Nietzsche

F. Nietzsche: messia o pazzo fanatico?

Nabla: «Ho buttato giù questo “schemino” sul pensiero di Friedrich Nietzsche.

Dio Cristiano

Dioniso

Morale Cristiana

Trasvalutazione dei valori

Apollineo

Dionisiaco

Gesù Cristo

Zarathustra (Nietzsche come personaggio letterario)

Apostoli

Discepoli di Zaratustra

Tempo lineare

Eterno Ritorno

Amore per Dio e per il prossimo

Volontà di potenza (da alcuni vista come pulsione infinita di creazione e rinnovamento dei valori; da altri come volontà di sopraffare il debole)

Angelo (uomo ideale che ha tutti i valori)

Oltreuomo (uomo ideale che non tiene conto di nessun valore e ne crea continuamente di nuovi)

Cosa ne pensi?»

Marco: «Che i fanatici di Nietzsche ti rideranno dietro. Nietzsche non si può schematizzare, sistematizzare, egli ci ha insegnato ad infrangere qualsiasi cosa, creando senza rimanere intrappolati nella creazione stessa».
Nabla: «Purtroppo mi sembra che i filosofi delle università stiano ancora discutendo su quale sia il significato dell’opera di Nietzsche».
Marco: «In questo crogiolo di interpretazioni c’è un unico fattor comune: Nietzsche ha tentato di liberarci dalla religione».
Nabla: «Liberarci? Nietzsche ha dedicato la vita alla religione. Egli è stato geniale nel demolire, ma si è poi dimenticato di distruggere anche le macerie e, con le medesime macerie, si è consacrato alla creazione della sua religione. Mi chiedo: l’eterno ritorno, la volontà di potenza e l’oltreuomo non sono concetti metafisici? Per di più come possiamo tradurre tali concetti nella pratica affinché non rimangano parole fumose? Potrei immaginare il superuomo come un camorrista raffinato, amante dell’arte e tendenzialmente filosofo? O come un dotto sofisticato e senza scrupoli che adora la violenza e la musica di Beethoven? Oppure potrebbe essere identificato con un solitario disprezzatore dell’uomo che si chiude nella sua superiorità asociale? Che ne pensi di un uomo fatale e profetico eternamente destinato alla follia? O, meglio ancora, potrebbe essere un condottiero sanguinario di origine aristocratica».
Marco: «Devi tenere presente che quella di Nietzsche è una filosofia artistica, letteraria e non logica o pragmatica».

