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	<title>Pensieri</title>
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	<description>Pensieri di filosofia,scienza,matematica,vita,religione e società</description>
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		<title>Le razze umane non esistono</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Feb 2012 10:24:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nabladue Jnana</dc:creator>
				<category><![CDATA[Pillole]]></category>

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		<description><![CDATA[Le razze ce le siamo inventate, le abbiamo prese sul serio per secoli, ma adesso ne sappiamo abbastanza per lasciarle perdere. Guido Barbujani, 2006 <p>Tutti parenti, tutti differenti</p> <p>Non c’è mai stato un inizio della storia, ma storie prima di altre storie. La diversità umana non è dovuta a caratteristiche biologiche o cognitive prestabilite, ma [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="aforismi">Le razze ce le siamo inventate, le abbiamo prese sul serio per secoli, ma adesso ne sappiamo abbastanza per lasciarle perdere.<br />
Guido Barbujani, 2006</div>
<p><strong>Tutti parenti, tutti differenti</strong></p>
<p>Non c’è mai stato un inizio della storia, ma storie prima di altre storie. La diversità umana non è dovuta a caratteristiche biologiche o cognitive prestabilite, ma è figlia di molteplici storie contingenti che sono ancora in corso.<br />
Più che “esseri umani”, sarebbe meglio se ci definissimo “divenienti umani”. Se l’origine di Homo sapiens è così recente, unica e africana, e se poi la nostra giovane specie è stata così mobile, significa che non c’è stato il tempo sufficiente per separare le popolazioni umane in “razze” geneticamente distinguibili. La variabilità genetica umana è assai ridotta e si distribuisce in modo continuo. Il duplice messaggio  di questa storia è la forte unità biologica e al contempo la straordinaria diversità culturale interna alla specie umana. Dopo l’età dei grandi esodi, viviamo oggi un’epoca di mescolanza biologica e culturale da una parte e di conflitti e uniformazioni dall’altra. Non sappiamo come evolverà la nostra specie perché il futuro dipende da noi. Sappiamo però che le “civiltà” non sono monoliti isolati, assomigliano piuttosto a organismi in trasformazione, ricchi di differenze interne e interdipendenti sia nel tempo sia nello spazio. Le radici di questi sistemi plastici di culture e di popoli sono tutte intrecciate fra loro. Il tema dell’unità nella diversità può essere letto  a più livelli, dalle emozioni primarie alle lingue, dai tratti fisici alle culture. Da quei passi incerti nel tufo di Laetoli alla camminata dell’uomo sulla Luna, ne abbiamo fatta di strada!</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Da http://www.homosapiens.net/</p>
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		<title>La Ricchezza</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Dec 2011 07:49:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>nabladue</dc:creator>
				<category><![CDATA[Satsang]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Ecco alcuni modi di intendere &#8220;La Ricchezza&#8220;. Voi cosa associate alla parola &#8220;ricchezza&#8220;?</p> <p>Epicuro – La felicità</p> <p>49.Chi vuole vivere libero non può acquisire ricchezze, perché ciò non è facile senza diventare schiavi delle folle e dei potenti, mentre egli possiede già tutto con costante abbondanza; e anche se, per sorte, si trovasse in possesso [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ecco alcuni modi di intendere &#8220;<strong>La Ricchezza</strong>&#8220;. Voi cosa associate alla parola &#8220;<em>ricchezza</em>&#8220;?</p>
<p><strong>Epicuro – La felicità</strong></p>
<p>49.Chi vuole vivere libero non può acquisire ricchezze, perché ciò non è facile senza diventare schiavi delle folle e dei potenti, mentre egli possiede già tutto con costante abbondanza; e anche se, per sorte, si trovasse in possesso di grandi ricchezze, potrebbe facilmente distribuirle in modo da acquistarsi la benevolenza degli altri.<br />
50. Niente basta a chi non basta ciò che è sufficiente.</p>
<p><strong>The Secret &#8211; Jack Canfield</strong></p>
<p>Per me il Segreto ha significato una vera e propria trasformazione, dal momento che sono cresciuto con un padre molto negativo, convinto che le persone ricche avessero imbrogliato qualcuno e che chiunque avesse del denaro fosse un truffatore. Così sono cresciuto con tutta una serie di convinzioni sul denaro, per esempio che il suo possesso rende cattivi, che solo i malvagi sono ricchi e che i soldi non crescono sugli alberi.&#8221; Chi credi che sia Rockeffeller? &#8221; era una delle frasi preferite di mio padre.<br />
Così sono cresciuto credendo che la vita fosse davvero difficile.[…]<br />
Il Segreto mi ha fatto capire che per attrarre denaro occorre focalizzarsi sulla ricchezza. Non puoi fare arrivare più soldi nella tua vita se ti limiti ad accorgerti di non averne abbastanza, se ti concentri sul fatto di non avere abbastanza soldi, crei una quantità smisurata di situazioni in cui non avrai abbastanza denaro.</p>
<p><strong>Dhammapada</strong></p>
<p>Due sole sono le vie:<br />
una va verso l’acquisire nel mondo,<br />
l’altra verso la liberazione.<br />
Perciò il discepolo del Buddha<br />
non cerca gli onori,<br />
ma solo la saggezza.</p>
<p><strong>Sadhana Pada XXXII</strong></p>
<p>shaucha santosha tapah svadhyay eshvarapranidhanani niyamah ||32||</p>
<p>Purezza e pulizia, appagamento profondo, rigore ascetico, studio delle Scritture e abbandono ad Ishvara, sono le prescrizioni.<br />
Samtosha significa soddisfazione. Quando una persona è intimamente soddisfatta, tutte le nevrosi  che la affliggono si dissipano. La ricerca del piacere nel posto sbagliato nasce invece sempre da insoddisfazione. L’insoddisfazione e l’inquietudine non permettono di discernere tra ciò che causa gioia e ciò che causa dolore. In questo modo le persone si avvicinano al sesso alla droga, all’alcool e al tabacco. Nessuno in realtà ama avvelenarsi, inquinarsi, indebolirsi, ma l’insoddisfazione, la mente inquieta, l’ansietà, opacizzano l’intelligenza (buddhi), che non è più in grado di discernere viveka. Sia Krishna nella Bhagavad-gita che Patanjali, così come numerosi rishi delle Upanishad, mettono in rilievo samtosha, poiché solo colui che è soddisfatto interiormente non rischia più di venir travolto dalle onde mentali (vritti) –  Commento di Marco Ferrini.</p>
<p><strong>Platone – Repubblica I (330B &#8211; 330D)</strong></p>
<p>“Per questo ti ponevo una tale domanda – precisai -, perché anche tu, come di solito quelli che non si sono fatti ricchi da sé, non mi sembravi il tipo da morir dietro le ricchezze. Invece, chi se l’è sudate vi è attaccato due volte più degli altri. Avviene come per i poeti che prediligono le loro poesie, o per  i padri che hanno un debole per i propri figli. Anche costoro, infatti, che si sono guadagnati la loro fortuna se la tengono stretta perché la ritengono quasi una loro creatura, e perché, naturalmente, pensano di trarne, come tutti gli altri, un gran vantaggio. Comunque sia, star con loro non è piacevole, in quanto non fanno che esaltare la loro ricchezza.”	</p>
<p><strong>Il Vangelo secondo MARCO 10,17- 10,25</strong></p>
<p>[17] Mentre usciva per mettersi in viaggio, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: &#8220;Maestro buono, che cosa devo fare per avere la vita eterna?&#8221;.<br />
[18] Gesù gli disse: &#8220;Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo.<br />
[19] Tu conosci i comandamenti: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non dire falsa testimonianza, non frodare, onora il padre e la madre&#8221;.<br />
[20] Egli allora gli disse: &#8220;Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza&#8221;.<br />
[21] Allora Gesù, fissatolo, lo amò e gli disse: &#8220;Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi&#8221;.<br />
[22] Ma egli, rattristatosi per quelle parole, se ne andò afflitto, poiché aveva molti beni.<br />
[23] Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: &#8220;Quanto difficilmente coloro che hanno ricchezze entreranno nel regno di Dio!&#8221;.<br />
[24] I discepoli rimasero stupefatti a queste sue parole; ma Gesù riprese: &#8220;Figlioli, com&#8217;è difficile entrare nel regno di Dio!<br />
[25] È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio&#8221;. </p>
<table width="96%" caption="Pensieri di Filosofia">
<tr>
<td><strong>La dea Lakshmi</strong><br />
 	Lakshmi è la dea indiana della salute e della prosperità materiale e spirituale. Essa è la personificazione della bellezza, della grazia e del fascino. La dea è anche chiamata  Mahalakshmi e, con questo nome, essa rappresenta la protettrice da tutte le miserie. In particolare viene anche invocata per difendersi dalla povertà e dalle sofferenze causate da carenza di denaro. In questa connotazioneè anche un simbolo che porta fortuna. Lakshmi in sanscrito deriva da laks che significa “percepire,osservare”. Questo è anche sinonimo di laksya, che significa obiettivo, scopo. I Veda invocano  Mahalakshmi Lakshyayidhi Lakshmihi che significa che essa è colei che ha l’obiettivo di elevare l’umanità. Lakshmi è la sposa di Visnu. Come incarnazione è stata Sita ed ha sposato Rama. Tutte le mogli di Krishna erano forme di Lakshmi.
