Il Buddhismo del Buddha Siddhartha
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«Il bramino Dona vide il Buddha seduto sotto un albero e fu tanto colpito dall’aura consapevole e serena che emanava, nonché dallo splendore del suo aspetto, che gli chiese: |
Indice
- La vita del principe Siddhartha
- L’illuminazione e la Via del mezzo
- La Via ed i precetti fondamentali
- Aforismi Buddhisti
- L’ amore buddhista
La vita del principe Siddhartha
Siddhartha Gautama visse approssimativamente tra il 558 a.C. e il 478 a.C. Nacque nella regione di Lumbini, nell’attuale Nepal meridionale. La sua famiglia di origine è quella degli Sakya (infatti viene chiamato anche Shakyamuni). Il padre, Suddhodana, era il re di uno dei numerosi stati in cui era politicamente divisa l’India del nord. Mahamaya, la madre di Siddhartha, amava tutti gli esseri ed era una donna di grande virtù. Fu lei a chiamarlo Siddhartha, che significa “colui che raggiunge lo scopo”.
La regina Mahamaya muore subito dopo aver partorito Siddhartha. La sorella, Mahapajapati (Gotami) cresce il nipote Siddhartha e si prende cura di lui. Il bambino Siddharta era fuori dal comune. Suddhodana era entusiasta e pensava che, nel principe Siddhartha , avrebbe trovato un degno e valoroso erede. Tuttavia, il re riceve la predizione del maestro Asita: Siddhartha non si occuperà degli affari di stato. Egli diverrà un grande maestro spirituale: sarà colui che indicherà la Via.
Saputo ciò, il re tenta di indirizzarlo verso la politica e la vita di corte. Cerca di tenerlo lontano dalle sofferenze e di fargli conoscere i piaceri della vita. Tutto questo non serviva a placare l’animo desideroso di conoscenza del principe. Egli diventa un ragazzo di grande valore. Eccelleva in molte discipline: dalle arti marziali allo studio dei Veda. Alla fine,il re decide di trovare una moglie per Siddhartha, con l’intento di distoglierlo definitivamente dalle ricerche spirituali. Il principe sposa Yasodhara, figlia della regina Pamita e del re Dandapani. Purtroppo per il re, anche Yasodhara era una persona di valori non comuni. Ella destava la lotta tra caste, si opponeva alle ingiustizie sociali, era estremamente caritatevole.
Poco dopo tempo, ebbero un figlio di nome Rahula. I tentativi del padre fallirono. In Siddhartha nacque il desidero di trovare le risposte ai problemi dello spirito e del rinnovamento sociale. Anziché amare la politica, come il padre avrebbe anelato, iniziò a detestarla.
Infatti,Siddhartha si rese conto che il popolo era oppresso dai Brahmani. La società era divisa in caste e rigidamente determinata. Il dio Brahma (una delle tre persone della Trinità indù, composta da Brahma, Vishnu e Shiva) aveva creato l’Universo. Egli era il creatore di tutti gli uomini. L’appartenenza degli uomini ad una determinata casta era stabilita al momento della creazione: la parte del corpo del dio da cui erano stati generati gli uomini determinava l’appartenenza ad una particolare casta.
- brahmana: usciti dalla bocca di Brahma, erano i sacerdoti ed i maestri che sapevano comprendere i Veda. Essi erano gli intermediari tra l’uomo e la Divinità e, dunque, erano fondamentali per il benessere e la vita della società. Anche il mondo naturale ed il cosmo dipendevano dalle preghiere dei brahmana.
Essi passavano attraverso i quattro stadi della vita: giovinezza, in cui studiavano i Veda. Età matura,nella quale si sposava e allevavano i figli mettendosi al servizio della società. Quando i figli divenivano adulti si ritiravano dal mondo per riprendere gli studi religiosi. Infine,in vecchiaia, diventavano monaci. - ksatriya:usciti dalle mani di Brhama, erano responsabili della politica e militari.
- vaisyia: nati dalle cosce di Brhama, erano mercanti,agricoltori e artigiani.
- sudra: nati dai piedi di Brhama, erano destinati ai lavori manuali meno nobili.