Nabla: «Sì, ma il pensiero di Nietzsche è tramandato da quelli che si dicono “filosofi”, non dai letterati. Penso sia nostro dovere sottoporlo ad una critica attenta con gli stessi strumenti della tradizione filosofica occidentale, da cui Nietzsche stesso non è mai uscito.
C’è un’altra contraddizione irrisolvibile che rende goffa la filosofia di Nietzsche: se l’oltreuomo è un ideale a cui tendere, come vogliono la maggior parte delle interpretazioni odierne, l’idea dell’eterno ritorno è contraddittoria poiché lo sviluppo dell’uomo seguirebbe un andamento temporale lineare e anelerebbe ad un traguardo. Si cade nuovamente nella concezione evolutiva e religiosa della storia. Se, al contrario, l’oltreuomo è solo un uomo, viene meno il concetto stesso.
È doveroso aggiungere che l’idea dell’eterno ritorno non è per nulla originale, infatti, è presente in moltissime filosofie del passato. Per il nemico Platone, il tempo ciclico è scandito dalle rivoluzioni degli astri ed è l’immagine mobile dell’eternità immobile. Per il maestro Schopenhauer, in linea con la filosofia buddista, il tempo è circolare e tutto ritorna. Lo stesso buddhismo ha preso spunto dalla filosofia Samkhya, che è la base teoretica dello yoga. Come vedi la creatività è solo uno spostamento dei frammenti che compongono il mosaico.
In effetti, un’altra domanda è: che differenza c’è tra il prospettivismo nietzschiano e il relativismo sofista della Grecia classica?
Per i sofisti, non esiste un’unica verità poiché essa si frammenta in una miriade di opinioni soggettive. Tutte le opinioni, in quanto relative ai singoli soggetti e alle loro esperienze, devono essere considerate valide ed equivalenti. Ti sembra che il pensiero di Nietzsche sia diverso?».
Marco: «No. Non esistono fatti, ma solo interpretazioni. Tutte le interpretazioni sono soggettive e dunque hanno lo stesso valore di verità, non ce n’è una che prevalga sull’altra».
Nabla: «Se tutti i valori fossero soggettivi, chi potrebbe scegliere tra due “oltreuomo” che si dichiarano tali? Se non ci sono valori, quali sono i valori da tra trasvalutare? Se non esistono il vero ed il falso perché le idee di Nietzsche dovrebbero essere più veritiere di quelle di qualsiasi altro uomo? In questo caso, la dottrina Nietzschiana chiude l’uomo in un solipsismo di incomunicabilità e follia. E perciò:“Meglio essere folle per proprio conto che saggio con le opinioni altrui”.
Annichilire, demolire, distruggere, ma cosa costruiamo? Se crei, rischi di cadere negli stessi errori di quelli che critichi: hai eretto un’angusta prigione che ti ha rinchiuso in te stesso.
Ammesso che non esistono fatti, ma solo interpretazioni, perché questo implica che tutte le interpretazioni si equivalgono? Tale concezione sarebbe corretta, se vero e falso fossero semplicemente entità dicotomiche, per cui una escluda completamente l’altra. Ma il vero e il falso potrebbero avere solo differenze di grado e non di genere. Difatti, seppure non esistono interpretazioni vere in senso assoluto ed esclusivo, ci sono comunque interpretazioni più vere di altre. Lo stesso Platone aveva ammesso che la battaglia va combattuta nel mondo della sofistica, nel mondo della relatività. Che ci sia il noumeno dietro il mondo dell’apparenza è un assunto di fede o una realizzazione mistica che però non ha alcun potere su coloro che non hanno né la fede né la capacità guardare oltre. Così bisogna combattere nel loro mondo, nella caverna.

In ogni caso, non c’è mai nulla di nuovo sotto questo sole: la filosofia occidentale è vittima dell’eterno ritorno: i filosofi gravitano continuamente attorno a problemi che non cedono mai alla forza della ragione. Girano, girano, ma giocano sempre con gli stessi pezzi. Le problematiche sono sempre le stesse, tuttavia sono presentate secondo la visione prospettica dell’autore che è condizionato dalla sua personalità e dall’epoca storica in cui vive. Ad esempio, Nietzsche esprime il suo malessere interiore e la patologia di una società malata che riusciva a vedere soltanto nella guerra una cura per la sua angoscia. Egli non credeva né nella scienza, né nella democrazia, né nella religione, né nella morale. Credeva nell’arte come forza capace di liberare l’uomo dalla razionalità. Ma anche tale concezione è discutibile. L’arte di Leonardo da Vinci e la poesia di Dante Alighieri hanno ben poca irrazionalità. Nietzsche è, paradossalmente, condizionato dall’errore del suo nemico e maestro Platone che vedeva l’arte contrapposta alla razionalità. In verità, non v’è contrasto necessario tra le due. Per dirla in termini Wittgensteiniani, una tipologia di arte è semplicemente un gioco linguistico. In sostanza, l’arte stessa, anche quella figurativa o musicale, è un’altra forma di scrittura».

Marco: «Intendi che è una forma espressiva neutra attraverso cui l’artista plasma un’idea?».
Nabla: «Sì proprio questo. Infatti può esistere una filosofia dionisiaca e un’arte apollinea. Il legame tra l’espressione culturale e l’idea espressa non è “essenziale”, ma solo contingente. La filosofia è sorta dallo spirito apollineo ed è giunta ad esprimere quello dionisaco. La poesia può difendere lo spirito apollineo del cristianesimo o può assecondare la voluttà del dionisico».
Marco: «Precisamente cosa intendeva Nietzsche per apollineo e dionisiaco?».