</td>
<td><img src="http://www.npensieri.it/immagini/Dea-Lakshmi.jpg" border="0" alt="dea della ricchezza lakshmi"/></td>
</tr>
</table>
<p><strong>Apologia di Socrate -Platone</strong></p>
<p>“Io non vado intorno facendo nient’altro se non cercare di persuadere voi, e più giovani e più vecchi, che non dei corpi, dovete prendervi cura, né delle ricchezze né di nessuna altra cosa prima e con maggiore impegno che non dell’anima in modo che diventi buona il più possibile, sostenendo che la virtù non nasce dalle ricchezze, ma che dalla virtù stessa nascono le ricchezze e tutti gli altri beni per gli uomini, e in privato e in pubblico”</p>
<p><strong>[Francis Bacon (1561 - 1626) Filosofo, politico e saggista britannico]</strong><br />
La ricchezza è una buona serva, ma è la peggiore delle amanti. </p>
<p><strong>[Aristotelis Sokratis Onassis (1906 - 1975) Armatore greco]</strong><br />
Un miliardario spesso non è che un povero infelice con tanti soldi ma è molto meglio essere infelici sui cuscini di una Rolls Royce che sulle panchette di un tram</p>
<p><strong>[Oscar Fingal O'Flahertie Wills Wilde (1854 - 1900) Scrittore e poeta irlandese]</strong><br />
Quando ero giovane credevo che la cosa più importante della vita fosse il denaro, ora che sono vecchio so che è vero<br />
Johann Wolfgang Goethe<br />
Te ne vai leggero se non hai niente; ma la ricchezza è un peso più leggero.&#8221; </p>
<p><strong>Madre Teresa di Calcutta – La gioia di amare</strong></p>
<p>13 Maggio<br />
Le ricchezze possono soffocare<br />
se non sono utilizzate nel modo giusto,<br />
che si tratti di ricchezze materiali o spirituali</p>
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		<title>Neutrini superluminali?</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Nov 2011 09:11:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>nabladue</dc:creator>
				<category><![CDATA[Scienza]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Nabla: «Ancora una volta i neutrini tornano a far parlare di loro!» Marco: «Mi ricordo che molto tempo fa mi spiegasti il problema relativo alla loro massa. In sintesi, mi dicesti che ancora non eravamo riusciti a capire se avessero o no una massa…e poi, da lì, mi sembra che partimmo per la tangente con [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nabla: «Ancora una volta i <a href="http://www.npensieri.it/index.php/racconti-filosofici/senza-inizioe-senza-fine/" title="senza inizio e senza fine" target="_blank">neutrini</a> tornano a far parlare di loro!»<br />
Marco: «Mi ricordo che molto tempo fa mi spiegasti il problema relativo alla loro massa. In sintesi, mi dicesti  che ancora non eravamo riusciti a capire se avessero o no una massa…e poi, da lì, mi sembra che partimmo per la tangente con dei discorsi fantasmagorici…»<br />
Nabla: «Allora ti sono rimasti impressi questi neutrini! Pensa che il colmo per un neutrino è proprio quello di rimanere impresso, visto che su un milione di neutrini che ogni giorno attraversano il nostro corpo, solo uno all’anno riesce ad interagire con esso (e senza provocare danni per fortuna) ».<br />
Marco: «Bella questa!»<br />
Nabla: «Alla fine si è scoperto che hanno una massa, seppur molto molto piccola. Si stima che la loro massa è da 100000 ad 1 milione di volte inferiore a quella dell’elettrone».<br />
Marco: «Vedi in un paio di anni quante cose cambiano… »<br />
Nabla: «Cambia tutto, ma non cambia nulla, come sempre».<br />
Marco: «Ti riferisci alla politica italiana per caso?»<br />
Nabla: « Non avevo in mente proprio quello, comunque…tornando ai neutrini, penso che l’aver sciolto l’enigma della massa sia un risultato molto importante, ma non era questo ciò a cui alludevo  inizialmente. In realtà, c’ è in ballo qualcosa di più grande e potenzialmente rivoluzionario».<br />
Marco: «Cosa? I neutrini riusciranno a risolvere i problemi del nostro paese? »<br />
Nabla: «Ah divertente! In realtà i neutrini invece di risolvere i problemi, ce li creano. Nel senso: li creano agli studiosi che devono comprendere il singolare e bizzarro comportamento di queste particelle».<br />
Marco: «Be’, allora che ne pensi di questa equivalenza matematica: neutrini stanno a fisici come cittadini stanno a politici!»<br />
Nabla: «Che spiritoso! Non mi sembra il caso di scherzare su queste cose con i tempi che corrono».<br />
Marco: «Allora sentiamo, qual è questa sensazionale novità?»<br />
Nabla: «Nell&#8217; <a href="http://www.npensieri.it/index.php/scienza-e-tecnologia/esperimento-opera/" title="Opera neutrini" target ="_blank">esperimento OPERA</a> effettuato in collaborazione tra il <a href="http://public.web.cern.ch/public/" title="Cern" target ="_blank">CERN di Ginevra</a> ed i laboratori del Gran Sasso <a href="http://www.lngs.infn.it" title="Laboratori del Gran Sasso" target="_blank">LNGS</a> ha messo in luce che i neutrini potrebbero superare la velocità della luce. Uso il condizionale perché ancora non è stato accettato in maniera definitiva dalla comunità scientifica».<br />
Marco: «Ma è il famoso tunnel della Gelmini? »<br />
Nabla: «Sì, proprio quello. In realtà i neutrini sono una specie di Superman delle particelle, e riescono a viaggiare anche senza bisogno di alcun tunnel. Questo perché oltrepassano qualsiasi tipo di ostacolo. A volte sono in grado di  attraversare l’intero pianeta terra senza venire schermati!»<br />
Marco: «Quindi ai neutrini non servirebbe la TAV? »<br />
Nabla: «Dai basta con queste battute facili!»<br />
Marco: «Guarda che la “faccenda” inizia ad incuriosirmi,  infatti ho già pronta la prossima domanda. Prima parlavi del fatto che una scoperta deve essere “accettata”. Che significa? Quando si può dire che una scoperta è “accettata”?»<br />
Nabla: «Gli articoli scientifici devono essere vagliati scrupolosamente dagli scienziati. Chi ha pubblicato un risultato deve essere pronto a rispondere e dissolvere tutte le obiezioni e le osservazioni che vengono fatte dai colleghi provenienti da ogni parte del Globo. Inoltre, trattandosi del risultato di un esperimento, l’evento deve essere riproducibile da un gruppo di scienziati diverso da quello che ha fatto la scoperta».<br />
Marco: «A questo punto la domanda è: ammettendo che fosse vero, cosa accadrebbe ? Alla fine, che cosa cambierebbe nel mondo?»<br />
Nabla: «Apparentemente nulla, ma ci sarebbero profondi mutamenti nella fisica e, di riflesso, in tutti i campi del sapere».<br />
Marco: «Sì ma spiegami meglio in cosa consisterebbe questa rivoluzione».<br />
Nabla: «La fisica, fino ad oggi, aveva considerato come velocità limite la velocità della luce nel vuoto. La relatività si basa sul principio che nulla che trasporti  materia, energia o informazione può viaggiare a velocità superiori a quella della luce. A maggior ragione, non lo dovrebbe fare una particella dotata di massa come il neutrino».<br />
Marco: «Perché esiste anche qualcosa che non ha massa? »<br />
Nabla: «I fotoni, che, detto in linguaggio comune, sono delle “particelle di luce”, non hanno massa e viaggiano a quella che &#8211; per ora – è considerata come la velocità limite (circa 300000 Km/s). Secondo la relatività speciale di Einstein, se qualcosa dotato di massa dovesse viaggiare ad una velocità uguale o superiore a quella limite, l’energia dell’oggetto dovrebbe aumentare fino all’infinito! Dunque non si spiega come i neutrini possano avere una tale velocità».<br />
Marco: «E quindi la relatività sarebbe da buttare!»<br />
Nabla: «Andiamoci calmi con queste parole, la fisica è una scienza che ama il riciclaggio! Non si butta mai nulla! La relatività la usiamo e continueremo ad usarla tutti i giorni».<br />
Marco: «anche quando ci laviamo i denti, vero??? »<br />
Nabla: «Dipende da che spazzolino usi, in quale pianete te li lavi e a che velocità vai!<br />
In realtà, volevo dire che la relatività è ormai entrata a far parte della cassetta degli attrezzi di matematici, fisici ed ingegneri. Essa funziona molto bene per spiegare tantissimi fenomeni diversi. Quindi, al limite, se la validità dell’esperimento dovesse essere confermata,  dovremmo capire perché il neutrino ha questo comportamento particolare. Soprattutto, dovremmo trovare una spiegazione teorica adeguata e delle formule matematiche per descrivere i fenomeni scoperti, che si accordino con quelli che già conoscevamo». </p>
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		<title>La mente non sei tu</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Nov 2011 08:13:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>nabladue</dc:creator>
				<category><![CDATA[npensiero]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Marco: «Un mio amico buddhista sostiene che si possa arrivare in uno stato in cui siamo completamente liberi dalla sofferenza. Egli afferma che, raggiungendo il controllo completo della mente, siamo affrancati da qualsiasi legame. Questo si ottiene con la pratica indicata nelle scritture buddhiste».</p> <p>Nabla: «In verità, nel nostro mondo non esiste mai “la cessazione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Marco: «Un mio amico buddhista sostiene che si possa arrivare in uno stato in cui siamo completamente liberi dalla sofferenza. Egli afferma che, raggiungendo il controllo completo della mente, siamo affrancati da qualsiasi legame. Questo si ottiene con la pratica indicata nelle scritture buddhiste».</p>
<p>Nabla: «In verità, nel nostro mondo non esiste mai “la cessazione della sofferenza”. Può esistere però  l’attenuazione della sofferenza. La mente deve essere resa più forte, possiamo e dobbiamo diventarne i padroni, ma ci sono degli aspetti dell’esistenza che non abbiamo la possibilità di controllare. La sofferenza mentale non si può mai eliminare completamente. Seppur riuscissimo ad eliminarla, rimarrebbe la minaccia di quella fisica. Non esiste la liberazione completa dal mondo esterno, esiste un modo diverso di vivere, tuttavia sempre uomini attaccati al nostro contesto sociale e naturale restiamo. Se chiudiamo gli occhi a questo, il karma ci colpisce con un colpo che viene dall’esterno. Il mondo non è solo nella nostra testa, è sia nella mente che fuori. Soltanto chi vede il mondo racchiuso nel fenomeno mentale, può pensare di emanciparsi completamente dalla sofferenza con il controllo della mente. È importante comprendere che il prezzo da pagare non dovrebbe essere quello di vivere in uno stato di coma mentale. La differenza maggiore tra una pietra e l’uomo, è la mente stessa. Diventare pietre non è certamente la soluzione. Lo stesso Buddha è stato molto lontano dalla staticità dei sassi e, senza il pensiero, non ci sarebbe buddhismo. Non è il Buddha che ha insegnato a chiudere gli occhi al mondo, sono alcune interpretazioni idealiste del buddhismo che hanno travisato l’insegnamento del maestro. Il problema delle correnti idealiste del buddhismo è che riducono il mondo alla mente stessa, senza tener conto dell’esterno. Noi siamo esploratori di noi stessi e del mondo: esso non si esaurisce né nel cosmo, né nell’interiorità, è entrambi, è in entrambi. Non scappiamo dalla vita: è nella vita stessa che bisogna attraversare il mondo dentro e fuori di noi».</p>
<p>Marco: «Allora perché dobbiamo cercare di controllare la mente se non può esserci un affrancamento completo?».</p>
<p>Nabla: «”La mente non sei tu, ma è un tuo strumento<br />
al pari degli stessi cinque sensi.<br />
Puoi utilizzarla e puoi, a tuo piacimento,<br />
trascenderla all’istante in cui non pensi.<br />
Mente sovrana e tu, meschino schiavo,<br />
ti sottometti a lei, fino a sparire.<br />
Cullato in questo atteggiamento ignavo,<br />
la mente ti impedisce di reagire.<br />
Sei solo un ombra e segui il tuo padrone<br />
che ti ha usurpato il trono del successo.<br />
Lei banchetta da te, suo anfitrione<br />
ignaro e alle sue voglie sottomesso.<br />