Infine, c’erano gli intoccabili: i senza casta. Non avevano alcun diritto e si occupavano delle mansioni più infime:raccogliere le immondizie, scavare le strade, accudire maiali ed bufali. Per di più, se un intoccabile, anche solo per sbaglio, toccava un membro delle caste superiori, veniva percosso violentmente. Inoltre, gli appartenenti ad una casta elevata, se erano toccati da un intoccabile, venivano contaminati e dovevano sottoporsi a lunghi, tediosi e dolorosi riti di purificazione.
Nulla poteva essere cambiato: Brahman, la legge dell’universo, era immutabile, infinita ed immanente e ,Brahma, ne era solo un agente. Le sacre scritture (Brahmana e le Upanishad ) insegnavano che la felicità era la capacità di accettare la propria condizione. L’insegnamento non poteva essere messo in discussione. Ciò nonostante, alcune persone (perfino alcuni Brahmana )iniziavano ad essere dubbiose e si riunivano per parlare della loro religione. Il principe partecipava spesso a questi incontri. In queste occasioni, venne in contatto con maestri spirituali, che, a differenza dei brahmani, non anelavano né alle ricchezze né alla fama. Non erano interessati alla loro condizione sociale, ma ricercavano solo la crescita spirituale. Abbandonavano tutti i legami con il mondo materiale, per ricercare la liberazione dalla sofferenza. Questi asceti vivevano nelle regioni confinanti: Kosala, Magadha.
Si rese conto che la società era oppressa dall’ avidità dall’ ambizione di fama di alcuni. Molte persone non possedevano beni materiali e non erano amate da nessuno. L’umanità era oppressa dalla sofferenza: nascita,vecchiaia,morte e malattia creano angoscia nel cuore. La difficoltà di accettazione della fragile condizione umana crea, a sua volta, pene, passioni e desideri.
Ma il principe si rese conto che il tempo scorre veloce. E che,la rapidità del tempo non gli avrebbe permesso di attendere di divenire vecchio per dedicarsi completamente alla contemplazione di questi problemi. Allora, decise di partire con il suo fedele destriero Kanthaka e, di non far ritorno nel suo palazzo natale, prima di aver trovato la Via.
Durante la sua ricerca ebbe vari maestri. L’asceta Barghava gli insegnò come vivere nelle foreste, come sfamarsi con frutti selvatici, erbe commestibili e radici,come costruire dei piccoli giacigli per dormire nella foresta.
Successivamente, dal maestro Alara Kamala, imparò quanto fosse importante il legame tra monaci e laici: i laici donano il cibo, i monaci la spiritualità e l’insegnamento. L’insegnamento del maestro Kamala era,non solo teorico, ma anche pratico. Non venivano fatti molti dibattiti intellettuali, ma esercizi di meditazione. Abbandonare il pensiero, il passato ed il futuro, è lo scopo di quelle meditazioni. Cercare di ottenere la pura contemplazione del momento presente. Lo stato superiore è la cessazione di tutti gli stati emotivi, anche quello della beatitudine e della non beatitudine. A livello ancora più elevato, c’è il reame dello spazio infinito: tutti i fenomeni materiali cessano di prodursi e lo spazio, preso nella sua interezza e infinità, è la sorgente da cui nascono tutte le cose. Il passo successivo è, il reame della coscienza infinita. Comprendere che la coscienza dà forma ad ogni fenomeno e che la mente è presente in ogni fenomeno dell’universo. L’ultimo passo è il reame della non materialità: comprendere che nessun fenomeno esiste al di fuori della mente. Ciò comporta la conoscenza della consapevolezza dell’illusorietà di tutti i fenomeni. Tutto è creazione della mente, l’intero universo. Alla fine tutto si riduce alla visione della percezione e dell’oggetto della percezione.
Siddhartha impara velocemente e raggiunge l’ultimo stadio in breve tempo. Alla fine,rifiuta la possibilità di divenire maestro a fianco di Kamala. Quello che cerca non è la guida di una comunità di monaci, ma la verità. Sapendo che non ha più nulla da imparare in quella comunità, va in cerca di altri maestri.Diventa allievo del maestro Ukkada. Il maestro Ukkada lo conduce allo stato di Samadhi: stato di né percezione né non percezione. Questa è la condizione di coscienza in cui percezione e non percezione sono trascese. Esso è uno Stato di pace assoluta in cui dimorare. Ma un volta tornato nel mondo reale, Siddhartha era irretito dagli stessi problemi che lo avevano spinto nella ricerca. Alla fine, capì che lo scopo degli stati meditativi era la fuga dal mondo,dal pensiero,dalle sensazioni e dalle percezioni.