Nabla: «La coppia apollineo-dionisiaco rappresenta la dualità più marcata su cui si basa la società greca. Sono due spinte contrapposte che tendono a distruggersi l’una con l’altra. Lo spirito apollineo ruota intorno ai concetti di bellezza, armonia, spiritualità, equilibro, ordine. Esso si esprime attraverso la mitologia degli dei dell’Olimpo e, successivamente, con la filosofia platonica e la cristianità. Ma questo spirito ideale e volto al bene, deve fare i conti con le spinte verso l’irrazionalità, il caos, lo squilibrio, la sfrenatezza. Tutto ciò veniva incarnato dallo spirito dionisiaco. Questa forza motrice, che è stata impetuosamente contrastato dalla filosofia classica e dal Cristianesimo, si era espresso in passato con la voce del culto di Dioniso ed i riti orgiastici. L’arte e la filosofia greca rappresentano pienamente la contrapposizione di tali principi e ne incarnano l’essenza. Se la musica è prevalentemente dionisiaca, la scultura, la filosofia e l’architettura sono apollinee. La tragedia greca, criticata aspramente da Platone, aveva ereditato il compito di porsi come intermediario tra lo spettatore e lo spirito dionisiaco nascosto e demonizzato dal pensiero razionale. Nella tragedia, lo spettatore, perdendo la continuità con il proprio sé, riesce ad immedesimarsi nello spirito dionisiaco che permea il coro e vive l’ebbrezza della scena sulla propria persona. L’apollineo, al contrario, aveva esaltato l’unità del sé, la continuità, aprendo la strada al principio individuationis, cioè alla ricerca del proprio vero Io. Infatti, si dice che i saggi della Grecia hanno inventato l’Io. Dalla coscienza primitiva dell’esistenza, si passa alla consapevolezza della presenza di un’individualità preziosa per ogni uomo. In virtù di questo, lo spirito apollineo ha permesso lo sviluppo della parte più elevata e morale dell’umanità: la coscienza etica. Al contrario, il dionisiaco rappresenta l’ebbrezza, il rapimento estatico irrazionale. Le spinte apollinee sono figlie della sfera conscia, dell’Io pensante, mentre quelle dionisiache provengono dall’inconscio buio, remoto, incontrollabile: “Sotto l’incantesimo del dionisiaco si restringe il legame tra uomo e uomo, ma anche la natura estranea, ostile o soggiogata celebra di nuovo la festa di riconciliazione col suo figlio perduto, l’uomo […]. Ora lo schiavo è uomo libero, ora s’infrangono tutte le rigide, ostili delimitazioni, che la necessità, l’arbitrio o la ‘moda sfacciata’ hanno stabilite fra gli uomini.” (Nietzsche)
La morale, l’ottimismo platonico e cristiano sono nemici della reale essenza della natura umana, la ingabbiano in qualcosa che castra, che reprime e non lascia spazio all’umano vero e proprio. Infatti, il tentativo di strutturare razionalmente l’universo dà forza al principio apollineo, il quale conduce a pensare che “al giusto non può accadere nulla di male né in questo mondo né nell’altro” (Socrate).

