Cerchiamo di approfondire l’analisi di alcuneproblematiche epistemologiche introdotte nel post filosofia della scienza . Partiamo dal modello popperiano, cercando di individuare i punti di forza e la parti più fragili della sua epistemologia.

Abbiamo detto che il criterio metodologico di Popper non è di significanza, ma unicamente metodologico. Lo scopo della sua epistemologia è quello di trovare un metodo razionale per “produrre” sapere scientifico, stabilendo una volta per tutte un criterio di demarcazione tra scienza e pseudoscienza.
Le pseudoscienze sono dotate di significato, ma non vanno confuse con il sapere scientifico. Da qui Popper rivaluta la stessa metafisica, sostenendo che anch’essa può essere determinante per lo sviluppo della scienza.
Pensiamo al concetto di azione a distanza della fisica newtoniana. Essa si presenta come una correlazione “metafisica” tra due corpi, apparentemente non interagenti tra loro. La teoria della gravitazione universale afferma che l’azione si propaga indipendentemente dalla distanza ed in assenza di materia mediatrice. Newton fu costretto ad ammettere, affinché fosse rispettata la conservazione della quantità di moto, che l’azione (contrariamente a quanto sappiamo oggi) si propaga istantaneamente e quindi a velocità infinita.
Una prima funzione della metafisica può essere quella di “tappare” dei buchi che inevitabilmente si aprono quando nuove teorie vengono a galla. In special modo quando queste teorie fanno parte delle scienze di base e rendono conto di una quantità notevole di fenomeni. In termini non molto tecnici potrebbero essere definite: teorie di base unificanti.

Prendiamo in considerazione un altro esempio: il modello di conoscenza della filosofia platonica.
Senza postulare l’esistenza delle idee innate e della metempsicosi, la teoria della conoscenza greca si sarebbe arenata nella palude dello scetticismo o sarebbe caduta nella gabbia dell’erismo.

“Capisco che cosa intendi dire, o Menone. Guarda che argomento eristico adduci: che non è possibile per l’uomo ricercare né ciò che sa né ciò che non sa! Infatti, né potrebbe cercare ciò che sa perché lo sa già, e intorno a ciò non occorre ricercare, né ciò che non sa, perché in tal caso, non sa cosa ricercare” Platone – Menone [81 A]

La reminiscenza, nella filosofia platonica, è la teoria per cui la conoscenza consiste nel ricordo delle idee contemplate dall’anima nell’iperuranio (il mondo delle idee) prima di incarnarsi nel corpo. Le idee, che sono l’unica fonte di conoscenza (certa per Platone ), si trovano in un mondo soprasensibile che può essere osservato nitidamente solo dalle anime pure, mentre per le anime mortali è possibile, attraverso la reminiscenza, ricordare quello che hanno visto prima di reincarnarsi. Non è importante, in questo contesto, valutare la correttezza di questa teoria (anche se, ancora oggi, mi sento di sfidare chiunque a dare una risposta definitiva alla domanda: “come è possibile che creiamo nuova conoscenza?”), ma solo sottolineare che senza questa teoria, probabilmente, il progresso della conoscenza nel mondo occidentale sarebbe stato differente da quello che ci ha portato fino all’era della tecnologia.
E’ sufficiente osservare la differenza tra lo sviluppo della conoscenza Occidentale e quella di alcune civiltà Orientali che hanno consapevolmente posto le basi della filosofia su una metafisica “scettica”, in cui la conoscenza esteriore è, per dirla in termini agostiniani, vana curiositas.

Il problema della metafisica, a differenza di quanto pensava Wittgenstein, non si risolve dissolvendola, ma assorbendola.

E’ interessante notare che il termine epistemologia, che è nato per indicare la branca della filosofia che si occupa della scienza, spesso viene usato anche per denotare la teoria della conoscenza. Questo sottolinea quanto la conoscenza, nel mondo attuale, sia indissolubilmente legata all’indagine scientifica.
L’altro aspetto cardine dell’epistemologia è quello della demarcazione tra scienza e non scienza. La linea di confine, abbiamo già detto, viene disegnata dal falsificazionismo: la possibilità di falsificare una teoria in maniera definitiva. La differenza tra scienza e pseudoscienza è che le teorie scientifiche possono essere smentite in modo netto dall’osservazione. Quello che già Bacone definiva l’experimentum crucis è una osservazione che permette di validare o confutare una teoria in maniera definitiva.
Ma esiste questo tipo di esperimento? Una prova empirica che possa definitivamente confutare una teoria o una parte specifica di essa?
Duhem (1861 –1916) ha anticipato una critica all’epistemologia di Popper. Il povero Popper aveva solo 3 anni (1906) ed, ancora inconsapevole della sua futura carriera filosofica, già doveva scontrarsi con una critica alla sua teoria. Duhem critica l’ingenua speranza che “la verità possa risolversi a testa o croce”. La pretesa che un singolo esperimento mostri il vero, appare logicamente infondata. Egli mette in luce che se il fenomeno previsto non viene prodotto non è soltanto la proposizione contestata ad essere messa in discussione, ma tutto l’apparato teorico che la sostiene: non esistono esperimenti cruciali falsificanti.

Epistemologia ultima modifica: martedì,27 maggio 14:47, 2008 da nabladue
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