A questo punto, decide di tentare la via dell’ascetismo estremo. Decide di vivere in una foresta con 4 compagni, abbandonando tutto ciò che appartiene al mondo. Egli voleva padroneggiare i desideri del corpo, vincere i sensi ed il corpo con la mente:annientare i desideri, annientando anche i bisogni del corpo, mortificando il corpo stesso. Dopo qualche tempo, arrivato allo stremo delle forze ed in fin di vita, si rende conto che non è la strada corretta, perché corpo e mente sono un’unità indissolubile. Maltrattare il corpo significa maltrattare anche la mente. Da allora, non cercò più di annientare le sensazioni e le percezioni, ma tentò di diventare consapevole della loro nascita e di provarne indifferenza.
L’ illuminazione e la Via del mezzo
Il vagabondaggio di Siddhahrta era iniziato a 29 anni, e sei anni dopo, a 35 anni, dopo una notte intera passata a meditare nella foresta, raggiunge l’illuminazione sotto l’albero della Bodhi (risveglio). Da quel momento diventa il Buddha (“il risvegliato”).
Finalmente ha trovato quello che aveva cercato per molto tempo: la Via del mezzo.
“Cercale la Via significa la soluzione del dolore della vita, non fuggire la vita. Certo, poco otterremmo se avvolgessimo il nostro corpo negli agi, come fanno coloro che vivono per i piaceri dei sensi, ma neppure maltrattare il corpo ha qualche utilità.”
Ci sono due tipi di sofferenza. Una è legata intrinsecamente alla condizione umana. Le sofferenza dovuta alla condizione esistenziale umana è causata da: malattia, vecchiaia, nascita e morte. La non accettazione o la cattiva comprensione di questa sofferenza fa nascere altra sofferenza. Questa è sofferenza causata agli uomini da altri uomini. Ira,odio,orgoglio,passione,invidia,paura,arroganza, gelosia,avidità generano sofferenza. Esse nascono dall’ignoranza. Solo la consapevolezza, intesa come esperienza diretta e non come conoscenza intellettuale, può allontanare questi stati mentali.
Non serve maltrattare il corpo, perché esiste una intrinseca unità di mente e corpo. Infatti, tutti gli atomi dell’universo sono interconnessi tra loro. Questa è la verità della natura interdipendente e priva di un sé di tutte le cose. Non esiste l’atman (sé separato). Nessuna cosa ha un sé separato dal resto dell’universo. L’assenza, di uno solo, tra i fenomeni dell’universo, rende impossibile l’esistenza di tutti gli altri. Tutti i fenomeni sono dipendenti. L’assenza di un sé separato fa si che le cose possano evolversi, nascere e morire. La morte di una cosa permette la nascita di un’altra. Per questo,molti mondi vengono creati e tanti altri distrutti. Non c’è nulla di separato ed eterno: la vita di un essere dipende da quella di tutti gli altri. Dunque, ogni cosa è costituita da aggregati impermaneti e ogni essere nasce da altri esseri e fa nascere altri esseri (pensiamo anche al ciclo del carbonio).
Un granello di sabbia contiene in sé tutto l’universo, perché le due entità non sono indipendenti l’una dall’altra: esiste una perché esiste anche l’altra. Il concetto di non essere è falso tanto quello di essere. Infatti, le cose esistono (sono) ma non hanno origine e vita indipendente da tutto il resto (non sono indipendentemente dalle altre cose).
Le percezioni non accurate distorcono la realtà, fanno sembrare permanete ciò che è impermanente dotato di un sé, ciò che in realtà ne è privo, diviso ciò che è unito. Quindi accettare la vita significa accettare l’impermanenza di tutte le cose e l’assenza di un sé. Una volta capito ciò, si esce dalla rete dell’ignoranza e delle visioni scorrette e si trascendono le categorie dell’intelletto umano. Si vede che non c’è né nascita né morte, né creazione né distruzione, né uno né molti, né dentro né fuori , né grande né piccolo,né puro né impuro.
