Il caso di Adriano Olivetti è unico nella recente storia dell’umanità. Olivetti è stato un imprenditore di successo dotato di grandissima umanità, cultura e sensibilità alle esigenze della psiche umana.
Il suo scopo di imprenditore era quello di massimizzare il profitto. La differenza con tutti gli altri imprenditori è che Adriano Olivetti non era disposto a sacrificare il rispetto, la dignità e la felicità del singolo essere umano. Olivetti ha compreso che la fabbrica esiste per l’uomo e non l’uomo per fabbrica. Questo è facile a dirsi quando si occupa una posizione aziendale di basso profilo, molto più difficile (forse quasi impossibile) se si occupano livelli alti o se addirittura si è proprietari dell’azienda.

Adriano Olivetti voleva realizzare un Socialismo meritocratico non statalizzato. Questo significa che le fabbriche devono avere una buona autonomia rispetto allo stato. Gli interventi imposti dall’alto devono essere limitati e lasciare spazio alle realtà locali delle singole fabbriche. Le stesse aziende devono essere inserite in agglomerati urbani costruiti e realizzati per il benessere dei lavoratori. Secondo Olivetti deve cadere la distinzione tra città e campagna. L’ambiente antropizzato deve comunque permettere all’uomo di combattere “il distacco opprimente dalla natura”. L’uomo è comunque legato alla natura e deve continuare a coltivare questo legame per il suo benessere interiore.
Le fabbriche – secondo Olivetti – devono essere dei centri che si occupano di tutti gli aspetti della vita dei dipendenti . Questa idea deve prendere forma in due modi. Primo, il lavoratore non si deve sentire alienato dal proprio lavoro. Il lavoro non deve essere un onere troppo gravoso da sopportare. Questo significa che va reso interessante, meno ripetitivo possibile e deve dare la possibilità di stimolare e far crescere le capacità e la personalità del lavoratore. L’azienda non impone il lavoro con il regime del terrore o adottando modelli militaristici, ma incentivando il lavoratore facendolo sentire parte di una famiglia a cui è legato il suo stesso benessere. Si lavora bene perché ciò che si produce permette alla propria “famiglia aziendale” (e di riflesso a anche a quella personale) di vivere nel miglior modo possibile.

Adriano Olivetti era consapevole che gli uomini non sono tutti uguali. Per questo le gerarchie aziendali dovrebbero essere fondate su una scala di valori basata sulle capacità reali dei singoli individui.

La forza del modello di Olivetti è che si basa sui punti cardine della civiltà moderna: cultura, potere, lavoro, umanità. Di questi elementi però nessuno deve prevalere sugli altri ma andranno a formare un equilibrio che li salderà in un’unità inscindibile. Così la Comunità olivettiana non dovrà essere dominata dalla politica pura perché rischierebbe di cadere nel servilismo e nella demagogia. Non dovrà essere dominata solo dalla ricerca del massimo profitto perché rischierebbe di disumanizzarsi. Non dovrà essere dominata dall’umanità perché rischierebbe di perdersi nella scarsa produttività. Non dovrà essere dominata dall’intellettualismo perché rischierebbe di diventare un’idea astratta irrealizzabile. Quello che dovrà essere – e questo forse è il compito più difficile che le viene assegnato – è l’insieme di tutto ciò: profitto, gerarchia, umanità e cultura. Se ognuno di questi vincoli rispetta l’altro, gli interessi individuali andranno a coincidere con quelli collettivi.
La forza di questo modello è che non nasce da un filosofo speculativo, ma da un uomo che ha messo in pratica e piantato nella terra un seme della sua idea. L’unica cosa che è mancata – non per causa sua ovviamente- è la collaborazione di molte alte persone che facessero di quel seme una foresta. Se questo si fosse realizzato oggi avremmo sotto gli occhi un mondo completamente diverso.

Democrazia senza partiti

Per quanto riguarda la politica, Adriano Olivetti aveva intuito già dall’inizio degli anni ’50 che il sistema partitocratico avrebbe
finito per annientare la democrazia stessa. Basti pensare che un testo di Adriano Olivetti s’intitola proprio democrazia senza partiti. Bisogna subito evidenziare però che la critica di Adriano Olivetti è molto lontana dalle derive distruttive e nichiliste che si stanno facendo strada nei movimenti politici “alternativi” dei nostri giorni.
La democrazia dei partiti, seppur apparentemente lontana dalle forme di governo basate su un’ aristocrazia di sangue, è vittima di un’aristocrazia generata dal censo e dalla notorietà a livello mediatico e sociale. In poche parole si rischia di avere uno stato in cui solo una determinata e piccola parte di cittadine hanno accesso alla rappresentanza parlamentare.
In tal guisa, i partiti non sono i rappresentanti dei cittadini, o gli organi attraverso i quali il popolo eserciterà la sua sovranità. Essi sono la rappresentanza di una sola classe sociale, che tramite i mezzi economici e mediatici, orienta il voto nel suffragio universale.
Per Adriano Olivetti il sistema dei partiti, la partitocrazia, è retto da “un occulto e complesso ingranaggio di interessi e personalismi”. Il governo parlamentare è un governo di partito che ha la tendenza a favoreggiare gli amici e opprimere gli avversari. Governare il paese passa in secondo piano, rispetto agli interessi della “famiglia” chiamata partito.
Durante gli anni ’50 erano in lotta due grandi forze partitiche: quella comunista e quella cattolica.
Adriano Olivetti credeva che nessuna delle due avrebbe potuto dare una risposta concreta “crisi della democrazia”.
Per quanto riguarda il comunismo non si capisce come, una volta realizzata la dittatura del proletariato si possa passare ad uno stato che garantisce libertà e possibilità di esprimere le proprie vocazioni.

Adriano Olivetti ultima modifica: sabato,17 maggio 10:52, 2014 da nabladue
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