Galleggia sulla vita come il loto<br />
e induci la tua mente a scomparire,<br />
lasciando dentro te uno spazio vuoto<br />
permeato dal tuo nuovo divenire.<br />
Fanne il passaggio verso l’Assoluto,<br />
non farti usare e rendila passiva.<br />
Calma la mente e scopriti perduto<br />
nel Mare che non tocca mai la riva.”<br />
(Sutra Indiani)</p>
<p>	Noi siamo spesso schiavi della nostra mente, riusciamo raramente  a dominarla appieno. Ci lasciamo trascinare dai capricci della mente come una carrozza che viene trainata da dei cavalli senza auriga. Non riusciamo mai a separare realtà e mente, coscienza e inconscio: la nostra esistenza si esaurisce in un vago e confuso flusso di coscienza; il nostro “io” è un pezzo di legno che ondeggia sulle acque della mente in tempesta. Tuttavia, un flusso mentale travolgente può bruciare l’esistenza. È importante notare che noi non siamo la nostra mente, ma è lei che appartiene a noi. Se prende il sopravvento, anziché essere fonte di vita, essa diventa un parassita che assorbe tutte le nostre energie. Invece, se riuscissimo a far diventare la mente come la superficie di un lago senza increspature, allora potremmo trarne giovamento, senza identificarci con essa o seguirla come degli schiavi. Essa dovrebbe essere il marinaio che ci aiuta a sbrogliare i nodi della vita, ma se i pensieri si affollano come orde di insetti, come possiamo scegliere? Come possiamo vivere? E allora:</p>
<p><em>Vien dietro a me, e lascia dir le genti:<br />
sta come torre ferma, che non crolla<br />
già mai la cima per soffiar di venti;<br />
ché sempre l’omo in cui pensier rampolla<br />
sovra pensier, da sé dilunga il segno,<br />
perché la foga l’un de l’altro insolla.<br />
(Dante Alighieri, Purgatorio V )</em></p>
<p>	Lo stesso Virgilio ha consigliato a Dante di mettere degli argini al flusso dei pensieri. Lasciando da parte il talento ineguagliabile di Dante, chi non ha un minimo di padronanza della propria mente non può nemmeno  leggere testi che impegnano a livello intellettivo. Ci sono persone molto intelligenti, che però non hanno alcuna capacità di controllo del flusso mentale e così non riescono a raggiungere la concentrazione intellettuale, che è la prima e la più banale fase di controllo della mente.<br />
 	Nella filosofia yoga si dice che la mente è un grande servitore, ma una pessima padrona. Lo Yoga identifica cinque stati della coscienza che sono legati al controllo della mente:</p>
<p>1)	Instabile;<br />
2)	Confusa, oscura;<br />
3)	Stabile ed instabile;<br />
4)	Fissata su un solo punto;<br />
5)	Completamente frenata.</p>
<p>	Le prime due modalità sono comuni a tutti gli uomini che non hanno alcun controllo sulla loro mente. Il terzo stadio si ottiene con la concentrazione intellettuale. Gli stati mentali più instabili sono quelli che provocano più dolore e sofferenza. In questa condizione, la mente è un fardello e non una preziosa gemma da custodire. Nel terzo stadio iniziamo a farla lavorare come dovrebbe: siamo noi che prendiamo le redini e lei inizia a servirci. La mente si focalizza sull’attività intellettuale e ciò consente di fermare temporaneamente il flusso delle onde che la agitano. Gli ultimi due stadi sono propri dello yoga più elevato. La concentrazione su un solo punto permette di iniziare ad essere completamente padroni della propria mente. Ci si concentra su un solo pensiero, oscurando tutti gli altri pensieri. È come se avessi una rete piena di pesci e ne prendessi uno solo, guardandolo attentamente. Nell’ultima forma si ha il perfetto distacco dalla mente e tutti i pensieri possono essere osservati senza il minimo coinvolgimento personale fino a che svaniranno spontaneamente. A questo punto, la nostra compagna sarà completamente libera e svuotata, anche se la persona è cosciente e presente a se stessa. La mente addomesticata è come la superficie piatta di un lago che non è agitata dal vento che dall’esterno soffia impetuoso».</p>
<p> “Come il fabbro raddrizza una freccia, così il saggio governa i suoi pensieri, per loro natura instabili, irrequieti e difficili da controllare. I pensieri fremono e si dibattono come pesci tolti alla loro dimora liquida e gettati sulla terraferma. La padronanza della propria mente, ribelle, capricciosa e vagabonda è la via verso la felicità” Dhammapada</p>
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		<item>
		<title>Il giusto mezzo dialettico</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Jun 2011 11:20:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>nabladue</dc:creator>
				<category><![CDATA[Filosofia]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Nabla: «Immagina un’opera d’arte di valore inestimabile. Ora pensa ad un Raffaello che distrugge le sue opere subito dopo averle realizzate. Pensa al rito del mandala: viene creata un’opera d’arte di valore estetico e semantico non inferiore a quello dei nostri più grandi artisti, e poi “puff”, fatta sparire di colpo dall’artista stesso, distrutta, per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nabla: «Immagina un’opera d’arte di valore inestimabile. Ora pensa ad un Raffaello che distrugge le sue opere subito dopo averle realizzate. Pensa al rito del <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Mandala" title="mandala" target="_blank">mandala</a>: viene creata un’opera d’arte di valore estetico e semantico non inferiore a quello dei nostri più grandi artisti, e poi “puff”, fatta sparire di colpo dall’artista stesso, distrutta, per sempre».<br />
Marco: «Parli dei monaci buddhisti? Sono dei pazzi. Lo dico in senso scherzoso. Ma a cosa può servire un gesto del genere?».<br />
Nabla: «Tutto è giocato sulla differenza interno/esterno. Una volta realizzato, il mandala fisico, ha svolto la sua funzione. Successivamente, per interiorizzarlo, la volontà si deve liberare di esso. L’ho fatto mio, non c’è più bisogno che esista nel mondo esterno, ora è una parte di me. La distruzione della mia opera è distruzione della volontà, della vanità, della differenza soggetto/oggetto. Vita vuol dire interiorità, una volta che l’ho fagocitato non c’è più motivo che esita nella realtà esterna. Dunque significa solo che tutto esiste in rapporto alla nostra interiorità».<br />
Marco: «Ah, siamo sempre ad uno degli eterni dilemmi. Dov’è il mondo: dentro o fuori?».<br />
Nabla: «Sembra una domanda banale. In verità, è qui che si gioca la differenza tra le due culture. È  sufficiente osservare la diversità tra lo sviluppo della conoscenza occidentale e quella di alcune civiltà orientali, che hanno consapevolmente posto le basi della filosofia su una teoria della conoscenza più “scettica”, in cui la conoscenza esteriore è, per dirla in termini agostiniani, vana curiositas».<br />
Marco: «In realtà l’Occidente è stato (e penso sia ancora) tormentato da questa domanda. Ad esempio, Sant’Agostino riteneva più importante la conoscenza interiore rispetto a quella esteriore. Però mi sembra che fosse interessato anche al sapere scientifico, infatti, ha addirittura anticipato la relativizzazione del tempo. Per di più, è stato il filosofo che più si è avvicinato alle teorie fisiche attuali riguardanti la nascita dell’universo, ovviamente considerando solo il punto di vista filosofico».<br />
Nabla: «Sì, è vero. Ma per quello che interessa a noi in questo ragionamento, egli subordinava la conoscenza esteriore a quella interiore. Quindi, per lui, a differenza di chi ha condonato Galileo, la scienza avrebbe potuto essere utile alla conoscenza del mondo e, quindi, avrebbe permesso di conoscere meglio anche l’uomo stesso. Mi ricordo che <a href="http://www.npensieri.it/index.php/filosofia/socrate/" title="Socrate" target="_blank">Socrate</a> aveva un pensiero simile a questo».<br />
Marco: «In tal senso, io penso sia l’atteggiamento corretto. Perché concentrarsi troppo sull’interiorità porta ad una stasi. Non ci può essere scienza in una ricerca che non tiene conto del mondo esterno. Basta osservare alcune comunità di monaci: sono rimasti così come erano migliaia di anni fa, senza aver sfiorato il minimo progresso scientifico e tecnologico. Dall’altra parte, dare troppa attenzione al mondo esterno porta ad una stagnazione dell’elevazione spirituale ed etica, che sono fondamentali per la sopravvivenza dell’umanità e per non cadere in una sterile aridità. L’uomo che si sente vivo solo per ciò che possiede esternamente è come un sasso».<br />
Nabla: «A questo proposito, un po’ di tempo fa, mi ha colpito un evento. Stavo parlando con una persona. In particolare mi chiese a cosa può servire la meditazione. Nel mezzo del discorso gli dissi: – “Noi non siamo solo quello che possiamo cogliere attraverso le nostre manifestazioni esteriori, c’è anche qualcosa che sta dentro di noi, che basta a se stesso, è la nostra interiorità. Ogni tanto dovremmo  fermarci, isolarci dal mondo, dalle connessioni con l’esterno e cercare di entrare in contatto solamente con ciò  che è dentro di noi ”. La cosa sorprendente è che, pur essendo una persona di una certa età, ha assunto l’espressione di chi ha afferrato un concetto nuovo ed inimmaginabile. Sembrava un bambino a cui la mamma ha detto per la prima volta “tu esisti”».<br />
Marco: «Il problema del nostro tempo è che stiamo perdendo contatto con l’interiorità, non abbiamo più l’anima».<br />
Nabla: «Possiamo essere evoluti quanto vogliamo dal punto di vista scientifico, ma se non ci rendiamo conto neanche di esistere, mi chiedo che senso abbia. Per di più, anche l’etica è sorta dal momento che  l’uomo ha preso coscienza della sua interiorità. Egli si rende conto che dentro di lui c’è qualcosa di prezioso, e così, per estensione di questa presa di coscienza sui suoi simili, sente l’esigenza di vivere rispettando l’esistenza altrui. Qualcuno di quelli che abbandona la società, lo fa perché vede nella massa una gran quantità di zombi senza anima».<br />
Marco: «Pensi che oggi il mondo Occidentale sia più evoluto dal punto di vista etico o scientifico?».<br />
Nabla: «Secondo me, dal punto di vista scientifico siamo dei giganti. Ho il sospetto che ci troviamo solo all’inizio e arriveremo all’inimmaginabile. Basti pensare che quasi tutta l’evoluzione scientifica e tecnologica è avvenuta nel nostro secolo e non sembra avere l’intenzione di arrestarsi. I progressi si susseguono a velocità impressionanti e, più si andrà avanti, più la crescita aumenterà la sua accelerazione. Tuttavia, se continuiamo a tirare bombe o a combatterci l’uno con l’altro, non vedo grandi speranze per l’umanità. Dal punto di vista etico siamo dei bambini. E questo penso sia pericoloso: dare ad un bambino un’arma molto potente che potrebbe non essere in grado di gestire non è rassicurante. Ad ogni modo, alcuni progressi li abbiamo fatti sicuramente. Pensiamo all’abolizione della schiavitù, all’emancipazione delle donne, alla libertà di espressione, alla …».<br />
Marco: «Però, anche in questo caso i pareri sono discordanti. C’è chi dice che l’emancipazione delle donne sta distruggendo la famiglia, che la schiavitù si è solo spostata in altri paesi, che la liberà di espressione diventa anarchia».<br />
Nabla: «Ecco appunto, quando si parla di scienza tutti siamo d’accordo, ma l’etica è così problematica. E sembra che alcuni eventi sociologici si ripetano in modo ciclico nella storia. La libertà porta gioiosità e favorisce uno sviluppo creativo e scientifico. Ma l’eccesso porta all’anarchia, alla confusione, ad una esagerata licenziosità. A quel punto, la dissoluzione completa dei valori morali riporta all’autoritarismo e ad una eccessiva rigidità morale. Ogni trasformazione ha i suoi benefici ed i suoi effetti collaterali».<br />
Marco: «Allora non c’è soluzione?».<br />
Nabla: «Non lo so, certamente non esiste la soluzione dei sogni e non sarà mai definitiva. Ragionando in termini puramente antropomorfi, penso che l’unica strada sia quella del “<strong>giusto mezzo</strong>”».<br />