Da questo, nasce la nozione di “Io”. Dall’io nascono gli altri. E da questa dicotomia gli stati mentali negativi che portano l’io a cercare di sopraffare gli altri. Quindi, nascono i desideri, l’attaccamento, il tentativo di contrastare il divenire. Invece, non esistendo più la distinzione tra soggetto ed oggetto,tra un sé ed un altro sé , cade anche quella di io e nasce un immenso amore per tutti gli esseri.
La meditazione per Siddhartha è uno strumento. È lo strumento che permette di unificare mente, corpo e respiro.
Siddharta negò l’esistenza delle caste. Gli uomini nascono senza caste. Non esistono distinzioni tra gli uomini. Essi hanno pari diritti. Soprattutto, non ci sono differenze etniche o basate sulla provenienza (La filosofia occidentale non è ancora arrivata a questo traguardo).
Ovviamente delle distinzioni venivano introdotte anche nel Buddhismo. L’elevazione spirituale è il metro di giudizio. Ma questo non va mai ad intaccare la dignità degli uomini e non conferisce privilegi particolari a nessuno. Lo stesso Buddha deve mendicare, pulire per terra e, se necessario, servire altre persone. Ad esempio,in un racconto, Siddhartha aiuta un intoccabile, che si occupava di gettare rifiuti ed escrementi, a lavarsi. La differenziazione sussiste all’interno comunità di monaci, il Sangha. Come ogni comunità, esso ha una struttura gerarchica basata sui meriti dei bhikkhu(monaci). In altri termini,si ha un’ organizzazione meritocratica della società di monaci. Viene introdotta una procedura di ordinamento. Prima di tutto occorre radere barba e capelli dell’aspirante bikhhu. Successivamente, bisogna consegnargli l’abito ed insegnarli come indossarlo. Indossato l’abito, egli scoprirà la spalla destra e si inginocchierà davanti al monaco che lo ordina. Allora, unirà le mani in forma di bocciolo di loto e pronuncierà tre volte: “prendo rifugio nel Buddha,colui che mi indica la via in questa vita. Prendo rifugio nel Dharma,la via della comprensione e dell’amore. Prendo rifugio nel Sangha, la comunità che vive in armonia e consapevolezza.”
Anche gli ex maestri di Siddhartha decidono di diventare discepoli del Buddha. I monaci che seguono il dharma diventano sempre più numerosi. Essi si radunavano in un luogo comune all’inizio della stagione delle piogge. Per tre mesi vivevano in questo luogo, che spesso era donato o costruito appositamente da re o ricchi mercanti che seguivano la Via laicamente.
La questua era il modo per procurasi il cibo. Mendicare è un atto che aiuta a sviluppare l’umiltà, a capire che tutte le persone sono uguali. La sveglia suonava alle quattro di mattino. Il pasto andava consumato prima di mezzogiorno e, dopo quest’ora, non si poteva più mangiare. Di norma,i pasti vanno consumati in silenzio. Inoltre,studio e pratica sono intensi. La vita nei monasteri è scandita da regole e cerimonie ferree che permettono alla comunità di vivere in armonia. Chi non accetta le regole o le infrange ripetutamente, senza impegnarsi nella pratica, viene espulso dalla comunità.
Ovviamente, bisogna liberarsi dell’attaccamento alle emozioni ordinarie. Gli oggetti che ci fanno entrare in contatto con il mondo esterno sono ingannevoli. Fanno nascere le sensazioni che bruciano nelle fiamme del desiderio, dell’odio e dell’illusione. Non bisogna rimanere schiavi degli organi senso, dei sei oggetti sensoriali e dalle coscienze sensoriali. Le sensazioni sono piacevoli, spiacevoli e neutre. In realtà, tutte e tre sono da evitare perché portano a considerare permanente ciò che è impermante ed a rimanere impigliati nella trappola dei desideri. Vedere l’impermanenza e l’interdipendenza di tutti i Dharma, in modo da uscire dal ciclo della schiavitù di nascita e morte. Preghiere, sacrifici e offerte non servono a liberare dalla sofferenza. Bisogna conoscere, comprendere e praticare.
