Cos’è un filosofo?

Un filosofo è un uomo che costantemente vive, vede, sente, intuisce, spera, sogna cose straordinarie; che viene colpito dai suoi propri pensieri come se venissero dall’esterno, da sopra e da sotto, come dalla sua specie di avvenimenti e di fulmini; che forse è lui stesso un temporale gravido di nuovi fulmini; un uomo fatale, intorno al quale sempre rimbomba e rumoreggia e si spalancano abissi e aleggia un’aria sinistra. Un filosofo: ahimè, un essere che spesso fugge da se stesso, ha paura di se stesso – ma che è troppo curioso per non “tornare a se stesso” ogni volta.
Al di là del bene e del male,Friedrich Nietzsche
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TEODORO: Non abbiamo forse tempo libero, o Socrate?
SOCRATE: Pare di sì . E spesso in verità, amico mio, anche in altre occasioni, ma ora in special modo, ho avuto modo di osservare che quanti dedicano molto tempo all’indagine filosofica, quando entrano nei tribunali, fanno la figura di oratori ridicoli.
TEODORO: Coma mai dici questo?
SOCRATE: Quelli che si aggirano nei tribunali e in luoghi simili fino da giovani a confronto di coloro che sono stati nutriti nello studio della filosofia e in tali attività, danno l’impressione di essere stati tirati su con un trattamento da schiavi nel confronto di uomini liberi.
TEODORO: Per quale ragione?
SOCRATE: Per questa: in quanto quelli che tu dicevi poco fa, trovano sempre tempo libero a disposizione, e con molto agio si fanno i loro discorsi in pace: come noi, ora, cambiamo discorso da discorso per la terza volta, così anche per quelli, quando di punto in bianco sopraggiunge loro chi li attrae di più, come noi ora, di quello che si sono proposti?
E nulla importa loro di indugiare e discutere per le lunghe e per le brevi, alla sola condizione che riescano a toccare il vero. Gli altri invece parlano con preoccupazione – li incalza la sabbia che scorre giù dalla clessidra e non possono neppure fare i discorsi nel modo desiderato, perché su loro incombe il contendente che arreca necessità e l’accusa letta a voce alta, al di fuori dei quali non si deve argomentare: ed è quello che chiamano giuramento reciproco.
E i loro discorsi riguardano sempre un compagno di schiavitù contro un padrone che se ne sta lì , seduto, e ha una causa in mano, e sono come gare di corsa che non si svolgono mai da una parte e dall’altra, ma sempre per quella di uno stesso fine: e spesso la corsa riguarda anche la stessa vita. Tanto che, per tutte queste ragioni, sono sempre sottopressione e diventano scaltri, sapendo lusingare il padrone con le parole e ingraziarselo con i fatti, meschini e non retti nell’anima. La capacità a progredire, la rettitudine, il sentimento della libertà, lo porta via loro la condizione di servitù fin dalla prima giovinezza, costringendoli ad azioni tortuose, scaraventandoli in grandi pericoli e paure con le anime ancora delicate, che essi non possono sopportare con giustizia e verità, volgendosi subito alla menzogna e a farsi ingiustizia gli uni con gli altri, molte volte si piegano e si spezzano, tanto che, non avendo nulla di sano nel pensiero, finiscono per diventare uomini da ragazzetti, abili e sapienti come essi si ritengono. E questi sono tali, Teodoro. Vuoi che passiamo in rassegna quelli del nostro coro o che lasciamo andare volgendoci di nuovo al nostro ragionamento, per non avvalerci troppo, come dicemmo anche poco fa, di quella libertà e di quella possibilità di cambiare i discorsi?
TEODORO: Per nulla, Socrate. Passiamo in rassegna anche questi. Tu hai detto molto bene, che noi, in questo coro, non siamo schiavi dei discorsi, ma sono i discorsi a essere come servi nostri e ciascuno di essi attende di essere concluso quando paia a noi.Del resto non c’è giudice o spettatore a sovrintendere presso di noi, come presso i poeti, a muovere critiche e a darci ordini.
SOCRATE: Parliamo dunque, come è naturale, poiché a te così piace, dei corifei: per qual motivo infatti uno dovrebbe parlare di quelli che con ogni leggerezza si occupano della filosofia. Quelli invece che sono veramente filosofi anzitutto fino da giovani non conoscono la strada per la piazza, né dove si trova il tribunale, la sede del consiglio, né di alcun altro consesso della città. Non studiano nè ascoltano leggi o provvedimenti divulgati oralmente o scritti. Intrallazzi di associazioni per le cariche pubbliche, riunioni, pranzi e feste con le auletridi (danzatrici) non avviene loro di fare neppure in sogno. Se uno in città ha origini nobili o meno, se uno ha qualche ombra come nascita da parte dei progenitori, sia del padre come della madre, sono cose che a lui, filosofo, sfuggono di più di quelli che siano i bicchieri d’acqua che, si dice, si trovano nel mare. E non sa nemmeno di non saperle tutte queste cose. E non si tiene neppure lontano da esse per ottenere buona fama: soltanto il suo corpo abita nella città e qui ha la sua residenza, ma la sua anima, considerando tutte queste cose meschine e da nulla e considerandole con disprezzo, si lascia portare, secondo il detto di Pindaro, ovunque, fino “nelle profondità della terra” e ne misura le superfici: ora invece “in alto nel cielo”, a scoprire le leggi del firmamento, e indaga per intero tutta la natura degli esseri, ciascuno nella sua interezza, senza mai ripiegare se stessa su alcuna delle cose vicine.
TEODORO: Come mai dici questo, Socrate?
