“Che cosa c’è in un nome? Ciò che noi chiamiamo con il nome rosa, anche se lo chiamassimo con un altro nome, serberebbe pur sempre lo stesso dolce profumo.” Si chiede Giulietta nella famosa tragedia di Shakespeare.

La stessa domanda ha occupato ed occupa ancora le menti e gli scritti di filosofi, linguisti e persino dei matematici. Cosa sarà mai un nome? Ha qualche legame con l’essenza della cosa che denota o è solo una convenzione? Da cosa dipende il suo significato ? È possibile creare un linguaggio che sia privo di componenti psicolologiche? Un linguaggio ideale, in cui, il significato degli enunciati possa non essere mai frainteso?
Con un articolo rimasto nella storia, il logico-matematico Gottlob Frege (1848-1925) ha aperto la strada ad una nuova riflessione sul linguaggio (oltre ad aver fondato la logica contemporanea) e sul significato dei nomi.

gottlob Frege
Foto di Gottlob Frege

L’articolo inizia con la domanda: qual è la differenza a livello cognitivo tra gli enunciati a=a ed a=b, dove a e b sono nomi della stessa cosa? Ad esempio qual è la differenza tra “la stella del mattino” e “la stella della sera”, che in realtà indicano sempre lo stesso pianeta, cioè Venere?
Semplicemente con “stella della sera” andiamo ad indicare che Venere è ben visibile subito dopo il tramonto, mentre con “stella del mattino”, vogliamo dire che possiamo vederla chiaramente poco prima dell’alba. Il pianeta è lo stesso, ma “stella del mattino” – “Venere” – “stella della sera” presentano un contenuto cognitivo differente: l’oggetto identificato è identico, ma ciò che otteniamo è differente.
Prima di mostrare che questa differenza è tutt’altro che trascurabile nella vita pratica, vediamo più nei dettagli cosa c’è di diverso in questi tre nomi.
Frege nell’articolo del 1892 distingue tra senso (Sinn) e significato (Bedeutung)di un nome. Il significato è l’oggetto che viene nominato, mentre il senso è il modo di “darsi“ del significato, cioè il punto di vista da cui guardiamo l’oggetto. Quindi avremo una catena che si apre con il segno linguistico, passa attraverso il senso e si lega al significato che è legato all’oggetto stesso.
Quando, invece di prendere in considerazione un nome, ci riferiamo ad un enunciato, il significato è il valore di verità (essere vero o falso), mentre il senso è il “pensiero” che esso esprime.
Per la prima volta, il significato di un enunciato viene visto come funzione del significato dei singoli componenti. La verità di un enunciato deve essere indagata a partire dalla verità delle sue componenti elementari e della loro coordinazione all’interno dell’enunciato generale.
È importante sottolineare che il senso non è la rappresentazione. Mentre il significato è oggettivo, la rappresentazione è soggettiva e dipende dallo stato d’animo dell’individuo: essa è un’immagine interna prodotta dal soggetto.
La connessione regolare fra il segno, il suo senso e il suo significato è tale che al segno corrisponde un senso determinato e a questo, a sua volta, un significato determinato, mentre a un significato (un oggetto) non corrisponde un segno soltanto.

Il progetto di Frege era quello di costruire una Ideografia che fosse priva dei difetti e delle imperfezioni della lingua naturale. Non vi riuscì ed oggi è acquisito che la “perfezione” non può essere raggiunta (per quanto possiamo spingerci a livelli di rigore molto elevati).

Per fare un esempio più semplice, pensiamo di essere ad una festa e di notare una ragazza che ci interessa. Ammettiamo che un nostro amico ci dica che la ragazza si chiama Marta, e noi spavaldamente cerchiamo di avvicinarla, fino a quando si scopre che Marta = “la ragazza del pugile”, che è lì con noi alla festa. Capite che senza questa informazione aggiuntiva, la nostra incolumità sarebbe in serio pericolo. Ma Marta è sempre lei, ha sempre quel suo dolce profumo!

Frege e la ragazza del pugile. ultima modifica: sabato,15 dicembre 00:19, 2007 da nabladue
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