Bisogna dedicarsi allo sviluppo di comprensione e amore e la felicità è data dal raggiungimento della virtù. Il buddhismo non è una dottrina teorica, ma una via che conduce ad una crescita spirituale. È fortemente pragmatica. È frutto dell’esperienza diretta. Dunque, non teoria , ma esperienza diretta della realtà. La filosofia è utile per la comprensione, ma non bisogna rimanere intrappolati nella rete delle teorie o in problemi troppo difficili da risolvere. Per questo motivo, il Buddha si rifiutava di rispondere a domande metafisiche del tipo: L’universo è finito o infinito? Temporale od eterno? Qual è la sua essenza.
Le dottrine medesime possono generare altra ignoranza, il dogmatismo è da evitare. Infatti,l’attaccamento alle opinioni è dannoso e provoca conflitti e guerre. Inoltre,l’attaccamento alle proprie opinioni, ostacola la ricerca della verità perché non permette di vedere altre opinioni. Anche in riferimento alla propria dottrina, Siddhartha affermava che, questa, fosse come una barca con cui attraversare un fiume; arrivati sull’altra sponda bisogna lasciare la barca e proseguire a piedi. Essa sarebbe d’impaccio sulla terra. Stolto è chi va per terra portandosi dietro la barca.
Andiamo ad un altre importante concetto, che ha affascinato le menti dei più grandi filosofi e poeti occidentali. Che ruolo ha per Buddha la bellezza? La vera comprensione è al di là della bellezza e della bruttezza. La bellezza è legata ai cinque aggregati e quindi al mondo dell’impermanenza: essa svanisce. Per di più, può distrarre il bhikkhu dalla pratica e non c’è distrazione maggiore della bellezza di una donna. Quando si ha la vera consapevolezza il bello e il brutto esistono ancora, ma non si è legati ad ognuno dei due. A quel punto né la bellezza affascina né la bruttezza repelle. L’unica bellezza che va contemplata è quella di un cuore compassionevole. Dunque, la bellezza va contemplata con lo stesso distacco con cui si vivono sensazioni piacevoli e spiacevoli. Il brutto e il bello, le sensazioni piacevoli e spiacevoli sono tutti figli della stessa madre e , come tali, non bisogna farsi ingannare da essi. Bisogna comunque aggiungere che Siddharta apprezzava molto la bellezza della natura.
La visone dell’amore è simile a quella di Platone. Ci sono vari tipi di amore. L’amore passionale, al pari della filosofia platonica, è condannato. Esso genera attaccamento, possessività e stati mentali negativi. L’amore vero è quello che si basa su compassione e gentilezza. L’amore reale è quello che non ha le sue radici nell’attaccamento. Questo è amore per tutti gli esseri, indipendentemente dalle discriminazioni di “mio” e “tuo”. L’amore deve andare al di là dei confini della famiglia, di una città, di un popolo o della condivisione di una fede. Solo amando gli altri, si dà pace e si riceve pace. L’amore non è desiderio di possesso, ma deve portare gioia e serenità all’amato. Infatti,l’amore è comprensione:sforzarsi di comprendere le altre persone e le loro esigenze, e non cercare di piegarli ai nostri servigi. Il dolore che proviene dal desiderio e dall’amore passionale genera odio e invidia. Il dolore che proviene dalla compassione non porta comunque amarezza.
La realizzazione spirituale non dipende dall’età o dal tempo trascorso nella pratica. Un giovane potrebbe crescere spiritualmente più di un anziano che ha praticato tutta la vita. La realizzazione dipende dalla persona stessa.
Un altro importante aspetto è quello di dimorare nel presente in presenza mentale. Bisogna vivere il presente. La nostra mente, spesso, ricorda il passato o sogna il futuro. Durante questo periodo noi non viviamo. Non siamo in contatto con noi stessi. Dimorare con consapevolezza nel presente è l’unico modo per vivere. Le azione vanno eseguite con consapevolezza e concentrazione, come se, in quel momento, fossero tutto ciò per cui stiamo vivendo. Una mente distratta e dispersa non è in contatto con la vita. A questo, è legato il tema caro a Socrate del conosci te stesso. Tutto parte dalla conoscenza dell’uomo e di se stessi.