Marco: «Quale? Quello di <a href="http://www.npensieri.it/index.php/filosofia/il-buddhismo-del-buddha-siddhartha/" title="Buddha" target="_blank">Buddha</a> o quello di Aristotele?».<br />
Nabla: «Intendo uno stato di equilibrio che si colloca a metà tra gli estremi. Ma, anche in questo caso, ci sono dei problemi. Difatti sia Buddha che Aristotele hanno definito il <em>giusto mezzo</em> in relazione alla loro cultura. Per Aristotele, era una sorta di media tra i valori che la società in cui viveva considerava positivi e quelli negativi.<br />
Egli ha identificato gli atteggiamenti virtuosi come <em>giusto mezzo</em> tra i comportamenti estremi. Ad esempio, il coraggio è la via di mezzo tra viltà e temerarietà. Gli altri sono:</p>
<p>•	Temperanza: <em>giusto mezzo</em> tra intemperanza e insensibilità;</p>
<p>•	Liberalità: <em>giusto mezzo</em> fra avarizia e prodigalità;</p>
<p>•	Magnanimità: <em>giusto mezzo</em> tra la vanità e l&#8217;umiltà;</p>
<p>•	Mansuetudine: <em>giusto mezzo</em> tra l&#8217;irascibilità e l&#8217;indolenza;</p>
<p> 	Può essere un ottimo punto di partenza, ma non bisogna limitarsi ai valori della propria civiltà ipostatizzandoli. E gli stessi estremi come sarebbero stabiliti? È ovvio che anch’essi dipendono dalla collocazione storica e culturale.<br />
 	Per quanto riguarda Buddha, egli definisce il giusto mezzo come la vita monastica. Quest’ultima è una via di mezzo tra due eccessi. Il primo estremo è la vita voluttuosa, che porta a ricercare continuamente la soddisfazione di desideri, in una voluttà che non verrà mai saziata. L’altro estremo è l’ascetismo esasperato, che conduce all’orgoglio. Dunque, la vita monastica è la vita virtuosa che permette di rimanere nel giusto mezzo. D’altro canto &#8211; come abbiamo detto prima &#8211; questo tipo di esistenza, se abbracciata da tutti, toglierebbe di mezzo anche il progresso scientifico e la capacità produttiva dell’uomo».<br />
Marco: «Allora cosa intendi per giusto mezzo?».<br />
Nabla: «Il problema è che l’uomo tende naturalmente verso gli eccessi. Potrei dire che il giusto mezzo in ambito sessuale è una vita di mezzo tra la lussuria e la castità. Nel medioevo la verginità era sacra, oggi è quasi vergogna. La saggia concezione greca del nulla di troppo direbbe: la morigeratezza sessuale è importante, ma non deve essere ottenuta per costrizione. Oppure, la vita non va basata sul piacere, ma non lo deve neanche escludere. Quindi una via di mezzo tra ricerca interiore ed esteriore potrebbe essere: non scordarti mai di conoscere te stesso, ma continua a conoscere ciò che hai intorno. Il mezzo  tra il dogmatismo e lo scetticismo è non so nulla, ma devo sapere. Se vuoi questo <em>giusto mezzo</em> è una compresenza armoniosa ed equilibrata di elementi opposti o diversi.<br />
 	Per fare ancora meglio, dovremmo introdurre un concetto più malleabile, che riesca ad adattarsi allo scorrere del tempo ed al cambiamento. Per questo è necessario un giusto mezzo “analitico”, cioè applicato alla singola situazione ed al contesto, mai ad una realtà ideale ed immobile. Il giusto mezzo io lo vedo come equilibrio puntuale e contestualizzato, una sorta di media tra i valori vigenti nel contesto spazio-temporale dell’agente».<br />
Marco: «Capisco quello che dici. Tuttavia da realizzare è molto difficile. In ogni caso, penso che l’eccesso non sia da disprezzare. Mi sembra che sia proprio l’eccesso che porti l’uomo ad evolversi verso una determinata direzione. La storia ricorda gli uomini che abbracciano gli eccessi. Per raggiungere un elevato livello in qualche attività bisogna dedicarle tutte le energie ed il tempo che abbiamo, fino al punto che può diventare quasi un’ossessione. Prendi la stessa filosofia. Essa nasce come uso eccessivo del pensiero. Se <a href="http://www.npensieri.it/index.php/filosofia/platone/" title="Platone" target="_blank">Platone</a> o Aristotele fossero stati equilibrati, ed avessero scelto una vita più equilibrata, non avrebbero concepito quella ricchezza di pensiero che ha caratterizzato la loro opera».<br />
Nabla: «Effettivamente non hai tutti i torti. Mi ricordo che anche <a href="http://www.npensieri.it/index.php/aforismi/pensieri-di-albert-einstein/" title="Pensieri di Einstein" target="_blank">Einstein</a> affermò che stava rischiando di diventare pazzo dopo essersi barricato in casa qualche anno, tentando di formulare la Relatività Generale. E la sua mente era decisamente sbilanciata verso la scienza. All’opposto, potrei prendere San Franceso di Assisi che era completamente assorbito dalla religiosità; ciò nondimeno, proprio grazia a questa dedizione assoluta, è stato uno tra i più grandi santi che l’umanità abbia mai conosciuto».<br />
Marco: «Per riuscire al massimo in qualche attività, oltre alle capacità innate, bisogna dedicare tutto quanto a quella disciplina, trascurando molti altri aspetti dell’esistenza».<br />
Nabla: «E dunque, si entra necessariamente in una fase di squilibrio, in cui siamo proiettati verso un obiettivo che ci richiama sempre verso di lui. Ad ogni modo, penso sia proprio questa la nuova sfida da affrontare: l’eccesso alla lunga non paga e porta ad una stagnazione, o conduce addirittura ad un peggioramento».<br />
Marco: «Io senza eccesso non vedo progresso. È  proprio dall’eccesso che emergono le innovazioni, le quali, in uno stato di equilibrio, rimarrebbero nascoste».<br />
Nabla: «Alla fine penso che la sproporzione porti comunque ad un equilibrio. Gli eccessi tendono a compensarsi per evolvere verso la media in un processo dialettico. La fusione di istanze opposte, che, alternandosi, portano ad un perfezionamento».<br />
Marco: «E la <em>dialettica</em> avviene tra gli individui, nella storia, nel pensiero. Un ritorno a Hegel?».<br />
Nabla: «No, per carità. Hegel ha piegato il processo dialettico ai suoi servigi.  Nonostante la sua grande cultura, il demonio ha ingiustamente strumentalizzato la <em>dialettica</em> per dire che la sua religione era la migliore, che la sua filosofia era la summa di tutte le filosofie. Hegel è un domestico del potere, è l’uomo che non ama la natura perché maligno di fattura.<br />
 	Io intendo una <em>dialettica</em> pura, flusso di opposti che, compensandosi, si spostano verso l’equilibrio. Non è detto che il flusso dialettico segua un’evoluzione diacronica. Mi sembra che possa essere pensato anche come un processo vittima dell’eterno ritorno, non c’è necessariamente un’evoluzione temporale lineare nello svolgersi del flusso dialettico. Ogni volta che si cade verso un eccesso, c’è una controparte <em>dialettica</em> che tende a riequilibrare lo stato di cose. Poi l’equilibrio cede nuovamente il passo ad un estremo e l’altro opposto è pronto a riportare verso il centro l’ago della bilancia».<br />
Marco: «Quindi la <strong>dialettica</strong> è lo strumento per arrivare al <em>giusto mezzo</em>».<br />
Nabla: «A mio avviso sì. Saltando da un opposto all’altro, si ottiene una sorta di media in cui i contrari si fondono. Ti faccio degli esempi più concreti. Tra il Dogmatismo (verità unica ed indiscutibile) e lo scetticismo (assenza di verità) c’è la ricerca intesa come indagine che ha come obiettivo la verità, ma che può essere sempre messa in discussione (il Socratismo). Quindi la <em>dialettica</em> tra scetticismo e dogmatismo è la ricerca. Pensa anche al passaggio dall’Illuminismo al Romanticismo. Il Romanticismo nasce come reazione all’Illuminismo e al Neoclassicismo. All’eccesso di razionalità e al culto della bellezza classica si contrappongono la spiritualità, l’emotività, la fantasia, l’immaginazione, e, soprattutto, l’affermazione dei caratteri individuali di ogni artista dell’epoca romantica. Ma il processo non è sempre lineare. Illuminismo e romanticismo non solo si alternano nel passare del tempo, ma la stessa cultura di una determinata epoca storica è frutto del processo dialettico tra le diverse istanze. Un periodo prevale una linea di pensiero, ma quella opposta è sempre presente e viene difesa da una minoranza. La storia è scritta dai vincitori, ma i perdenti di oggi sono i trionfatori di domani. In sintesi, i due estremi si nutrono uno dell’altro in un processo che non ha né fine né evoluzione diacronica.<br />
 	Dall’estremo nasce sempre l’opposto. Questa idea è una vecchia conquista, che ha origini lontane. Molte filosofie orientali si basano proprio sulla consapevolezza che da un opposto deriva anche l’altro, e che non c’è estremo senza la controparte. Si può intuire come la dialettica permetta di mitigare l’angusta prigione degli opposti. Essa tende ad un “rimescolamento delle carte” che porta alla nascita di un qualcosa che non è più opposizione degli opposti, ma fusione ed integrazione. Il processo è continuo, esso dà vita ad un movimento circolare e traslatorio allo stesso tempo. In questo modo è possibile sia la ripetizione, che l’evoluzione. È come se il processo dialettico disegnasse una spirale che trasla con moto orizzontale. Gli eventi si ripetono e oscillano tra gli opposti, ma i nuovi eventi sono sempre diversi da quelli passati».<br />
Marco: «Il problema è che dovremmo spostare il processo dialettico a livello individuale. Ogni individuo dovrebbe essere dialettico in sé e vivere secondo il  giusto mezzo».<br />
Nabla: «Però come hai detto tu prima, se tutti fossero equilibrati, o se l’umanità stessa nel complesso fosse equilibrata, non ci sarebbe più l’estremo e quindi non ci sarebbe la specializzazione in una determinata credenza o attività, che porta comunque a competenze di livello molto più elevato».<br />
Marco: «Dunque abbiamo uno squilibrio necessario, che viene equilibrato dalla <em>dialettica</em>. Però – in modo utopistico – se tutti fossero dialetticamente equilibrati non avremmo bisogno dell’eccesso. Sarebbe la media ad agire, anziché i picchi eccessivi dei singoli. Di conseguenza, produrremmo gli stessi risultati, in maniera più equilibrata».<br />
Nabla: «Allora mi sembra che il <em>giusto mezzo</em> in sé, come equilibrio statico è desiderabile, ma quasi impossibile da ottenere. Invece – per forza di cose &#8211; la dialettica conduce comunque verso il <em>giusto mezzo</em> in modo dinamico seguendo un moto circolare e traslatorio, ed è questa la conclusione che possiamo trarre dal nostro dialogo».<br />
Marco: «Sembra di sì».</p>
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		<title>Intellettualismo etico o pusillanimità pratica?</title>
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		<pubDate>Sat, 21 May 2011 10:13:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>nabladue</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Marco: «Io sono ancora dubbioso. Perché non possiamo affidarci alla ragione, invece di credere alle favole o di accontentarci delle parabole? Non potremmo giungere a delle conclusioni più rigorose, scientifiche?». Nabla: «Socrate ci ha insegnato che il pensiero logico-discorsivo ha un limite in ambito etico. Platone ha prima accettato l’insegnamento del maestro, poi ha creduto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Marco: «Io sono ancora dubbioso. Perché non possiamo affidarci alla ragione, invece di credere alle favole o di accontentarci delle parabole? Non potremmo giungere a delle conclusioni più rigorose, scientifiche?».<br />
Nabla: «<strong>Socrate</strong> ci ha insegnato che il pensiero logico-discorsivo ha un limite in ambito <em>etico</em>. Platone ha prima accettato l’insegnamento del maestro, poi ha creduto che con la sola ragione si potesse conoscere qualsiasi cosa, ed ha sbagliato. Aristotele ha continuato su questa scia. Gran parte della filosofia occidentale è la riproposizione degli stessi problemi che però non cedono mai  alla forza della ragione. Qualcuno aveva indicato la strada molti secoli fa: le teorie non valgono nulla in ambito <em>etico</em>, serve l’esempio umano, dobbiamo guardare al comportamento. Invece, oggi, il filosofo si rifugia in un pensiero astratto e confortante e la filosofia diviene una pura ginnastica mentale. Sui libri di scuola, si arriva perfino a dire che quello di Socrate era un <em>intellettualismo etico</em>».<br />