Con la tragedia greca l’uomo si libera da questa visione ottimistica per abbracciare un pensiero più realista: la vita è completamente paradossale ed irrazionale. Non c’è più tempo per le favole. Per Nietzsche, il pensiero dei moderni deve fare i conti con se stesso: non può rinchiudere l’esistenza nella morale e nella fede per anelare ad una vita paradisiaca. Il mondo non è più ordinato, ma può esservi tensione, ambiguità, incertezza. La scienza, la razionalità e l’ipostatizzazione di idee metafisiche non sono altro che illusioni per sfuggire dal caos e dal ciclo della vita e della morte. Il problema della società, secondo Nietzsche, è radicato nel trionfo assoluto del l’apollineo sul dionisiaco. Il platonismo ed il cristianesimo hanno ucciso lo spirito dionisiaco, facendo precipitare l’uomo nell’inautentico.
In realtà, fin qui non ho espresso l’idea di Nietzsche vera e propria. Infatti, anche se l’abbiamo trattata come se fosse puro spirito dionisico, è importante notare che, per Nietzsche, la tragedia era equilibrata. Secondo il filosofo, essa era un perfetto bilanciamento tra apollineo e dionisico: l’elemento dionisiaco del coro si perdeva nell’immagine della processione apollinea dei satiri. Platone, al contrario, vede la tragedia come puramente dionisiaca (nel senso che la considera irrazionale, corruttrice ed ingannevole). Emblematico è anche il giudizio contrapposto dei due pensatori su Omero. Per entrambi il sommo poeta è sbilanciato verso uno degli estremi. Ma, paradossalmente, mentre per Nietzsche esso è squilibrato verso l’apollineo, per Platone la poesia omerica è dionisiaca (nel senso che fa leva sulle parti buie dell’animo umano).

In sintesi, il problema è semplicemente questo. Esiste una volontà cieca ed irrazionale che è amata dal dio Dioniso. Per arginare Dioniso c’è Apollo, ma ancora di più Zeus. Apollo è il dio di coloro che sono santi naturalmente, buoni per natura (per “essenzialità”) che non sono per nulla attratti dallo spirito dionisiaco. Invece, Zeus è il dio che punisce, che mantiene l’orine cosmico, costringendo anche quelli che tendono verso lo spirito dionisiaco a contenersi. Gesù
Cristo e il Dio del Vangelo racchiude in sé la coppia Apollo-Zeus. L’uomo comune, con tutte le sfumature del caso, è tendenzialmente dionisiaco. Per tale motivo, serve una controparte apollinea e “zeusiana”. L’apollineo è una spinta ed una pulsione naturale, Zeus invece impone l’ordine con minacce e punizioni. Lo spirito dionisiaco deve essere castrato e represso. Il controllo si esercita incutendo timore: la terrificante prospettiva che una forza di ordine superiore possa giudicare e giustiziare dopo la morte stessa, è fatale anche per gli uomini tendenzialmente dionisiaci. Dato che per Nietzsche non esistono i santi naturali, l’apollineo coincide completamente con il sentimento di repressione provocato dal Dio legislatore e giudice. In verità non si può negare che esistano uomini buoni naturalmente: essi pensano che non possiamo essere felici, se causiamo noi stessi sofferenze ad altri».
Marco: «Non ti sembra una visione personale?».
Nabla: «Certamente, ma non per questo falsa».
Marco: «Però il dionisiaco potrebbe obiettare: perché devo farmi apollineo con la castrazione, quando sono naturalmente dionisiaco? Non voglio rispettare il volere di Zeus e sfido le sue punizioni. Se la capacità di agire secondo la morale è imposta, essa non ha più alcun valore: “ La questione è se questa nuova tecnica renda veramente buoni o no. La bontà viene da dentro; la bontà è una scelta. Quando un uomo non ha scelta cessa di essere uomo.” (Arancia meccanica )».
Nabla: «Ti rispondo allo stesso modo ”Eccomi là. Cioè Alex e i miei tre drughi. Cioè Pete, Georgie e Dim. Ed eravamo seduti nel Korova Milk Bar, arrovellandoci il gulliver per sapere cosa fare della serata. Il Korova Milk Bar vende latte+, cioè diciamo latte rinforzato con qualche droguccia mescalina, che è quel che stavamo bevendo. È roba che ti fa robusto, e disposto all’esercizio dell’amata ultraviolenza” (Alex – Arancia meccanica). Entrambi gli spiriti, portati all’eccesso, hanno bisogno di qualche tecnica per intensificarne la forza. Infatti anche lo spirito dionisiaco ha bisogno di carburante. Nella sua versione naturale esso stesso ha una limitata potenzialità distruttrice. Lo spirito dionisiaco si alimenta con il vino che conduce all’ebbrezza ed alla dimenticanza del sé, fattori necessari allo sviluppo completo dell’animalità dionisiaca. Nietzsche mette in guardia gli spiriti dionisiaci contro le tentazioni della pietà, dell’amore universale e della compassione. In un ribaltamento completo dei valori, il peccato è cedere alla bontà ed all’amore verso il prossimo. Ma lo stesso Nietzsche, con il suo terrore nei confronti di questi demoni, ammette che essi sono latenti in ogni spirito, per quanto dionisiaco possa essere.
Per di più, Dioniso non sfida solo Zeus, ma contrasta anche la natura biologica della specie umana. Difatti, dal punto di vista biologico, il fine dell’uomo è quello di preservare la specie. Non esiste un essere organico che non tenda a perpetrare la sua stessa specie:

