In riposta a CINEFORUM – “The Matrix” (“Matrix”) di Andy e Lana Wachowsky

Prima di tutto, mi dispiace di non esserci stato perché è uno dei miei film preferiti. Già qualche tempo fa scrissi qualcosa su questo film (The Matrix) anche se ancora non conoscevo nessun cinefilo come Pier. Questo perché Matrix mi colpì. Ricordo che quando uscii dal cinema, si insinuò in me, per qualche giorno, quella strana sensazione di aver trovato una parte di me e dei miei pensieri proiettata sullo schermo (probabilmente era dovuto anche al tipo di letture che ho portato avanti fin dalla prima giovinezza). In ogni caso, in quella circostanza, fui affascinato e attratto dal confronto realtà/illusioneconoscenza/nescienza – libertà/schiavitù. Inoltre veniva posta sullo schermo, in modo semplice e simbolico, la centralità del sentimento religioso e il delinearsi di un cammino spirituale che rendeva sfumati e vaghi i solchi ed i muri tracciati dagli uomini in millenni di storia delle religioni. Il sincretismo religioso aveva fatto breccia nel mio cuore. Ritenevo che il film, in linea con altre opere e con gli insegnamenti di alcuni maestri indiani contemporanei, palesasse un senso escatologico comune a tutte le religioni e le discipline spirituali.
Oggi probabilmente, mi soffermerei su altri aspetti. Prima di tutto, vorrei comprendere meglio i meccanismi oscuri e gli inganni della mente e del cuore. Siamo sicuri che ci scontriamo con un mostro che è fuori di noi e non dentro? L’illusione è solo nel mondo esterno? Quali sono i limiti della nostra auto-osservazione? Quanti di noi, dietro lo schermo, si sentono parte del consesso di quelli che prendono la pillola rossa? Ma lo siamo veramente?
Ci crediamo distaccati dai beni materiali, ma non siamo disposti a lasciare le comodità, gli agi e l’aspetto funzionale che gli oggetti si portano dietro. In altre circostanze, siamo disposti a “legare pesanti fardelli imponendoli sulle spalle della gente, senza poi volerli muovere con le nostre forze neppure con un dito”. La nostra proiezione positiva salta fuori nel momento in cui ci immergiamo nelle lettere e nel cinema, quando ci consideriamo parte di un’umanità rinunciante, superiore e che vive immersa nella spiritualità. Ma è fin troppo facile lasciarsi assorbire da finzioni letterarie o cinematografiche che ci trasportano sulla scena e ci fanno immaginare di essere quello che vorremmo essere. In questo senso, libri e cinema possono rafforzare una nostra proiezione illusoria: ci consolano, ma paghiamo anche lo scotto di sentirci quelli che non siamo.
Quindi inizierei ad indagare proprio nei piccoli meandri della nostra psiche. Purtroppo anche partendo da qui sorgono problemi enormi: qual è la nostra capacità di auto-valutarci, di costruire rappresentazioni del mondo che ci circonda, della nostra interiorità e degli altri che siano coerenti (in unione) con il nostro modo di pensare, con le nostre emozioni e con il nostro agire?

Secondo aspetto: noi siamo un “tuttuno”. Lo scrivo attaccato, anche se grammaticalmente scorretto, proprio per evidenziare la-non-separazione. Secondo me bisogna smettere di dire tu sei concettuale, tu sei materialista, tu sei emotivo….Noi siamo tutto questo: emozione, intelletto, cuore, istintualità, materia, anima. Cerchiamo di rendere armoniche le nostre mille sfaccettature invece di segmentarci, schematizzarci condannando a morire una parte di noi a vantaggio di un’altra.

Un’altra questione problematica è l’interdipendenza di tutte le cose, senza nessuna esclusione. Noi che facciamo parte del sistema mondo-illusorio, possiamo entrare ed uscire quando vogliamo attraverso una futuristica cabina telefonica? Possiamo vedere il sistema da fuori? Il che equivale a dire “abbiamo il potere di osservarlo con obbiettività?” La mia risposta – ad oggi – è che non possiamo: siamo parte di quel macrocosmo e non possiamo fare a meno di vedere il mondo e gli altri distorti e filtrati da una lente che rappresenta il nostro sguardo parziale. Detto questo, viene a crollare la distinzione tra realtà/illusioneconoscenza/nescienza – libertà/schiavitù. Siamo tutti schiavi-liberi, siamo tutti ignoranti-sapienti siamo tutti immersi in un mondo di realtà-illusione. E allora quel processo di investigazione di importanza vitale e totalizzante, di una vita spesa a ricercare la Verità è un’altra illusione?
Dipende. Se confondiamo il dito che indica la luna con la luna stessa a mio avviso inevitabilmente ci perdiamo. Ma se, al contrario, non sarà più la realtà che abbiamo intorno a dover cambiare, ma solo il modo in cui noi la interpretiamo e ce la rappresentiamo, allora potremmo seguire la traccia del dito per osservare la luna. In una rivoluzione copernicana della ricerca, non è ciò che vogliamo che cambi che deve cambiare, ma semplicemente il nostro modo di vedere le cose. Non so dirlo meglio di queste parole di un vecchio maestro zen:

The Matrix II ultima modifica: lunedì,11 marzo 17:10, 2013 da nabladue
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