Marco: «Scusa se ti interrompo, ma che vuol dire questa definizione concettuale?».<br />
Nabla: «<em>L&#8217;intellettualismo etico</em>è la credenza secondo cui la morale coincide con la conoscenza. In altre parole, si ritiene che la conoscenza della verità e del bene spinga automaticamente ad agire in conformità ad essi. Un uomo che conosce il vero bene, non può che agire benevolmente. <em>L’etica</em> può dunque essere completamente formulata attraverso la ragione. Sulla scia di tale credenza, Platone è partito per la ricerca di una definizione rigorosa dei concetti di bene, giustizia ed altre chimere irraggiungibili dal solo pensiero. Il problema è capire se sia lecito attribuire questa ideologia a <em>Socrate</em>. La frase che spesso viene indicata per bollare Socrate di <em>intellettualismo etico</em> è  “nessuno fa il male in modo volontario”. Tuttavia, questa espressione significa solo che le persone agiscono il più delle volte in maniera inconsapevole: è come dire “Padre perdona loro perché non sano quello che fanno”.  Essi sono come burattini che, non conoscendo loro stessi, vengono guidati nelle loro azioni da una forza nascosta ed irrazionale, di cui non sono coscienti. Per questo motivo, <em>Socrate</em> incitava gli ateniesi a dedicarsi alla conoscenza dell’anima. La credenza che l’Io sia solo buono è un’invenzione di Platone. Al contrario, <em>Socrate</em> ha messo proprio in evidenza il paradosso morale, come conseguenza del conflitto tra L’Io etico e l’Io che ricerca se stesso. Sono due strade che l’uomo deve percorrere, ma che paradossalmente si intrecciano in un eterno conflitto: “Vada come sta a cuore al dio. Alla legge si obbedisce. Difendersi si deve”.<br />
 	Solo chi pensa ad una anima buona in sé può ritenere che basti la ragione. Invece, egli afferma più volte che l’anima non è buona, ma va resa buona: “Io non vado intorno facendo nient’altro se non cercare di persuadere voi, e più giovani e più vecchi, che non dei corpi, dovete prendervi cura, né delle ricchezze né di nessuna altra cosa prima e con maggiore impegno che non dell’anima in modo che diventi buona il più possibile …”<br />
 	<em>Socrate</em> non dice mai “ragionate sulla bontà dell’anima”, bensì dedicatevi alla cura di essa: è un messaggio estremamente pragmatico, non teoretico.<br />
 	Con la sua morte e l’ostinazione a non volere accettare la salvezza, egli ha giocato l’ultimo “scherzo” agli ateniesi e al mondo intero. Il suo messaggio non è politico, ma è rivolto singolo uomo ed alla singola donna, a chi si vuole liberare, a chi ha il coraggio di passare per la porta stretta.<br />
“O miei concittadini di Atene, io vi sono obbligato e vi amo; ma obbedirò piuttosto al dio che a voi, e finché abbia respiro, e finché ne sia capace, non cesserò mai di filosofare e di ammonirvi [...] Tu che sei ateniese, cittadino della più grande città, non ti vergogni a darti pensiero delle ricchezze per ammassarne quante più possibile, e della tua anima, affinché essa diventi quanto più possibile ottima, non ti dai cura?”<br />
 	Egli è il demone che ci richiama sempre verso Delfi, alla conoscenza di noi stessi, ma che allo stesso tempo ci  fa sentire il peso etico di questa scelta. La filosofia è una tensione perenne, è essa stessa ironia, paradosso. Socrate stesso è l’oracolo: chi vuole vivere deve andare da lui. Ciò nondimeno, chi va da lui viene anche richiamato ai suoi doveri etici. Il contrasto è apparentemente insanabile, si paga anche con la morte, ma è l’unica rischiosa via da percorrere per poter dire “ho vissuto”, sono un uomo.<br />
	La cosa straordinaria è che la ricchezza del messaggio socratico non si esaurisce in questo. Egli ci ha insegnato anche qualcosa di molto più importante: che abbiamo dentro una scintilla divina. La contraddizione dialettica tra l’Io <em>etico</em> e quello personale può essere dissolta nella saggezza. E la risposta al paradosso viene proprio da Dio. Solo la goccia divina ci può aiutare a sanare il contrasto tra la morale e l’Io, tra l’artificialità del logos e la vita stessa: «Non è forse scritto nella vostra Legge: Io ho detto: voi siete dèi?». (Giovanni 10,11)<br />
 	Tentare di chiudere Socrate in delle definizioni intellettualistiche è una follia. Egli non si è mai adagiato su un intellettualismo etico. Si è servito della filosofia solo per conoscere se stesso, non si è fatto dominare, l’ha dominata: ha trasformato il pensiero in vita, ha parlato con l’azione. I professori nelle università di oggi, si sono mai posti questo traguardo o hanno preso rifugio solo in astratte ricerche intellettuali?<br />
 	I filosofi occidentali sono grandi pensatori, tuttavia le loro acrobazie teoretiche nascondono profonde contraddizioni, la loro voglia di conoscere spesso si confonde con la vanità. La filosofia ha perso la saggezza, per dare spazio alla parola. Siamo partiti da un Socrate focalizzato sull’evoluzione interiore dell’uomo, per arrivare a professori accademici che scrivono solamente grandi trattati speculativi. Bisognerebbe chiedersi se è un percorso naturale o la corruzione di un’idea.<br />
 	In conclusione, il problema dell’uomo è quello di trovare un compromesso tra la <em>morale</em> degli schiavi e la vita stessa, tra la sopravvivenza e l’artificialità. Ce ne siamo resi conto: il paradosso morale persiste. A noi <em>Socrate</em> lo ha mostrato in tutta la sua essenzialità. La sua morte non è una nostra condanna, ma l’accettazione del dramma della realizzazione della vita del sé in rapporto con gli altri sé.  Ciò comporta un incontro, ma, inevitabilmente, anche uno scontro».</p>
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		<title>Chi ha orecchi per intendere  intenda</title>
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		<pubDate>Sat, 17 Apr 2010 14:54:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>nabladue</dc:creator>
				<category><![CDATA[Filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[Religione]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Nabla: «Vorrei riprendere il dialogo del precedente pensiero, per spostarci dal piano scientifico alla tradizione religiosa e spirituale. A parte i problemi del nostro paese, abbiamo detto che la scienza è un validissimo strumento di conoscenza, e a noi piacerebbe estendere il metodo scientifico a tutti gli ambiti del sapere umano. Il problema è che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nabla: «Vorrei riprendere il dialogo del precedente pensiero, per spostarci dal piano scientifico alla tradizione religiosa e spirituale. A parte i problemi del nostro paese, abbiamo detto che la scienza è un validissimo strumento di conoscenza, e a noi piacerebbe estendere il metodo scientifico a tutti gli ambiti del sapere umano. Il problema è che il metodo scientifico rigoroso, quello che si basa sulla matematica, attualmente è applicabile solo alla fisica. Se ci spostiamo su altre scienze, come la biologia e la medicina, un’applicazione del metodo scientifico basato sulla matematica non è ancora pensabile. A maggior ragione, non possiamo neanche concepire un utilizzo di tale metodo alla cosiddette scienze umane o dello spirito.<br />
 	D’altro canto, oltre il sapere scientifico, non possiamo negare che ci sono tematiche care ed importanti per l’essere umano, che non possono essere ignorate: la giustizia, l’anima, l’etica, la vita in relazione alla morte. Il problema è che in tali ambiti brancoliamo quasi nel buio. In tal senso, gli antichi pensavano che tali concetti fossero conoscibili con diversi strumenti:</p>
<p>•	Ragione (vedi Platone)<br />
•	Esperienza mistica (vedi Buddha)<br />
•	Rivelazione divina (vedi profeti)</p>
<p>Seppure non possiamo negare la validità di tali metodi d’indagine, che comunque ci hanno condotto fin qui, da lì ad oggi ne è passata di filosofia sotto questi ponti. La cosa che più mi stupisce è che molte persone non prendono in considerazione l’evoluzione che ha subito il pensiero e ripropongono passivamente idee antiche ed antiquate, senza neanche considerare tutto quello che c’è stato dopo. In sintesi, <em>l’atavismo è un rifugio attraente, ma lontano da un atteggiamento di ricerca aperto e costruttivo</em>. Soprattutto in ambito religioso-spirituale c’è una forte volontà a non guardare avanti, adagiandosi sulla comoda certezza di una tradizione antica che pretende di avere il monopolio della conoscenza. Oggi è facilissimo parlare di Buddha, Cristo (e anch’io lo faccio a volte) poi mi chiedo: ma chi era Gesù Cristo? Chi era Buddha? Qual era veramente il loro messaggio? È effettivamente quello dei testi sacri? Devo ammettere che ci sono parti di questi testi che – per dirla in maniera delicata – mi convincono ben poco. D’altronde è innegabile che molte pagine di tali scritti sono una fonte d’ispirazione insostituibile».<br />
Marco: «In ogni caso qual era il messaggio autentico non lo sapremo mai. Però mi chiedo anche dov’è la liberazione che avevano promesso?».<br />
Nabla: «Non sono d’accordo su questo punto. Penso che l’umanità si sia salvata grazie a queste persone. Se non ci fossero stati i santi, gli illuminati e Gesù Cristo, le parti oscure dell’uomo avrebbero preso il sopravvento e l’umanità si sarebbe già autodistrutta da tempo».<br />
Marco: «Bada bene che io non sto criticando Buddha, ma alcuni modi di interpretare il buddhismo: quello che ha insegnato Buddha realmente non lo conosceremo mai. Noi abbiamo solo un’onda smorzata, filtrata e distorta dei suoi insegnamenti. Difatti – come accennavi tu prima &#8211; proprio per questo bisognerebbe guardare avanti. Prendere spunto dall’antichità va benissimo, ma &#8211; a mio avviso &#8211; dovremmo metterci qualcosa noi stessi. In pratica, l’insegnamento va accettato come fonte di ispirazione, ma poi ragioniamo con la nostra testa e sottoponiamo le fedi al vaglio della nostra vita psichica e relazionale. Al contrario, sembra che spesso la razza “intelligente” preferisca farsi automa, invece che ricercare la propria strada. Piuttosto che apprendere, preferiamo copiare. Piuttosto che cercare noi stessi, preferiamo identificarci in altre entità. Pochi riescono veramente ad essere “<em>artefici della propria esistenza</em>” e, paradossalmente, <em>la pietra filosofale è proprio conoscere la nostra vera natura ed esprimerla pienamente</em>. La filosofia e le religioni devono liberare, non intrappolare. Mi sono reso conto che, spesso, assorbiamo le ideologie passivamente, senza capire ciò che è meglio per noi. Alla fine, non è la dottrina che conta, ma l’uomo stesso che ha insegnato e vissuto. Non sono le parole che rendono grande un maestro, ma il suo comportamento, il suo semplice essere così com’è. Questa è la cosa più difficile da tramandare e noi dobbiamo accontentarci di un eco affievolito. Purtroppo molti scambiano questa labile vibrazione con il suono originario. Quindi, tornando a ciò che dicevamo nel precedente pensiero, il problema è sempre lo stesso: le scritture degli antichi sono una fonte di ispirazione, non un modello da seguire che escluda completamente la nostra autonomia. Insomma, la fede e la sapienza antica ci guidano, ma smettiamola di ripararci dietro lo scudo delle dottrine per non metterci in gioco veramente. Quando osservo comportamenti assurdi, che gli operatori d’iniquità giustificano con la fede cieca in una religione, sono costretto a dare ragione a quelli che vedono nelle religioni solo un mezzo per dominare le masse o un rifugio per non vivere veramente. Forse annichilirle è la soluzione».<br />