“Suonare il flauto non dipende soltanto dall’esercizio. Se oggi suono il flauto meglio che in passato è perché ho trovato il mio vero sé. Non puoi raggiungere le sublimi vette dell’arte se prima non scopri l’insuperabile bellezza del tuo cuore. Se vuoi suonare il flauto in modo eccellente,devi trovare il tuo vero sé percorrendo la Via del Risveglio”.
La Via ed i precetti fondamentali
Parole fondamentali del Buddhismo:
Bhikkhu – monaci che seguono l’insegnamento del Buddha.
Arhat – sono coloro che hanno raggiunto il pieno risveglio spirituale.
Il Buddhismo Theravāda – È la più antica scuola buddhista tra quelle tuttora esistenti, originata da una delle prime e più importanti scuole nate dall’insegnamento di Siddhartha Gautama.
Testi sacri:
Sembra che la lingua del Buddha fosse il Magadhi. I primi testi dagli allievi della scuola Theravāda sono stati scritti in Sri Lanka intorno al 30 a.C. in lingua Pali (lingua simile al sanscrito) dando origine al Canone Pali.
Questi scritti si possono dividere in tre categorie, i cui fogli dei primi manoscritti, originariamente consistenti in foglie di palma, erano conservati in canestri, donde il nome collettivo (tipiṭaka, pāli, da ti, tre, e piṭaka, cesto o canestro, tripitaka in sanscrito).
Il primo “canestro”, il Vinaya Piṭaka, è la disciplina monastica, contenente le regole dell’ordine e le procedure da seguirsi in caso di infrazione da parte di un monaco, insieme al resoconto delle circostanze che hanno portato alla promulgazione di ciascuna regola;
Il secondo “canestro”, il Sutta Piṭaka, contiene resoconti della vita e degli insegnamenti del Buddha. Il Sutta Piṭaka è a sua volta suddiviso nei cinque Nikāya, elencati nella relativa voce.
Il terzo “canestro” è l’Abhidhamma Piṭaka ed è una raccolta di testi che elaborano ulteriormente diversi concetti e tesi della dottrina presentati nel Sutta Pitaka, giungendo ad una loro trattazione filosofico-metafisica.
I tre rifugi:
Buddha – Il risvegliato è colui che indica la Via. Egli conosce la natura della vita e dell’universo e non è più vincolato da illusione,paura, ira, desidero o stati mentali negativi. Egli ha superato il ciclo di nascita e morte.
Dharma – sentiero che conduca la risveglio, la Via che conduce alla libertà, alla pace ed alla gioia. Grazie ad esso siamo in grado di amare tutti gli esseri.
Sangha – comunità di bhikkhu che seguono il Dharma. Il Sangha permette ai bikkhui di unirsi e di non rimanere isolati nel loro sforzo di raggiungere il risveglio.
Percorso dei bhikkhu:
- Controllo dei sei organi di senso: occhi,orecchie,naso, lingua, corpo e mente.
- Controllo dei sei oggetti dei sensi:forma,suono,odore,gusto,oggetti tattili e oggetti mentali.
- Controllo delle sei coscienze:coscienza della vista, dell’udito, dell’odorato, del gusto,della sensazione e del desiderio.
- Insegna agli altri come evitare afflizioni del corpo e della mente
- Sa apprezzare la gioia e pace nella meditazione.
- I 16 modi di respirare consapevolmente
- Quattro Nobili Verità
- Quattro fondamenti della consapevolezza
- Coltivare il rapporto con la comunità laica che supporta i bhikkhu con le donazioni.
- Apprendere dalla saggezza e dall’esperienza dei più anziani.
Evitare desideri di fama, ricchezza,piacere sessuale, e luoghi come taverne e tetri.
Quattro Nobili verità:
- L’esistenza della sofferenza. Nascita, vecchiaia, malattia e morte. Separazione da ciò che si ama. Unione con ciò che si odia. Il desiderio e l’attaccamento
- Le cause della sofferenza. L’ignoranza causa la sofferenza. A causa di essa, gli uomini si fanno imprigionare negli stati mentali negativi. Questo causa altra sofferenza a se stessi ed agli altri.
