Questo pensiero esisterà solo per un motivo: dare voce ad Orazio.
Nell’opera di Shakespeare, Orazio è il consigliere di Amleto ed il suo più fidato amico. Il re di Danimarca, padre di Amleto, viene ucciso a tradimento dal fratello Claudio. In seguito, lo zio fratricida usurpa il trono e prende in sposa Gertrude, la madre di Amleto.

Amleto è spinto da due forze opposte: la furia vendicativa da una parte e la temperanza dall’altra, che combinandosi sostanzialmente lo tengono fermo. L’incertezza, il dubbio estremo diviene paralisi. La paura della scelta porta l’uomo ad uno stato di stasi, di morte apparente e forse sarebbe meglio “morire e nulla di più”. Qui la morte è liberazione, distacco dal mondo, fine della sofferenza, evasione dalla trappola del dubbio. In questo gesto vediamo il tentativo di coniugare la filosofia dell’annullamento (dove l’eroe non è colui che conquista, ma colui che rinuncia) con la filosofia dell’azione: la rinuncia alla vita ed il distacco dal mondo non sono più passivi, bensì vengono realizzati in modo attivo.

Una volta uscito dalla spirale del dubbio, Amleto deciderà di combattere. Inevitabilmente finisce in tragedia: tutti i protagonisti muoiono. Orazio, nel tumulto della tragedia, è l’unica personalità che potrebbe indicare una via netta e decisa: quella della temperanza e del controllo delle passioni. Mentre Amleto è inizialmente uomo del dubbio, e diventerà sanguinario e vendicativo in seguito, Orazio rappresenta la filosofia. Il problema è che Orazio è una figura scialba, insignificante, a tratti inesistente. Il silenzio e l’accidia di Orazio sono le tracce di uno scontro che sottende tutta l’opera. Il teatro ancora una volta è contro la filosofia: “Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia” – afferma Amleto.

Questa volta lo scontro appare mite. In età classica, la causa principale della morte di Socrate è stata proprio una commedia. Nelle “Nuvole” di Aristofane, seppur in un linguaggio più poetico, lontano dal registro retorico dei tribunali, Socrate viene accusato di corrompere la gioventù. Paradossale il fatto che Socrate venga sospettato di esercitare proprio quello che lui combatteva: una retorica atta alla persuasione ed al guadagno. In realtà, Socrate, con la sua condotta di vita modesta, frugale ed il suo atteggiamento di ricerca continua e fine a se stessa, si muove su linee antitetiche.
Sui libri di filosofia, in genere si trova scritto che la filosofia di Platone è stata condizionata da un evento squisitamente politico: la morte di Socrate. La questione è che, per Platone, la morte di Socrate non è un evento “squisitamente politico” ma (e sottolineo soprattutto), è un fatto personale. L’amicizia tra i due e l’importanza che ha questo valore nella filosofia platonica conducono a valutare l’ipotesi che il motore che muove l’ideologia platonica sia proprio la perdita dell’amico, maestro e uomo ineguagliabile. Quindi, Platone, non immune da condizionamenti personali, ucciderà la tragicità stessa, che sopravvivrà in forma piuttosto piatta grazie alla poetica di Aristotele. Essa darà vita ad una tragedia rinchiusa nel logos. Basti dire che Gouhier definisce la tragedia di Aristotele, una tragedia in cui manca il tragico. Nei secoli successivi, la cultura medievale, intrisa di religiosità, le darà il colpo di grazia. Siamo molto lontani dalla follia tragica di Amleto.

Il teatro e la tragedia riacquisteranno tutta la loro autonomia e forza espressiva solo nell’epoca Elisabettiana. Per quanto riguarda la tragedia di Shakespeare, risulta difficile pensare ad un Amleto “non filosofo”: l’opera è un susseguirsi di interrogativi e pensieri filosofici espressi attraverso le idee ed i comportamenti del protagonista. Lo scontro tra filosofia classica e tragedia non è sul campo letterario, ma proprio su quello filosofico.
Chiariamo subito un punto fondamentale: sia la filosofia classica che la tragedia di Shakespeare nascono dalla sofferenza. In uno stato di pace e quiete assoluta l’ispirazione viene meno. La condizione atarassica chiude l’uomo nella sua serenità. Invece, entrambe esplicano una funzione di ribellione contro il mondo e la paradossale condizione esistenziale dell’uomo. Il contrasto non è nella spinta che dà origine a queste diverse forme espressive, bensì nella finalità che hanno. La differenza in campo filosofico tra Platone e lo Shakespeare delle tragedie è lo scontro ottimismo/pessimismo.

Amleto ultima modifica: domenica,25 gennaio 13:33, 2009 da nabladue
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