Nabla: «Però potremmo affermare la stessa cosa a riguardo della scienza. Perché non abbandonarla dato che gli scienziati hanno creato le bombe atomiche? Inoltre, ci sono scienziati che hanno compiuto e, continuano a compiere, esperimenti orribili pur di far avanzare il progresso scientifico.<br />
	Non è la religione in sé, è l’interpretazione e l’uso che ne facciamo a renderci virtuosi o meschini. Voglio dire, se prendiamo le scritture di qualsiasi religione troviamo tutto ed il contrario di tutto. Purtroppo, alcune parti della Bibbia sono pregne dalla durezza del Dio ebraico pre-cristiano, che fa uso di un linguaggio aggressivo e minaccioso. Sulla stessa linea, le epistole dei padri della chiesa sono un’interpretazione successiva del messaggio di Gesù Cristo. Il Vangelo è molto vicino alle parole del Maestro, ma sicuramente non possiamo identificarlo totalmente con il Suo messaggio. Perfino i discepoli più vicini a Lui erano uomini, e dunque  soggetti a tutte le insidie della imperfezione umana, infatti “… Gesù, voltatosi, disse a Pietro: “Vattene via da me, Satana! Tu mi sei di scandalo. Tu non hai il senso delle cose di Dio, ma delle cose degli uomini”. Questo fu detto al principale erede della città di Dio nel mondo. Si capisce bene come Gesù stesso nutrisse dei dubbi sui suoi discepoli, anche sugli apostoli che Egli stesso ha scelto. È sensato ritenere che i rappresentanti religiosi debbano avere il diritto di parola per quanto riguarda le leggi basilari sulla salvaguardia dei diritti umani, l’errore è nell’imposizione del dogma».<br />
 	Marco: «Il problema è che noi diamo troppa importanza al pensiero ed alle parole. Mi sono reso conto di quanto le persone siano attaccate ai libri ed alle tradizioni dogmatiche. Il libro può essere il ponte che ci fa attraversare la vallata, ma le gambe dobbiamo metterle noi. A mio parere, <em>non è stata la dottrina ad aver fatto grande l’ispirazione divina, quanto le opere sociali che questi maestri, ed i loro seguaci più autentici, hanno compiuto</em>. Ad esempio, sia la teologia cristiana che le scritture buddhiste sono piene di contraddizioni. Ma c’è un fattore ha accomunato i due maestri: sia Gesù Cristo che Buddha si sono battuti per l’uguaglianza sociale, hanno difeso i più deboli, senza dimenticarsi di rispettare anche i più potenti. Non hanno mai avuto preconcetti sugli uomini, era solo il modo di agire delle persone che li interessava. Non volevano offrire migliaia di libri e dogmi sterili su cui discutere e litigare, il loro unico desiderio era rendere gli uomini migliori! Perché non hanno scritto? Le regole e gli scritti devono esserci, ma la religione non si esaurisce in ciò. Il pericolo del fariseismo è sempre presente, ma Gesù stesso ci  ha ammoniti per l’eternità:<br />
“Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. 3Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo, ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno. 4Legano infatti pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito. 5Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dagli uomini: allargano i loro filattèri e allungano le frange; 6amano posti d&#8217;onore nei conviti, i primi seggi nelle sinagoghe 7e i saluti nelle piazze, come anche sentirsi chiamare maestro dalla gente. 8<br />
…<br />
 25Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pulite l&#8217;esterno del bicchiere e del piatto mentre all&#8217;interno sono pieni di rapina e d&#8217;intemperanza. 26Fariseo cieco, pulisci prima l&#8217;interno del bicchiere, perché anche l&#8217;esterno diventi netto!<br />
 27Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che rassomigliate a sepolcri imbiancati: essi all&#8217;esterno son belli a vedersi, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni putridume. 28Così anche voi apparite giusti all&#8217;esterno davanti agli uomini, ma dentro siete pieni d&#8217;ipocrisia e d&#8217;iniquità.  Matteo 23,1-28 “».</p>
<p>Nabla: «Gesù certamente non tollerava gli ipocriti o chi si riparava dietro le istituzioni e le scritture religiose per portare avanti degli interessi personali».<br />
Marco: «Un altro problema fondamentale è l’interpretazione dell’Antico testamento. Infatti, ci sono delle parti di questo testo sacro, che non sono certo monumenti di compassione e pacifismo. Mi riferisco ai passi che inneggiano alla lapidazione delle donne adultere, degli infedeli e ad altre brutture simili».<br />
Nabla: «Però non dobbiamo neanche giudicarli in modo troppo severo. Semplicemente, questi messaggi appartengono al passato. Le divinità antiche erano più violente perché l’uomo era in grado di accogliere solo quel messaggio. Certe fasi della religione sono state indispensabili, pur nella loro negatività, per approdare ad un  sentimento religioso più evoluto.  Nel Vangelo stesso, Cristo dice più volte: “per la durezza dei vostri cuori Mosè vi ha obbligato ciò” oppure “per la durezza dei vostri cuori Mosè vi ha permesso ciò”. In primo luogo, questo significa che c’è una notevole differenza tra Antico e Nuovo Testamento. Secondo, viene evidenziato che anche i cuori degli uomini subiscono un’evoluzione e, quindi, la religione deve accompagnare e promuovere tale crescita.<br />
 	Purtroppo, ci sono ancora fedeli che rimangono fermi nelle loro posizioni intransigenti ed assolutistiche. A causa della loro chiusura mentale, si ostinano ad ignorare l’ampliamento della conoscenza e della coscienza umane. Pensare che il modello di comportamento umano vada desunto unicamente da un libro, interpretabile e, a tratti, contraddittorio, è, quantomeno, discutibile. Infatti, ammettendo che chi scrive possa essere ispirato da Dio, chi legge sempre umano è. L’errore e la confusione – a mio avviso – nascono quando si ritiene di avere l’unica ed indiscutibile interpretazione della “parola di Dio”. Se ovviamente leggiamo le scritture in modo simbolico, allegorico e comprendiamo che, come nasce lo scritto, sorge anche l’interpretazione, il significato che possiamo attribuire alle scritture è quello di “parole che ispirano”. Mentre  la parola di Dio non si potrebbe perdere nella temporalità, la comunicazione umana deve comunque avvenire su supporti materiali. Quindi, dovremmo al limite dire che la scrittura rappresenta la “parola di Dio” tradotta per uno specifico popolo che vive in un determinato periodo storico. In questo modo, non saremmo portati a pensare che la parola di Dio sia un immutabile ed esclusivo possedimento di una ristretta cerchia di persone.<br />
 	Insomma, le scritture vanno lette in modo allegorico e valutate con l’occhio della storia.  Come insegna Jung, i miti e le parabole religiose sono di vitale importanza per l’uomo. Il problema è quando non sappiamo leggerli. Allora li sfruttiamo per fare del male, anziché utilizzarli per comprendere come possiamo tenere a freno le parti più meschine di noi stessi! Ci sentiamo pii solo perché andiamo in chiesa, perché leggiamo e sbandieriamo le scritture. In realtà, nessuno si può adagiare sulla certezza della fede:<br />
21Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. 22Molti mi diranno in quel giorno: Signore, Signore, non abbiamo noi profetato nel tuo nome e cacciato demòni nel tuo nome e compiuto molti miracoli nel tuo nome? 23Io però dichiarerò loro: Non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi operatori di iniquità. Matteo 7,21-23</p>
<p>Non ci accorgiamo della palese contraddizione che incarniamo e così si crea la solita frattura tra essere ed apparire. Non solo, abbiamo creato un crepaccio anche tra essere e sapere: le persone sanno tantissimo, tuttavia non riescono a trasformare quella conoscenza in essenza. Immagazziniamo informazioni, eppure non sappiamo usarle: è questo il problema più grave della nostra civiltà.<br />
 	In linea generale, nello sviluppo di una religione  si tende sempre a sostituire la parabola con il dogma, la ricerca con la certezza, l’elevazione spirituale con il rito, la compassione con le leggi, la carità con la vanità. Per evitare travisamenti paradossali, occorrerebbe capire una solo cosa: le dottrine sono il mezzo e non il fine. Questo vale sia per gli intelligenti che per gli ingenui. Esse sono come una spazzola che pulisce le incrostazioni della nostra anima. Oppure possiamo vederle come la scala che ci permette di salire.<br />
 	Ammettiamo che devo arrivare in cima ad un grattacielo, per entrare in una stanza che si trova sul piano più elevato. Senza scale sarebbe certamente impossibile arrivare lì su, con le mie sole forze. Però se salissi tutti i gradini, uno per uno, fino all’ultimo, e, alla fine, prima di entrare nella stanza mi fermassi sul pianerottolo, avrei faticato inutilmente. La dottrina è la scala, tuttavia il fine non è la scala. La scala mi permette di salire. La strada che percorro per arrivare in cima, mi trasforma. Non è il percorso stesso a contare, ma la trasformazione che la mia anima subisce durante il tragitto. Se necessario aggrappiamoci anche alla disciplina, camminiamo su dei binari che permettano di concentrarci sulla crescita, però dobbiamo almeno lasciare entrare qualcosa all’interno. Ma se camminiamo come degli zombi, e, seppur capendo in modo razionale, non lasciamo che ciò ci tocchi interiormente, allora nella stanza finale non riusciremo mai  ad entrare: posso fare, dire, parlare, urlare, seguire centinaia di regole severe, leggere e scrivere i testi più complessi, sottopormi alle privazioni più dure, ma, senza coinvolgimento interiore, tutto è semplicemente un’inutile illusione o una fuga. La mèta finale è il raggiungimento di un stato interiore, che si manifesta all’esterno mediante il comportamento. Il credo ci aiuta, senza di esso a stento saliamo e rischiamo di perderci nel tragitto: la debolezza ed i vizi sono demoni molto forti. Se ci attacchiamo troppo alla legge, diventiamo scribi e farisei. Se siamo eccessivamente lascivi, rischiamo di cadere nell’edonismo e nel qualunquismo».<br />
Marco: «Il problema è che la vera liberazione è per pochi:  “Entrate per la porta stretta, poiché larga è la porta e spaziosa la via che mena alla perdizione, e molti son quelli che entrano per essa. Stretta invece è la porta ed angusta la via che mena alla vita, e pochi son quelli che la trovano” (Matteo 7:13-14)».<br />
Nabla: «A pensarci bene, è  vero che la porta è stretta,  tuttavia il messaggio di Gesù tiene anche conto dei vari livelli di comprensione. Proprio perché i filosofi greci ritenevano che la felicità e la beatitudine fossero destinate a pochi, il Cristianesimo ha aperto la strada anche ai “non filosofi”, “ai non scienziati”. “La massa non sarà mai filosofa” – disse Platone. Per questo motivo, i pensatori greci svilupparono progressivamente l’idea che i più fossero uno strumento per permettere ai filosofi di realizzarsi. Al contrario, Gesù Cristo è sceso per le strade, in mezzo ai peccatori, ai semplici, alle persone che non avevano la possibilità di studiare: “Non sono venuto per i sani, ma per gli ammalati. Non sono venuto per i giusti ma per i peccatori”. Quindi non è venuto per Platone, ma per le persone comuni. Tutti devono avere la possibilità di vedere, anche le persone semplici che tendono a far coincidere la spiritualità con i miracoli e che non comprendono i problemi filosofici:<br />
10Gli si avvicinarono allora i discepoli e gli dissero: «Perché parli loro in parabole?».<br />
 11Egli rispose: «Perché a voi è dato di conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. […] Per questo parlo loro in parabole: perché pur vedendo non vedono, e pur udendo non odono e non comprendono. 14 Matteo (13,10-13)<br />
