Nabla: «È raro che accenda la televisione. Durante una degenza da influenza sono caduto nella tentazione di guardarla per qualche ora, tempo che è bastato per farmi inorridire».
Marco: «Come mai? Non ti piacciono le nuove veline?».
Nabla: «No, tutt’altro. Era un documentario».
Marco: «E allora? Cosa hai visto di così orribile?».
Nabla: «Un gaudente presentatore televisivo troneggiava su un tappeto di cadaveri, raccontando la storia di un carnefice, al cui confronto Attila sembra un bambina innocente. Il terribile mostro è Gengis Khan. Il suo impero, nel periodo di massima estensione, è stato il più vasto di tutti i tempi: andava dai confini dell’Asia all’Europa orientale. L’estensione temporale non ha avuto la stessa grandezza di quella spaziale: l’impero mongolo è durato solo per un breve periodo di tempo (dal 1206 al 1368) e si disintegrò a causa delle dispute tra i successori del Gran Khan.

Il mio terrore non è stato provocato dal presentatore stesso ( ho sempre apprezzato i suoi programmi televisivi, è uno dei pochi che riesce a fare trasmissioni interessanti per un vasto pubblico) o dall’accurata ricostruzione storica, bensì dal modo in cui veniva qualificato il carnefice in questione: veniva definito “mito”*.
La cosa che mi ha turbato è che questo “ideale suggestivo che trascina” non si accontentava di conquistare, ma aveva piacere nel distruggere. Il suo esercito non aveva pietà per nessuno, solo un’insaziabile sete di sangue. Una campagna militare nella ricca e progredita Pechino, in cui già era stato inventato un rudimentale ma elegante sismografo, in grado di determinare in modo approssimato l’epicentro di un terremoto, trasformava la città in “un cumulo di ossa”, come è stato detto nel documentario. In cinquanta anni di dominazione mongola, la popolazione cinese è passata da cento milioni a sessanta milioni. In pratica, il “mito”, dopo aver conquistato i territori di altre popolazioni, uccideva gli uomini e i bambini e violentava le donne! Era un uomo assetato di sangue, che non ha dato alcun contributo all’umanità, se non a riguardo delle tattiche militari; per alcuni, a quanto pare, è un mito*».
Marco: «Però le vicende andrebbero interpretate storicamente. Indubbiamente, le civiltà dell’Europa di quei tempi non erano molto evolute sul piano etico».
Nabla: «Hai ragione, ma ti ricordo che già molti secoli prima la terra era stata solcata da personaggi come Buddha e Socrate. Per di più, in Europa viveva un certo San Francesco nello stesso periodo in cui Gengis Khan si dedicava con dedizione all’arte della crudeltà».
Marco: «In ogni caso lo storico non dovrebbe dare giudizi morali, ma soltanto descrivere».
Nabla: «Certo, ma la parola “mito” è eticamente neutra? Niente affatto, dà un valore positivo all’opera del personaggio leggendario. Insomma, questa mi sembra una mitizzazione del male!».
Marco: «Forse, nel documentario non veniva espresso il parere degli autori, ma è stato sottolineato che il popolo mongolo ha il mito di Gengis Khan».
Nabla: «Sì, allora è ancora più preoccupante. A questo punto non vorrei che tra mille anni nascesse un nuovo mito tedesco: un certo Adolf Hitler, grande condottiero e uomo politico che, nella prima metà del XX secolo, è riuscito a conquistare quasi tutta l’Europa in pochi anni».
Marco: «Il problema è che le persone devono trovare sempre qualcosa da venerare. In molte circostanze, non importata che l’oggetto di riverenza sia un sanguinario: è ciò che ha raggiunto ad averlo reso grande. Purtroppo, si dimentica il prezzo che altri hanno pagato affinché il mito prendesse forma».

Nabla: «Sono davvero i “miti” che fanno la storia o siamo vittime degli archetipi?».
Marco: «Secondo me siamo vittime degli archetipi. In verità, essi non sono i reali protagonisti; rappresentano solo un’idea in qualche modo consolatoria che, se presente, provocherebbe orrore, ma, in quanto passata e sepolta, diventa innocua, lontana, ideale e, dunque, ammirabile».
Nabla: «Infatti mi sono spesso meravigliato di come la storia che si studia a scuola sia scritta solamente da battaglie, guerre, morti e distruzioni, i cui personaggi principali sono soltanto i reggenti, gli eroi di guerra ed i ricchi. Il resto è un contorno che serve ai potenti per vivere il loro privilegio. Invece, la storia è fatta di persone comuni, da persone comuni. La rozzezza tende a farci porre l’accento sugli avvenimenti più sensazionalistici. Un po’ quello che succede quando guardiamo il telegiornale: sono l’eccezionalità e la crudeltà che fanno notizia. Il problema è che rischiamo di dimenticare tutto il resto. Se questo è ciò che sappiamo trasmettere, non dovremmo lamentarci quando gli adolescenti si lasciano vincere dal fascino della violenza. Gli antichi, sia in Oriente che in Occidente, avevano scoperto quanto lo sviluppo di determinati pensieri influisce direttamente sul comportamento e sulle azioni. In tal modo, noi aiutiamo i ragazzi a sviluppare “pensieri violenti” e, di conseguenza, gesti violenti. Non che bisogna tappargli gli occhi, intendiamoci, ma non dovremmo neanche erigere statue in onore di personaggi malvagi come Gengis Khan. Paradossalmente, nello stato ideale di Platone si cade nell’errore opposto, cioè quello di censurare le opere che palesano le parti oscure dell’animo umano, per mostrare solo esempi di virtù sublimi e divine. Ovviamente i due eccessi non rappresentano quello che è la reale natura umana. Ad ogni modo, come negli scritti di filosofi idealisti si esaltano solo le luci, nella cultura dominante, si tende troppo spesso ad enfatizzare gli aspetti peggiori dell’essere umano. Insomma, anziché cercare un’armonia tra gli elementi oscuri e quelli luminosi, si ha sempre la propensione a mostrare gli aspetti più cupi. Guardando la televisione di oggi (ed il teatro tragico di ieri) non possiamo negare questo fatto.

Ai posteri l’ardua sentenza? ultima modifica: martedì,13 febbraio 10:06, 2007 da nabladue
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