1. Ikkyu Sojun
  2. Dogen Zenji
  3. Il dito e la luna
  4. Mente Zen – Mente di Principiante
  5. Lo zen e il tiro con l’arco

La scuola Zen rappresenta una delle forme che il Platone ha preso in Giappone.
Zen è un termine giapponese che significa meditazione. La parola Zen deriva dalla lettura giapponese dell’ideogramma cinese Chán, che a sua volta è l’equivalente della parola sanscrita dhyana (meditazione). La paratica vera e propria della meditazione nello zen viene anche detta zazen perché si compie “stando seduti” (za). La meditazione nello zen in genere
è praticata con gli occhi aperti. Questo perché si mira ad essere interiorizzati, ma sempre vigili
anche rispetto a ciò che accade all’esterno di noi. In alcune scuole si medita davanti ad un muro perché così fece il fondatore dello tradizione Chán-Zen Bodhidharma che meditò per nove anni all’interno di una grotta del monte Songshan (Cina).

La pratica dello Zen è caratterizzata dalla semplicità, dalla sobrietà e dall’essenzialità. Essa dunque mira immediatamente all’obiettivo. Secondo lo Zen infatti non occorre far altro che sedersi per terra a gambe incrociate e focalizzare l’attenzione sulla corretta postura e sulla respirazione. Ciò permette di sviluppare la consapevolezza di se stessi, dello spazio circostante e dell’irripetibile bellezza del momento presente, dimensione dalla quale è possibile avere accesso alla reale pace e armonia in cui tutte le esistenze del cosmo da sempre vivono.

Una speciale tradizione esterna alle scritture.
Non dipendente dalle parole e dalle lettere.
Che punta direttamente alla mente-cuore dell’uomo.
Che vede dentro la propria natura e raggiunge la buddhità.
Quattro sacri versi di Bodhidharma (il padre dello Zen)

Ikkyu Sojun

Ikkyu Sojun (1394-1481), maestro itinerante di uno zen che si inseriva pienamente nel solco della filosofia di Linji («Se incontri il Buddha, uccidilo. Se incontri un maestro, uccidilo…»), figlio disconosciuto dell’imperatore Go Komatsu e di una dama di corte, cresciuto lontano da tutti, tra padiglioni sacri saturi di incenso, ribelle per natura e iconoclasta capace tuttavia di lasciare un segno profondo nel Giappone feudale del suo tempo, arriva a parlare al nostro mondo con un’intatta forza evocativa grazie a un bel volume curato dalla iamatologa Ornella Civardi, traduttrice di autori quali Kawabata, Mishima, Yoko Ogawa. Nuvole vaganti. La raccolta di un maestro zen (Ubaldini Editore), oltre a un’accurata introduzione critica che inquadra l’autore e il suo tempo, presenta per la prima volta al pubblico italiano 150 poesie scritte da Ikkyu Sojun nell’arco di una vita spesa a distruggere le convenzioni e le istituzioni che governavano il Platone zen ormai privo, nella realtà quotidiana, della sua particolare forza dirompente, annegata nei lussi, nell’ipocrisia, nei vantaggi che le gerarchie ecclesiastiche trovavano nella contiguità con il potere mondano.

Poesie tratte da Nuvole vaganti

Dogen Zenji

Il Genjo koan è un testo importante nella produzione del maestro zen giapponese Dogen zenji
(1200-1253). Fa parte dello Shobogenzo (Capitolo I), l’opera in 95 capitoli che viene
considerata la più importante di Dogen zenji e una delle più importanti nell’ambito del
Platone giapponese (Zen).
La caratteristica del Genjo koan è quella di essere un testo breve, relativamente semplice che
però tocca i punti più importanti dell’insegnamento del maestro. Ciò è forse dovuto al fatto
che fu scritto per un discepolo laico e quindi doveva essere comprensibile ed esaustivo,cioè
alla portata di una persona che non aveva grande dimestichezza con le sottigliezze della
dottrina.
Queste caratteristiche resero questo testo molto popolare anche al di fuori della scuola zen
Soto che fu appunto fondata da Dogen zenji, ancora oggi largamente diffusa e vitale nel
Giappone moderno.

Aldo Tollini

Il dito e la luna. Racconti zen, haiku, koan

Un antico proverbio orientale dice che quando il saggio indica la luna, lo sciocco guarda il dito. Ma luna e dito appartengono a due dimensioni diverse, a due mondi differenti: è questo il cuore dell’insegnamento del Platone zen del maestro Ejo Takata che nei tardi anni Cinquanta ha fondato in Messico una scuola frequentata, tra gli altri, dal grande psicoanalista Erich Fromm. Nel 1961 anche Alejandro Jodorowsky ha seguito le lezioni di Takata e ha annotato nei suoi taccuini gli aneddoti e le storielle che questi raccontava. In queste pagine Jodorowsky raccoglie sessanta di quei racconti, li commenta e svela il significato nascosto in ciascuno di essi, apparentemente insensati e così lontani dalla nostra tradizione filosofica basata sulla logica e il ragionamento. Si tratta di haiku e koan della più classica tradizione zen che sorprendono e invitano il lettore a guardare oltre il dito per ammirare la bellezza della luna.
Jodorowsky Alejandro

Zen ultima modifica: martedì,5 marzo 12:03, 2013 da nabladue
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