La salvezza dev’essere offerta a tutti, non è un privilegio di pochi uomini superiori. Il Cristianesimo autentico insegna ad apprezzare i valori all’uomo che sa comprenderli nel profondo. Le persone più semplici non hanno bisogno di capire, ma solo di mettere in pratica. Per di più, non è detto che un teologo geniale sia più degno di un credente ingenuo. Gesù Cristo ha insegnato che abbiamo una facoltà superiore alla ragione: il cuore. Gesù Cristo conosceva a fondo sia i misteri della ragione che del cuore, e per questo era il Figlio di Dio».<br />
Marco: «<em>La parabola è un insegnamento vivo</em> ed in perenne movimento, non potrebbe mai ridursi ad un dogma, anzi, è proprio l’esatto contrario. I teologi dogmatici hanno pietrificato un processo di apprendimento che non ha nulla di statico. Essi hanno tentato di trasportare sul piano razionale, ciò che era scritto con la voce del sentimento e della fede. Ma la teologia deve servire il cuore. Se diventa un ragionamento arido, allora è pura speculazione fine a se stessa, utile solo a riempire tonnellate di carta e ad inorgoglire l’ego individualista».<br />
Marco: «C’è anche da dire che, spesso, chi si dichiara fedele autentico di una religione è talvolta molto lontano dall’esserlo.  L’apprendimento per imitazione e per assorbimento passivo di idee comporta dei rischi. Se l’animo viene plasmato da modelli, che permettono ai potenti di conseguire interessi politici, spacciandoli per messaggi divini, l’ingenuo li segue senza porsi domande».<br />
Nabla: «Per questo non si può colpevolizzare la rivelazione profetica o divina, ma la turpitudine di quelli che riescono a sfruttare qualsiasi cosa a loro vantaggio».<br />
Marco: «Riguardo ciò, ho  recentemente visto  un documentario in cui venivano illustrati i risultati di un’importante esperimento scientifico. Mi sono reso conto di come la specie umana sia legata all’apprendimento per semplice imitazione. Veniva addirittura dimostrato che le scimmie sanno discriminare e valutare in maniera migliore un insegnamento rispetto a dei bambini umani. In sintesi, l’esperimento era il seguente. Un uomo adulto mostrava ad una scimmia e ad un bambino come prendere del cibo in una scatola trasparente. Essendo la scatola trasparente, si notava facilmente che i primi gesti dell’insegnante erano inutili ai fini dell’ottenimento del cibo. In modo sorprendente, le scimmie saltavo le fasi inutili, compiendo soltanto l’azione necessaria a raccogliere il cibo dalla scatola. I bambini di 6-7 anni ripetevano, come degli automi, quello che aveva fatto l’insegnate, anche se le prime azioni erano palesemente inutili. Ciò dà l’idea di quanto l’essere umano sia forgiabile attraverso l’educazione sociale, scolastica e religiosa».<br />
Marco: «Alla fine cadiamo sempre nel problema del rapporto tra chi educa e chi è educato».<br />
Nabla: «O tra chi domina e chi è dominato.  Ciò nondimeno, quando si tratta di spiritualità e religione starei attento a non adagiarmi su conclusioni prettamente scientifiche e razionali, nessuno sa con quale misterioso strumento può agire il divino. Sant’Agostino affermò che, per quanto  i rappresentanti umani del verbo divino siano corrotti, c’è sempre un raggio di luce che riesce a far breccia nei cuori dei credenti».<br />
Marco: «Spero sia vero».</p>
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		<title>Sulle spalle dei giganti&#8230;ma non basta</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Apr 2010 08:23:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>nabladue</dc:creator>
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		<description><![CDATA[ <p>“Non ho nulla contro Platone. Posso affermare che lo conosco poco ed ho sempre avuto piacere leggere qui le tue riflessioni. La mia sensazione però è che spesso sia usato come un baluardo, un monumento, una commemorazione, un’ancora per non andare oltre. Non solo con Platone, ma con tutta la classicità. Non si vuole [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="Aforismi">
<p>“Non ho nulla contro Platone. Posso affermare che lo conosco poco ed ho sempre avuto piacere leggere qui le tue riflessioni. La mia sensazione però è che spesso sia usato come un baluardo, un monumento, una commemorazione, un’ancora per non andare oltre. Non solo con Platone, ma con tutta la classicità. Non si vuole andare oltre perché non si vuole navigare in mare aperto. Vedo questo guardando il mio paese da lontano, dentro il mondo anglosassone che ha tutt’altri sistemi di riferimento”. (Anonimo) </p></div>
<p>Nabla: «Se navigare in mare aperto significa progredire, va benissimo. Se invece significa gettare la tradizione in fondo al mare o ignorarla, allora entriamo necessariamente in un regresso inutile: non possiamo ricominciare dall’invenzione della ruota. In qualsiasi campo d’indagine, si deve partire da ciò che è stato scoperto o analizzato dai grandi: dobbiamo poggiare sulle spalle dei giganti, non ne possiamo fare a meno. Il problema è che per compiere un vero passo in avanti, alla fine bisogna avere il coraggio di salire più in alto con le nostre stesse forze. Ma se non vogliamo poggiare su queste solide spalle, rischiamo di affidarci ad impalcature pericolanti e fatiscenti. Oggigiorno si tende a mischiare tutto, la confusione regna. Molti autori, ad esempio,  mescolano a fantasia le teorie di vari ambiti del sapere in modo estremamente superficiale».<br />
Marco: «Capisco cosa intendi; però penso che bisogna cercare di unire i diversi ambiti del sapere, altrimenti rischiamo di avere tanti cassetti divisi che non comunicheranno mai tra di loro».<br />
Nabla: «Sì bisogna unire e non solo dividere, e anche io sono interessato a questo. Però uniamo con criterio, non con la fantasia, altrimenti rischiamo di ingenerare confusione su confusione. E poi unire significa anche concepire l’unità nella separazione. Non occorre preparare un minestrone, ma accostare le diverse tonalità in modo armonico.<br />
 	Quindi i giganti vanno temuti e rispettati, invece di mistificarli e banalizzarli, e, in questo modo, ci aiutano a costruire la nostra strada. Sulla sponda opposta, però, si rischia di rimanere intrappolati tra le possenti braccia dei giganti: il loro peso è talmente grande che rischiamo di farci schiacciare. Durante alcune epoche storiche le “autorità classiche” hanno bloccato lo sviluppo del sapere e della conoscenza per lunghi periodi: coloro che uscivano dal campo di quelle che erano considerate le uniche autorità attendibili non venivano ascoltati o erano addirittura condannati».<br />
Marco: «A mio avviso, l’autorità fa in modo che la cultura si sedimenti e produca una sapere abbastanza unitario o che, comunque, ruoti attorno ad un fulcro centrale. Questo evita che l’anarchismo del sapere (o relativismo filosofico) cancelli del tutto la capacità conoscitiva umana. Difatti, in un completo relativismo non si potrebbe produrre conoscenza, e lo stesso potere comunicativo del linguaggio verrebbe messo in discussione. In tempi in cui c’è una forte autorità, il linguaggio è abbastanza unitario e accettato da tutti (almeno quello “accademico”), sebbene la circolazione di nuove idee sia fortemente limitata. Quando prevale l’anarchismo ideologico, risulta difficile anche poter sostenere una conversazione».<br />
Nabla: «A tal proposito, mi è capitato di aprire dibattiti nei dibattiti perché ogni persona proponeva un significato diverso per una parola. Alla fine, per cavillare sul significato attribuito ai termini che saltavano fuori nel discorso, non siamo riusciti neanche a capire di che volevamo parlare, e ci siamo perfino dimenticati da dove eravamo partiti».<br />
Marco: «Sulla sponda opposta, abbiamo detto che l’autorità impone l’unità, però limita la libertà di espressione e la creatività».<br />
Nabla: «Sì, come spesso accade lo “status ideologico” della società oscilla tra questi due estremi per mantenere un equilibrio dialettico dinamico».<br />
Marco: «Dunque sono entrambi mali necessari perché un equilibrio statico risulta molto difficile da ottenere».<br />
Nabla: «A questo punto, però,  io farei una distinzione tra due metodi d’indagine».<br />
Marco: «Quali?».<br />
Nabla: «Quello scientifico e quello non scientifico. Mi spiego meglio. La scienza ha un suo metodo oggettivo e rigoroso ed i risultati devono avere conferme sperimentali. Quindi il sapere scientifico produce una conoscenza certa ed indiscutibile, se applicata nell’ambito di validità degli esperimenti effettuati. Ad esempio, anche se la relatività ha superato la meccanica newtoniana, non è corretto dire che la meccanica newtoniana è errata. Semplicemente, essa è valida solo in un ambito ristretto di applicazione. Per capirci, se vogliamo inventare e costruire l’aereo basta la meccanica newtoniana. Invece, per la progettazione del sistema di posizionamento su base satellitare (GPS) bisogna chiamare in soccorso le leggi della relatività generale, poiché si presentano delle condizioni in cui gli effetti relativistici non sono trascurabili. Insomma, il passato non si butta necessariamente con l’introduzione di quelli che vengono chiamati “nuovi paradigmi scientifici”. In particolare, durante  l’evoluzione del sapere scientifico, alcune idee, entità e teorie sono completamente abbandonate e sepolte, per sempre, in un immaginario cimitero scientifico. Atre sono mantenute, ma acquistano un significato diverso all’interno del nuovo “paradigma scientifico”. Altre ancora  vengono integrate ed assorbite nel nuovo sistema. Quindi è importantissimo conoscere bene ciò che hanno scoperto i giganti, tuttavia non è sufficiente. Purtroppo  si trascura sovente che anche per lo sviluppo della scienza serve una perla rara e preziosa: la creatività. Al contrario, mi sembra che il sistema scolastico ed universitario, in cui molti professori si ergono a difensori del sapere nella lotta contro i demoni delle religioni, proponga un modello di robotica industriale. Il sistema educativo italiano tende a soffocare la creatività, a scapito di un nozionismo esagerato. Infatti, i programmi delle scuole sono molto vasti, ma i ragazzi, in concreto, imparano e fanno propria solo una piccola percentuale di idee e concetti. Perfino l’università tende a produrre robot parlanti. Si studia di tutto e di più, ed il laureato, invece di imparare a “saper fare”, impara ad ingerire rapidamente e, passivamente, nozioni. In tal modo, spesso ci ritroviamo con laureati e specializzati in un campo della conoscenza, che hanno solo imparato a memoria e “ripetuto a pappardella” quello gli veniva chiesto. Alcuni di loro non hanno la minima padronanza della disciplina che hanno studiato e frequentato per anni e, quando si tratta di fare e di creare, cadono nell’abisso più profondo».<br />
Marco: «Però la colpa è anche degli studenti che non sono avidi di sapere».<br />
Nabla: «Lo studente deve apprendere, non ha il dovere di cogliere subito cosa sia meglio per lui. Questo non significa che deve essere passivo, anche chi apprende deve contribuire attivamente alla sua formazione, ma le istituzioni e gli insegnanti dovrebbero – quantomeno – saper indirizzare. Penso che questo è il paradosso dell’istruzione italiana: riempie la testa come si riempie una bottiglia con un imbuto, tuttavia non insegna ad essere autonomi ed a creare. Secondo me bisognerebbe avere un atteggiamento più realista: meno cose, ma fatte bene, anziché mille cose buttate lì come sabbia al vento. Ormai abbiamo anche i computer per immagazzinare le informazioni, serve qualcuno che sappia elaborarle in maniera consapevole. In sostanza, dovremmo formare degli “architetti del sapere” e non dei manuali di architettura (che tra l’altro sbiadiscono molto rapidamente). A questo proposito, ritengo che vada cambiato il criterio in base al quale si giudicano gli studenti. Anche se in passato ci ero molto attaccato, più passa il tempo e più mi rendo conto che il sistema delle votazioni è una gran cavolata. In pratica, con i ritmi forsennati di oggi, si studia solo superare l’esame (e per prendere un buon voto), ma non per fare proprio l’argomento. Togliamo i voti e gli esami nozionistici, e cerchiamo di giudicare in base al saper fare!».<br />