- La cessazione della sofferenza. La corretta comprensione della realtà porta alla cessazione della sofferenza.
- La verità che conduce alla cessazione della sofferenza. Il Nobile Ottuplice sentiero conduce alla cessazione della sofferenza. Dopo la cessazione della sofferenza, si ottengono pace e gioia.
Il Nirvana è la liberazione dalla sofferenza.
Nobilte ottuplice sentiero: ariyamarga
- Retta comprensione
- Retto pensiero
- Retta parola
- Retta azione
- Retti mezzi di sussistenza
- Retto sforzo
- Retta presenza mentale
- Retta concentrazione
Il Nobile Ottuplice sentiero consente di ottenere la Comprensione. Dalla comprensione nascono tutte le altre “strade” del sentiero. La Comprensione stessa si ottiene solo con la concentrazione che , sua volta, è figlia della presenza mentale. Essa è il punto di partanza del Dharma.La Via è per tutti, dotti e analfabeti, ricchi e poveri, datati e meno dotati. Se non c’è consapevolezza, non c’è realtà, non c’è vita. Vivere con consapevolezza nel presente. Infatti,la via è già negli esseri, non va cercata esternamente, bisogna solo farla emergere con la presenza mentale. La presenza mentale richiede consapevolezza. Per capire quanto sia importante questo concetto nella Via, basti dire che La via si chiama,oltre che “del risveglio”, “via della consapevolezza”. Consapevolezza sognifica eendersi conto della sofferenza, ma non vedere solo la sofferenza. Infatti, bisogna saper cogliere le meraviglie della vita. La sofferenza è una faccia della medaglia, la meraviglia è l’altra. Per raggiungere questo, i monaci devono vivere in modo semplice ed umile. Essi non possono possedere oggetti o danaro, chiedono l’elemosina e mangiano solo una volta al giorno.
I laici possono seguire la via rispettando precetti della pratica laica.
5 precetti della pratica laica:
- Non uccidere alcun essere vivente.
- Non rubare. Non impossessarti delle cose altrui e fa in modo che anche gli altri possano guadagnarsi i propri mezzi di sussistenza.
- Retta condotta sessuale: fedeltà al coniuge.
- Non mentire.
- Astensione dall’uso di alcol e sostanze stimolanti o inebrianti.
Le donne vennero ammesse nel Sangha dopo molte insistenze. Il Buddha aveva chiesto di aspettare per due motivi. Il primo è che avrebbero potuto essere una tentazione per i monaci. Il secondo è che la società non era ancora pronta ad accettare che le donne potessero divenire delle guide spirituali. Per capire che impatto avrebbe potuto avere in una società di 2500 anni fa, pensiamo che in Occidente le donne hanno ottenuto il diritto di votare,nelle più avanzate democrazie di tutto il mondo, in questo secolo. Inoltre, ad esempio, nella chiesa Cattolica non possono ancora ufficiare messa.
Il primo problema fu risolto costruendo dei monasteri di sole donne. Il secondo, fu attenuato con otto regole che dettavano la pratica monastica delle donne. Queste regole sono:
- Le monache (bhikkhuni ) devono essere deferenti nei confronti dei bhikkhu.
- Le monache devono trascorrere il ritiro in un centro diverso da quello dei monaci, ma che sia comunque nelle vicinanze di esso.
- Due volte al mese un bhikkhu si righerà al centro e darà loro insegnamenti e consigli nella pratica.
- Al termine del ritiro delle piogge, le monache devono presentare un resoconto delle loro attività nella cerimonia del Pavarana.
- Ogni volta che una bhikkhuni infranga un precetto lo deve confessare davanti all’assemblea di bhikkhu e bhikkhuni.
- Dopo il noviziato, una bhikkhuni prenda l’ordinazione completa alla presenza dell’assemblea di bhikkhu e bhikkhuni.
- Una bhikkhuni non può criticare o riprendere un bhikkhu.
- Una bhikkhuni non può dare insegnamenti di Dharma inuna comunità di bhikkhu.
Queste regole, certamente discriminatorie, vennero comunque accettate dalla società laica e la presenza delle donne nel Sangha si consolidò nel corso del tempo.