“Evidentemente la società, focolare di ogni morale di tutte le lodi dell’agire morale, ha dovuto lottare troppo a lungo e troppo duramente con l’utile egoistico e l’ostinazione del singolo, per giudicarne da ultimo ogni altro motivo moralmente superiore all’utilità. Così nasce l’apparenza che la morale non si sia sviluppata dall’utilità; mentre essa è originariamente all’utile sociale, che ha avuto gran pena per affermarsi e per acquisire considerazione contro tutte le utilità private.” (Nietzsche)

E dunque, proprio perché la morale aiuta a preservare la società è indispensabile: lo scopo del vivere etico è quello far prevalere l’utile della società sull’utile del più forte. Questo spinge gli individui a stabilire un codice legislativo e giudiziario e, a livello ancora più elevato, a comportarsi in modo etico. Il diritto stesso si basa sul principio che sancisce la superiorità dell’utile sociale rispetto a quello dei singoli. Inoltre, come abbiamo già evidenziato, la morale non è solo nella società, ma anche nell’individuo stesso, è qualcosa di naturale, che nasce spontaneamente. In ogni caso, ammettendo che l’etica sia solo una questione sociale: se la morale e alcuni precetti religiosi servono alla conservazione della specie umana perché sopprimerli? Non basta questa affermazione per comprenderne la necessità. Ciò rende conto della sostanziale ambiguità di Zarathustra, che è destinato ad ondeggiare tra l’indifferenza e la volontà di sottomettere l’uomo comune:

«I più solleciti domandano oggi: ”Come si conserva l’uomo?” Invece, Zarathustra, primo e unico, domanda “come si supera l’uomo?”
A me sta a cuore il superuomo, per me egli è la prima unica cosa – e non l’uomo: non il prossimo, non il più povero, non il sofferente, non il migliore».

Qui cadiamo nell’anarchia e nel solipsismo: ognuno per se stesso in un’indifferenza totale. Zarathustra non ama l’uomo, non gli interessa il suo destino. Vediamo l’altro estremo dell’oscillazione:

«L’uomo è cattivo – così mi dicevano per consolarmi tutti i più saggi. Oh, se fosse vero ancora oggi! Giacché la cattiveria è la forza migliore dell’uomo». (Zarathustra)
E allora:
«Dobbiamo essere crudeli. Dobbiamo riabituarci a essere crudeli con la coscienza pulita». (Adolf Hitler)

Ma come?

«Davanti a Dio! Solo che questo Dio è morto! O uomini superiori, questo Dio era il vostro più grande pericolo. Solo dacché giace nella tomba, voi siete risorti. Solo ora verrà il grande meriggio, solo ora l’uomo superiore diventerà il padrone». Zarathustra
E dunque: «O si è cristiano o si è tedesco. Essere tutti e due contemporaneamente è impossibile». Adolf Hitler (senza fonte)
Insomma,
«È necessario che gli uomini superiori dichiarino guerra alla massa! Non c’è luogo in cui i mediocri non si radunino per diventare padroni! Tutto ciò che rammollisce, addolcisce, valorizza il “popolo” o il “femminino”, agisce a favore del suffrage universel, ossia del dominio degli uomini inferiori. [...]” Volontà di Potenza

