da influenza sono riuscito ad accendere la Tv solo per 2 ore, tempo che è bastato per farmi inorridire: un gaudente Piero Angela troneggiava su un tappeto di cadaveri, raccontando la storia di un carnefice, al cui confronto Attila sembra un bambina innocente: Gengis Khan .

Il suo impero, quello Mongolo, il più grande come estensione di tutti i tempi, nella sua massima espansione, andava dai confini dell’Asia all’Europa Orientale, ed è, per fortuna, durato solo poco tempo dal 1206 al 1368 disgregandosi poco dopo la sua morte.

 

Questo mito (come veniva definito nel documentario) non si accontentava di conquistare, aveva piacere nel distruggere. Il suo esercito non aveva pietà per nessuno, solo un’insaziabile sete di sangue.  Una campagna militare nella  ricca e progredita Pechino, in cui già era stato inventato un rudimentale ma elegante sismografo, in grado di determinare in modo approssimato l’epicentro di un terremoto, trasformava la città in “un cumulo di ossa” come è stato detto nel documentario. In 50 anni di dominazione mongola la popolazione cinese è passata da 100 milioni a 60 milioni.

Un uomo contro la civiltà, che non ha dato alcun contributo all’umanità, se non a riguardo delle tattiche militari; per alcuni, a quanto pare, un mito*.   

 

È vero, le vicende andrebbero interpretate storicamente. Certamente, anche l’Europa di quei tempi e le altre civiltà non erano molto evolute sul piano etico, ma questa mi sembra una mitizzazione del male.

 

Sono davvero i condottieri sanguinari che hanno fatto la storia? Io penso proprio di no.

Mi sono spesso meravigliato di come la storia che si studia dovesse essere scritta, secondo un certo modo di “fare storia”, solamente da battaglie, guerre, morti e distruzioni i cui protagonisti, spesso sono personaggi sanguinari e senza scrupoli che il tempo fa diventare degli eroi. Non vorrei che tra mille anni nascesse un nuovo mito: un Adolf Hitler, grande condottiero e uomo politico che, nella prima metà del XX secolo, in pochi anni è riuscito a conquistare quasi tutta l’Europa.

 

 

* mito (dal vocabolario italiano):

 

est. fatto o personaggio divenuto leggendario

meta irraggiungibile, sogno irrealizzabile
ideale suggestivo che trascina

nel linguaggio degli adolescenti, persona dotata di eccezionali qualità e spec. di grande fascino, che è ammirata con entusiasmo.

Gengis Khan?

Uomo e società — ©Pensieri di nabladue
January 9, 2007

Ulisse

Dante

Quest’uomo ha sbagliato una sola cosa nella sua vita:
mettere Lui all’inferno.

Lo maggior corno de la fiamma antica
cominciò a crollarsi mormorando
pur come quella cui vento affatica;
indi la cima qua e là menando,
come fosse la lingua che parlasse,
gittò voce di fuori, e disse: “Quando
mi diparti’ da Circe, che sottrasse
me più d’un anno là presso a Gaeta,
prima che sì Enea la nomasse,
né dolcezza di figlio, né la pieta
del vecchio padre, né ‘l debito amore
lo qual dovea Penelopé far lieta,
vincer potero dentro a me l’ardore
ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto,
e de li vizi umani e del valore;
ma misi me per l’alto mare aperto
sol con un legno e con quella compagna
picciola da la qual non fui diserto.
L’un lito e l’altro vidi infin la Spagna,
fin nel Morrocco, e l’isola d’i Sardi,
e l’altre che quel mare intorno bagna.
Io e ‘ compagni eravam vecchi e tardi
quando venimmo a quella foce stretta
dov’Ercule segnò li suoi riguardi,
acciò che l’uom più oltre non si metta:
da la man destra mi lasciai Sibilia,
da l’altra già m’avea lasciata Setta.
“O frati”, dissi “che per cento milia
perigli siete giunti a l’occidente,
a questa tanto picciola vigilia
d’i nostri sensi ch’è del rimanente,
non vogliate negar l’esperienza,
di retro al sol, del mondo sanza gente.
Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza”.
Li miei compagni fec’io sì aguti,
con questa orazion picciola, al cammino,
che a pena poscia li avrei ritenuti;
e volta nostra poppa nel mattino,
de’ remi facemmo ali al folle volo,
sempre acquistando dal lato mancino.
Tutte le stelle già de l’altro polo
vedea la notte e ‘l nostro tanto basso,
che non surgea fuor del marin suolo.
Cinque volte racceso e tante casso
lo lume era di sotto da la luna,
poi che ‘ntrati eravam ne l’alto passo,
quando n’apparve una montagna, bruna
per la distanza, e parvemi alta tanto
quanto veduta non avea alcuna.
Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto,
ché de la nova terra un turbo nacque,
e percosse del legno il primo canto.
Tre volte il fé girar con tutte l’acque;
a la quarta levar la poppa in suso
e la prora ire in giù, com’altrui piacque,
infin che ‘l mar fu sovra noi richiuso”.
lo vedi che qualcosa hai sbagliato…
Dante Alighieri Divina Commedia – XXVI (84-141)
Lui (Ulisse)

In realtà, la condanna di Ulisse, è stata determinata non da ciò che Ulisse stesso era, ma dall’Ulisse che Dante poteva conoscere. La questione fondamentale è che Dante non conosceva L’Odissea.
Di Omero (maestro del suo amato maestro), aveva letto solo pochi versi, riportati da altri. Dunque il suo Ulisse non è quello di Omero. È un Ulisse filtrato dalla storia.
Certamente, l’immagine che Dante poteva aver tratto dall’Ulisse “raccontato”, non era strampalata e completamente estranea a quella che ne aveva dato Omero. Ma manca un elemento fondamentale: l’Odissea è un viaggio nel peccato per ottenere la redenzione, così come lo è la Divina Commedia stessa. Anche Ulisse, come lo stesso Dante, attraversa la selva oscura e riesce a superare le insidie della tentazione e del peccato.
Nel suo preregrinare avvertiamo tutta la tensione dell’uomo verso la ricerca del divino e la purificazione dal male. Anche se siamo in un’epoca lontanissima dalle vicende della Commedia, alcune tematiche dell’Odissea sono molto vicine allo spirito dantesco: il rispetto per gli dei, la lotta contro le tentazioni della carne, la sacralità della famiglia,la benevolenza verso gli ospiti, il coraggio e la nobiltà d’animo di Ulisse sono centrali nel suo viaggio. Pensiamo anche al parallelo tra la fedeltà di Penelope e quella di Dante nei confronti di Beatrice.
Dante e Ulisse nel loro peregrinare cercano la redenzione. E dopo la redenzione, il ritorno in patria, è un ritorno alla purezza, è riappropiarsi di se stessi.
Condannare Ulisse significa condannare l’umanità. Quell’umanità che cerca, che s’interroga, che cresce spiritualmente, che risolve i problemi, che lotta contro le tentazioni.
Cosa avrebbe dovuto fare contro il Polifemo? La sua astuzia, rappresenta l’intelligenza dell’uomo, che riesce a piegare ciò che è più forte. La condanna di Dante è il residuo della cecità della cultura medievale, indispensabile per lo sviluppo della cultura umana, ma che, ormai, non ci appartiene più.

Uomo e società — ©Pensieri di nabladue

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