«Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quiete
io nel pensier mi fingo, ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s’annega il pensier mio:
e il naufragar m’è dolce in questo mare. »

L’infinito di Giacomo Leopardi

Sempre cara mi fu la natura con la sua fisicità
con quel suo darsi in maniera spontanea,
che mi impedì di guardare nell’abisso infinito
dell’animo umano e della vita in maniera diretta e fatale.
Ma quando lo sguardo si posa oltre l’immediatezza
del mondo, mi perdo nel baratro profondo del nulla e della morte
che portano con loro silenzio e quiete eterna.
Ma come odo il richiamo degli elementi della natura a me cara,
quel nulla eterno, al dinamismo della vita vado comparando:
e mi viene in mente il presente, il ciclo dell’esistenza, l’eternità ed
il fragore vitale della natura.
Così, soltanto con il pensiero riesco a perdermi nell’infinità,
e il mio spirito cade come una goccia nell’immensità dell’Essere.

Un’interpretazione dell’Infinito di Giacomo Leopardi

Immagine del manoscritto originale dell’infinito di Giacomo Leopardi

L'infinito di Giacomo Leopardi
L’infinito di Giacomo Leopardi ultima modifica: domenica,29 dicembre 09:55, 2013 da nabladue
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