SOCRATE: Come anche di Talete si racconta, o Teodoro, che mentre mirava gli astri e guardava in su, cadde nel pozzo: e una serva di Tracia, intelligente e carina, prendendolo in giro gli disse che lui desiderava conoscere i fenomeni celesti, ma si lasciava sfuggire quelli che aveva davanti a sé e sotto ai suoi piedi. Questa facezie è ben appropriata a tutti coloro che si occupano di filosofia. In realtà a chi è tale non solo sfugge chi è presso di lui, e cosa fa il vicino, ma quasi è incerto se è un uomo o qualche altra creatura. Ma cosa mai è l’uomo e cosa a una tal natura conviene fare o subire, a differenza degli altri esseri, egli ricerca e di tale attività si occupa. Mi segui, ora, Teodoro, o no?
TEODORO: Io sì e tu dici bene.
SOCRATE: Dunque, amico mio, quando un simile individuo, in privato o in pubblico, come dicevamo all’inizio, si imbatte in qualcuno, e quando in tribunale o altrove è costretto a parlare di quello che ha tra i piedi o sotto gli occhi, offre materia di riso non solo alle donne di Tracia e a tutta la restante moltitudine, ma cade nel pozzo e in ogni sorta di difficoltà per inesperienza, perché la sua goffagine è inusitata e offre l’immagine di ogni inettitudine. Infatti nelle ingiurie, poiché non conosce nessuna macchia di nessuno, per il fatto che non se n’è mai occupato, non ha alcuna
capacità di ingiuriare direttamente nessuno, e trovandosi così incerto, diviene ridicolo. Ma durante le lodi ed esaltazioni attribuite ad altri, non per simulazione, ma facendosi vedere ridere schiettamente, sembra essere un motteggiatore. E quando viene elogiato un tiranno o un re come un pastore, egli ritiene di udire che costui venga lodato come allevatore di porci, o di pecore o di mucche, munge molto latte: egli pensa però che essi mungano e pascolino un animale più difficile a trattarsi e più pericoloso di quelli e che è necessario che questo tale diventi rozzo e incolto per tutti i suoi traffici non meno dei pastori, proteggendosi tutto intorno da un muro, come da un recinto i pastori inmontagna. E quando sente dire che uno è proprietario di una quantità immensa di terra, perché ne possiede diecimila peltri e anche di più, crede di sentir parlare di una inezia, abituato com’è a considerare tutta la terra. E quando compongono inni sulle stirpi sostenendo che uno è nobile perché può mostrare sette antenati ricchi, egli ritiene chequesto elogio è proprio di coloro che vedono poco e ottusamente, e che per la loro ignoranza non sono in grado di abbracciare con lo sguardo il tutto, né di considerare che ciascuno di avi e di progenitori ne ha un numero sterminato,nel quale si trovano i ricchi e i poveri, i re e gli schiavi, i Greci e i barbari, e ciascuno può averne ripetutamente uninfinità. Ma per quelli che si esaltano per un catalogo di venticinque antenati e che riportano la loro ascendenza a Eracle figlio di Anfitrione tutto questo a lui appare alquanto strano e di grande piccineria, e se la ride di costoro che non riescono a comprendere che il venticinquesimo rampollo da Anfitrione in su e quello dei cinquanta di quelli venuti da lui furono tali e quali la sorte li combinò, e così non sono neanche in grado di allontanare la vuota alterigia della loro anima dissennata. In tutte queste situazioni dunque un uomo come questo viene deriso dai più, sia perché, come sembra,ha un atteggiamento insolente, sia perché ignora quel che ha tra i piedi e perde la bussola in ogni circostanza.
TEODORO: Tu dici proprio quel che avviene, o Socrate.
SOCRATE: Ma quando lo stesso ha la capacità di elevare in alto qualcuno, e questo qualcuno vuole, per tenergli dietro, portarsi lontano da problemi come “in che cosa io ho fatto ingiustizia a te e tu a me?”, per volgersi invece alla considerazione della giustizia in sé e dell’ingiustizia, che cosa è peculiare dell’una e dell’altra, e in che cosa differiscono da tutte le cose e fra di loro, o si tiene lontano da problemi quale “se il re è felice” e se lo è “chi ha accumulato molto oro”, per volgersi a considerare la condizione regale e più in generale la felicità e l’infelicità umana, quali mai sono l’una e l’altra, e in che modo giova alla natura dell’uomo avere parte dell’una e tenersi lontano dall’altra, quando su tutte queste questioni debba a sua volta dar conto quello che abbiamo definito piccolo d’animo, scaltro e cavilloso, a sua volta rende al filosofo il controcanto. Perché, appeso dall’alto e in preda alle vertigini, e guardando così sospeso dall’alto in giù, per mancanza di abitudine è spaventato e si trova in difficoltà e incespica nel parlare e offre materia di riso non alle Tracie, nè a un altro qualunque ignorante, che non si rendon neppure conto, ma a tutti coloro che sono cresciuti in condizione diversa da quella degli schiavi. Questo, Teodoro, è il tenore di vita dell’uno e dell’altro, l’uno, quello che chiami filosofo, per essere in realtà stato tirato su nella libertà e nell’ozio può dare l’apparenza di essere senza vergogna.
Ognuno dunque potrebbe ammettere queste stesse cose da un’altra direzione, se qualcuno ponesse la domanda su ogni aspetto nel quale si trova a essere anche l’utile. Esso, in qualche modo, si connette anche con il tempo futuro, perché quando stabiliamo le leggi, le componiamo perché siano utili per il tempo che segue: e questo correttamente lo chiamiamo il futuro.

Platone,Teeteto

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