Questo è il lato opposto dello Zarathustra di Nietzsche. L’anarchia diventa scontro. Il dominio dell’uomo superiore è vaticinato. L’oltreuomo si rende conto della sua superiorità e, nel relativismo dei valori, tenta di imporre la sua volontà di potenza. Egli diventa il prototipo del generale nazista. In questo senso gli studiosi e gli interpreti sono discordi. Molti ritengono che la sorella Elisabeth ha falsificato e trasformato l’opera di Nietzsche in un supporto ideologico per la destra dell’epoca. In particolare, si sospetta che Elisabeth Nietzsche (antisemita e nazionalista) abbia modificato in modo tendenzioso alcuni appunti di Nietzsche con la pubblicazione dei frammenti postumi in “La Volontà di Potenza“. Altri sostengono che lo stesso Nietzsche è stato un precursore diretto del nazismo. Diciamo che forse la verità è a metà strada. Nietzsche non voleva costruire una ideologia sociale, la sua era un’opera rivolta al singolo. Ciò nonostante, è probabile che il suo pensiero si stesse muovendo verso la politica. Egli stesso comunicò agli amici che avrebbe portato a termine un libro fondamentale: Trasvalutazione di tutti i valorila volontà di potenza. Ai suoi interlocutori Nietzsche annunciava in tono esaltato il suo recente interessamento alla politica. Poco dopo diventerà folle. Cosa aveva in mente? Non lo sapremo mai. In ogni caso, Nietzsche sembra essersi spinto veramente troppo oltre. Il passo da compiere verso la brutalità e la distruzione era estremamente breve: le parole di Zarathustra fanno sovente eco a quelle delle dittature che considerano l’utile del più forte lo sfogo naturale di una filosofia che non ha nessun riguardo per il rispetto del prossimo:

«Con te mi sono inoltrata in ogni cosa più proibita, più cattiva e più lontana: se c’è qualcosa in me che possa dirsi virtù, è che non ho mai avuto paura di nessun divieto …. Niente è vero, tutto è permesso».
Così non possiamo negare che:

«Quaggiù il successo è il solo metro di giudizio di ciò che è buono o cattivo». Adolf Hitler (senza fonte)

Nonostante sia vero che Nietzsche ridicolizzi spesso l’ideale nazionalista tedesco, nel superuomo si può scorgere un necessario veicolo che conduce all’abbandono della moralità. Questo probabilmente è stato il propulsore più potente del nazismo, che se si fosse fermato ad semplice nazionalismo non avrebbe dato vita alle brutalità che soltanto l’assenza di qualsiasi freno morale ha potuto concepire.
In entrambi i casi, quello di indifferenza alla morale o di esplicita sottomissione del debole, non si può negare che lo Zarathustra di Nietzsche non è per l’uomo, per la conservazione della specie umana: la guerra, la distruzione e l’indifferenza sono le uniche realtà possibili. Egli è in bilico fra la folle supremazia di una razza superiore e il puro nichilismo dei valori fine a se stesso. Ogni tanto la sua coscienza riemerge e tenta di costruire nuovi valori, tuttavia la paura di ricadere nella luce della morale lo riportano ad ondeggiare tra nichilismo e superiorità. Il nichilismo divorerebbe la civiltà, la farebbe precipitare nel nulla, nella distruzione fine a se stessa. La superiorità condurrebbe al regno di pochi che dominerebbero la massa senza alcuno scrupolo per la sofferenza altrui.

Entrambi conducono verso la fine… Solo questa perpetua oscillazione mantiene l’uomo lontano dall’azione e dalla distruzione totale. Zarathustra è un Amleto del male, un MacBeth a cui bastano poche parole di uno dei più parenti più prossimi a trasformare un fatale pensiero in azione:

“Sei ambizioso, tu, vuoi essere grande; ma la malizia ti manca, quello che ardi di avere lo vorresti a mani pulite: vincere a torto, sì, ma senza barare. Oh grande Glamis, tu vorresti qualcuno che ti gridasse: «Fallo, se lo vuoi!», poiché la tua natura di agire sovrasta il tuo desiderio di azione. Corri qui presto, ch’io soffi il mio coraggio nel tuo orecchio: la forza della mia lingua annienterà ogni ostacolo fra te e quel cerchio d’oro con cui destino e magia sembrano averti già incoronato.”.