Marco: «Già. È sconvolgente ricordare che persino lo stesso <a href="http://www.npensieri.it/index.php/aforismi/pensieri-di-albert-einstein/" title="Pensieri di Einstein" target="_blank">Einstein</a> è stato buttato fuori dall’università, e, invero, i tedeschi hanno molto più a cuore lo sviluppo del sapere accademico rispetto a noi italiani».<br />
Nabla: «Nel nostro paese sembra che il mondo scolastico e quello accademico siano solo delle zavorre che ci portiamo dietro, senza credere realmente nella loro utilità. Rendiamoci conto che l’università sta diventando sempre più un parcheggio, in cui passione e creatività non hanno il permesso di entrare. Per molti lo studio universitario è solo una parte del percorso di formazione che serve ad ottenere un pezzo di carta. Questo, ritornando ai giganti, significa chiedersi: vogliamo creare tanti cloni di persone che ci sono state prima di noi, o vogliamo essere noi stessi creatori della nostra cultura e della nostra epoca.<br />
 	I giganti ci aiutano, ma poi vanno scavalcati, sono il mezzo e non il fine dell’educazione. Insomma, cavalchiamo sulle spalle dei giganti, per salire sulle ali della creatività».</p>
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		<title>Religione e spiritualità</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Jun 2009 14:39:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>nabladue</dc:creator>
				<category><![CDATA[Filosofia]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Marco: «Perché, secondo te, molti sentono il bisogno di avvicinarsi a delle filosofie spirituali?». Nabla: «Chi intraprende una ricerca spirituale, spesso lo fa perché una o più crisi hanno travolto e tormentato la sua vita. Molti maestri sostengono che ciò è positivo: ”La crisi è stata una benedizione, ti ha spinto verso la ricerca” &#8211; [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Marco: «Perché, secondo te, molti sentono il bisogno di avvicinarsi a delle filosofie spirituali?».<br />
Nabla: «Chi intraprende una ricerca spirituale, spesso lo fa perché una o più crisi hanno travolto e tormentato la sua vita. Molti maestri sostengono che ciò è positivo: ”La crisi è stata una benedizione, ti ha spinto verso la ricerca” &#8211; “prima eri cieco, per questo sei entrato in crisi, ma ora, ora la luce ha illuminato la tua vita, puoi vedere ed essere felice”».<br />
Marco: «Quindi sarebbe una specie di processo curativo che porta alla serenità?».<br />
Nabla: «Partendo da ciò, vorrei gettare dei dubbi su questo tipo di visione. Nella mia recente esperienza ho notato che, in alcune circostanze, tendiamo a confondere patologie o disturbi psichici con offuscamento spirituale. Non parlo di gravi malattie, ma delle piccole “patologie della vita quotidiana”. Certamente, per arrivare ad intraprendere un percorso di elevazione del livello di coscienza, bisogna aver risolto le problematiche psichiche. Dunque, dove finisce la patologia, inizia la crescita spirituale. Oggi con le filosofie New Age, nate dalla fusione tra psicoterapia e metafisica, e con il modo occidentale di praticare lo yoga, si stanno confondendo questi due aspetti. La crescita spirituale viene spesso interpretata come raggiungimento di un benessere interiore (ed esteriore) e come processo di guarigione».<br />
Marco: «In effetti, ho notato che anche molti testi di psicoterapia dichiarano apertamente o contengono l’assunto implicito “l’uomo è malato”. È paradossale che gli psicologi hanno iniziato criticando il peccato originale e, poi, alcuni di loro, ne hanno creato un altro».<br />
Nabla: «Diciamo che, a pensarci meglio, probabilmente qualcosa di vero c’è. L’ambigua condizione esistenziale umana, ed il tentativo di fuggire nell’oblio, gettano l’uomo in uno stato semi-patologico. Per questo bisogna avere cura della propria anima, che rischia di essere afflitta dal peso della precaria condizione dell’esistenza. Lo psicoterapeuta, il filosofo, il maestro di yoga, sono figure che aiutano a mantenere la salute dell’anima. Così come ci prendiamo cura dei nostri denti e li laviamo tutti i giorni, anche la nostra psiche ha bisogno di cure ininterrotte. Siamo alla continua ricerca dell’equilibrio, che difficilmente diverrà stabile e perenne. Molto più probabilmente, tenderemo ad oscillare avanti ed indietro come fa una biglia lanciata in una conca. In conclusione, i due ambiti non sono mai completamente divisi, tuttavia si pone troppa enfasi sulla guarigione e, ancora peggio, si identifica il processo terapeutico con l’elevazione spirituale vera e propria. Credo invece che ci sia anche qualcosa in più. Per far capire meglio cosa intendo, è come se confondessimo le scuole elementari con l’università. Insomma, la crisi può anche andare bene se spinge alla ricerca, ma non basta. La ricerca deve essere fine a se stessa per alimentare una vera e propria “crescita spirituale”: cercare per il puro interesse di farlo, senza alcuno scopo. Le cose che ci dovrebbero accompagnare in questo viaggio sono: amore disinteressato per la verità, il coraggio di abbattere le illusioni, la consapevolezza, la capacità di meravigliarci, la fiducia e la tenacia. Quando mettiamo in campo questi fattori iniziamo a percorrere la strada che ci conduce verso la trascendenza».<br />
Marco: «Cosa è la trascendenza? Non mi dire che credi agli spettri che fanno miracoli?».<br />
Nabla: «I miracoli spesso sono fantasie. Ci sono coloro che si definiscono spirituali, e che identificano la spiritualità con avvenimenti paranormali. Essi confondo i “fenomeni da baraccone” con la spiritualità. Sono sempre alla ricerca di extraterrestri, qui sulla terra. Riconosci questa tipologia di persone dal fatto che non provano vergogna nello stravolgere e nel maltrattare le idee della scienza e la ragione stessa. Generalmente questo tipo di credenze è la manifestazione di un materialismo latente. Infatti, lo spirito si reggerebbe anche senza celebrazioni materiali. Però, alcuni, seppur sono animati dalle più buone intenzioni, non riescono a concepire pienamente la spiritualità.<br />
 	In sintesi, il mondo è pieno di  illusionisti e prede da illudere, ma il miracolo in sé non posso escluderlo completamente. D’altronde, la nostra stessa esistenza è un miracolo».<br />
Marco: «È vero, ed è meraviglioso quanto inquietante.  Se mi concentro a fondo, non riesco mai a trattenere il pensiero sul mistero della vita».<br />
Nabla:  «Però, il miracolo reale mi spaventerebbe, non è qualcosa che sono disposto ad accettare a cuor leggero. Lo stesso vale per le visioni mistiche. C’è chi dice che sono una forma di schizofrenia. In qualche caso sicuramente lo sono, ma non si può ridurre la complessità di tale fenomeno ad una patologia psichica. In questo senso, c’è una grande distinzione tra il santo, che ha visioni mistiche e lo schizofrenico: la continuità della personalità. La schizofrenia è caratterizzata dalla persistenza di stati di alterazione del pensiero, del comportamento e dell&#8217;emozione, con una gravità tale da limitare le normali attività della persona. Invece, i maestri illuminati e i santi non solo svolgono le incombenze quotidiane, ma lo fanno anche meglio degli altri. Per di più, raggiungono livelli di consapevolezza inimmaginabili per gli individui che si considerano razionali e realisti. Chi ha la saggezza di Socrate? Chi la luminosità e la forza del Buddha? Chi saprebbe scrivere le poesie di San Francesco? Francesco, con il Cantico delle creature, è riconosciuto come l&#8217;iniziatore della tradizione letteraria italiana. Queste persone vedono al di là delle nostre prospettive e non al di sotto, come fanno gli schizofrenici».<br />
Marco: «Allora non capisco bene la tua posizione. In maniera semplice e chiara, dimmi cosa intendi per spiritualità?».<br />
Nabla: «Spiritualità è la ricerca della infinitesimale goccia divina che è in noi e nel mondo che ci circonda. Ma se dovessimo togliere anche la parola “divino”, la definirei come ricchezza interiore. A questo punto penso che bisogna stare alla larga da un atteggiamento limitante: essere chiusi mentalmente, e, perciò, non lasciare spazio al mistero. Infatti, anche se non so cosa significhino alcuni strani atteggiamenti, e non comprendo certi scritti enigmatici, voglio cercare di capire. Solo in questo modo ho la possibilità di conoscere, e, quindi, di scegliere. Se non faccio uno sforzo, ma liquido superficialmente delle idee, che forse non possono essere comprese immediatamente, mi sono autoescluso dalla possibilità di acquisire preziose ricchezze».<br />
Marco: «Scusa se ti interrompo, ma vorrei sapere se, a tuo avviso, spiritualità e religione coincidono».<br />
Nabla: «Non sempre, la spiritualità non si riduce alla religione. Di conseguenza, anche se sembra un paradosso, si può essere spirituali, senza necessariamente aderire ad un credo. D’altro canto, quando la fede è autentica diventa una grandissima fonte di ispirazione e una guida preziosa. Ma aderire ad un credo corrotto può essere anche d’impaccio all’elevazione spirituale. E comunque, le parole e la faziosità  non bastano: è più di ogni altra cosa il comportamento e la trasformazione interiore che fanno l’animo elevato».</p>
<p>Dove finiscono la paura , l’oppio dei popoli, l’ ingenuità e dove inizia la vera spiritualità? I due aspetti possono essere completamente separati ?</p>
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		<title>Aforismi &#8212;</title>
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		<pubDate>Thu, 28 May 2009 21:49:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>nabladue</dc:creator>
				<category><![CDATA[Aforismi]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Per prima cosa, un saluto a tutti quelli che ogni tanto passano da queste parti e a quelli che capitano per caso&#8230;Questo periodo non ho molto tempo per scrivere. Quindi ho pensato di condividere con voi alcuni aforismi in cui mi sono imbattuto di recente. Sono molto diversi tra loro, forse anche in contrasto, ma [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Per prima cosa, un saluto a tutti quelli che ogni tanto passano da queste parti e a quelli che capitano per caso&#8230;Questo periodo non ho molto tempo per scrivere. Quindi ho pensato di condividere con voi alcuni aforismi in cui mi sono imbattuto di recente. Sono molto diversi tra loro, forse anche in contrasto, ma vorrei lasciare diversi punti di vista perché ognuno possa cogliere quello che sente più vicino a se stesso/a&#8230;</p>
<div class="aforismi">
<p>«Agisci come se il futuro dell&#8217;universo dipendesse da te,e ridi di te stesso perché credi che ciò che fai<br />
può cambiare le cose.»<br />
<em>Proverbio Buddhista</em>
</div>
<div class="aforismi">
<p>«Intanto, a proposito di questa piccola questione, ho osservato che l&#8217;incomprensione reciproca e l&#8217; indolenza fanno forse più male nel mondo della malignità e della cattiveria. Almeno queste due ultime sono certo più rare.» <em>I dolori del giovane Werther &#8211; Goethe</em>
</div>
<div class="aforismi">
<p>«E&#8217; meglio vivere soli che in compagnia degli inconsapevoli.<br />
Cammina solo, puro e senza desideri, come un elefante nella foresta.»<br />
<em>Dhammapada</em>
</div>
<div class="aforismi">
<p>«E&#8217; facile amare le persone lontane.Non sempre è facile amare quelle vicine.E&#8217; più facile alleviare la fame di qualcuno offrendo una tazza di riso di quanto non lo sia alleviare la solitudine e la sofferenza di chi non riceve affetto nella nostra stessa casa. Portate l&#8217;amore in casa vostra perché è da qui che deve cominciare l&#8217;amore reciproco.»<br />
<em>Madre Teresa</em> </div>
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