L’ateismo di Zarathustra

“O Zarathustra, sei tu più devoto di quel che credi, con una tale incredulità! Un qualche Dio in te ti ha convertito al tuo ateismo”
Zarathustra ammette che l’ateismo è una credenza ostinata. Se ne dovrebbe liberare, ma non può farne a meno. L’oscillazione ed il movimento continuo lo salvano dalla stabilità, tuttavia lo portano ad accettare qualsiasi valore, ogni fine, lecito e illecito.
Non voglio alimentare alcuna polemica tra atei e religiosi. Ritengo che l’umanismo ateo possa produrre buoni frutti così come quello cristiano. Chi dice di credere in Dio, ma non rispetta l’uomo, non è molto convincente.
L’unica sfida che voglio lanciare agli atei è di rendersi costruttori loro stessi di valori ed opere sociali per smentire nei fatti le perplessità di chi pensa che solo Dio possa trascinare verso “tutto ciò che è degno dell’uomo e che lo rende civile, innalzandolo sopra la barbarie”. Se l’alternativa è un relativismo dei valori in cui tutto è lecito, dimostrano essi stessi in maniera ineccepibile che Dio e civiltà sono inseparabilmente legati tra loro.

L’uomo Friedrich Nietzsche

Ora cerchiamo di capire quanto l’uomo Friedrich Nietzsche sia vicino allo Zarathustra o quanto esso sia una pura finzione letteraria. L’ipocrisia di Nietzsche si rivela nella sua stessa condotta di vita: egli è stato un uomo etico. Buono troppo buono, verrebbe da dire. In una toccante lettera del 1888 Nietzsche descriveva le angherie subite da un cavallo da tiro in modo commovente:
“L’orrore che molti provano oggi all’idea di costringere altri esseri umani a lavorare sotto lo schiocco della frusta, come un tempo era costume in molte parti del mondo, è un orrore sincero, e un ritorno a quella pratica, nelle attuali condizioni sociali, non sarebbe mai approvato; ma non si prova alcun orrore all’idea di costringere un cavallo a lavorare a colpi di frusta, spettacolo a cui, anche in quest’epoca illuminata, si assiste in tutto il mondo civilizzato. Solo quando la fustigazione del cavallo-schiavo sarà universalmente e risolutamente messa al bando come quella dell’uomo-schiavo si potrà dire che la società sta davvero iniziando ad accorgersi di cosa realmente la crudeltà implichi, e qualche speranza della sua definitiva scomparsa sarà concepibile”.
Nello stesso tempo disprezzava la compassione parlando con la voce di Zarathustra:
«Ma quanto a te – metti in guardia anche te stesso contro la tua compassione!»
Secondo la tradizione, la follia sarebbe scoppiata un anno più tardi a causa di un episodio simile. Friedrich, alla vista della sofferenza inferta ad un cavallo frustato a sangue, non resiste più, corre in modo affannato verso l’animale, lo abbraccia cingendogli le mani attorno al collo e scoppia a piangere disperatamente.

Follia a parte, tutti quelli che lo conobbero lo hanno descritto come un uomo riservato e mite. E questo sarebbe un nichilista? Uno che non tiene conto dell’etica? Forse l’uomo non è nato per il nichilismo. L’unica persona che ha veramente tentato di annientare la civiltà è stato Adolf Hitler. Nella Aforismi e frasi sulla vita
reale Friedrich Nietzsche era lontano dalla perversione del rifiuto assoluto di qualsiasi valore. Tuttavia, per il desiderio di profetare, il filosofo probabilmente non si rendeva conto della pericolosità delle sue parole. E allora perché scrivere il contrario di quello che mettiamo in pratica?

“Quelli che scrivono contro la vanità vogliono avere la gloria d’aver scritto bene; e quelli che li leggono vogliono avere la gloria di averli letti; e forse anch’io che scrivo queste cose ne ho voglia; e forse quelli che mi leggeranno…” (Pascal
)