“Maestro” – “Come scusi? Si dice Professore!”

Fin dalle scuole medie insegnano a disprezzare la parolamaestro”. Uno degli avvenimenti che face arrabbiare molto un mio professore delle scuole medie, fu quello di essere stato invocato in quel modo spregiativo. Al contrario – secondo me – senza maestri l’istruzione non può funzionare. Sembra una questione di inutili polemiche sulle parole, ma – in realtà – è un sintomo del distacco che, chi insegna – spesso – tende a stabilire nei confronti degli studenti.
Per curiosità, ho effettuato una piccola ricerca etimologica. Professore viene da professòrem che deriva da profèssum, participio passato di profitèri che significa dichiarare pubblicamente, professare, insegnare. Mi fa venire in mente un insegnante che professa e degli ascoltatori che ricevono la profezia. Andiamo a vedere maestro. Deriva da Magister, ed ha la stessa radice mag di magis, magnus che significa grande. Senza entrare nei dettagli, con il suffisso “Ter” diventa: il più grande, il maggiore.
Quindi indicava il più grande esperto di un’arte, una scienza, un’attività.
Lasciando le questioni etimologiche, che in ogni caso ci danno l’idea di un cambiamento nel valore che le pedine subiscono nella scacchiera della società, vorrei evidenziare che il maestro è qualcosa di più rispetto ad un professore.

Questo qualcosa in più è dato dal rapporto umano. Dal saper costituire una guida, al di là degli insegnamenti prettamente scolastici. Soprattutto, deriva dal conoscere se stessi e dal porsi come esempio nella conoscenza del sé. Il maestro, in quanto ha realizzato pienamente la sua esistenza, facendo ciò per cui è nato e nel modo migliore, si pone come “exemplum” per gli allievi.
Il vero maestro è colui che trasmette la passione per un’arte o per una scienza con la sua semplice presenza. E con questo riesce a trasmettere anche l’importanza fondamentale del fare ciò per cui siamo nati, coltivando le nostre passioni e le nostre inclinazioni. Infatti, quando il lavoro non è passione, ma semplice esecuzione meccanica, diventa alienante e – invece di nobilitare – abbrutisce.

Nella Grecia antica, una componente fondamentale della “scuola” era l’amicizia, che si veniva ad instaurare all’interno del gruppo.
Tralasciando l’aspetto erotico-sessuale che faceva parte del rapporto maestro-allievo (in cui si cade in nell’eccesso opposto del distacco), l’amicizia e l’amore avevano un ruolo importante nell’insegnamento. Questo perché l’amore e l’amicizia, servono proprio a rompere il distacco, aprono nei confronti degli altri, creano fiducia.
Infatti, l’amore spezza ogni vincolo e limitazione, aprendo la mente della persona, riempiendola di stima e fede nei confronti del maestro. Il discente diventa come spugna pronta ad assorbire l’acqua della conoscenza che il maestro lascia cadere per terra. In termini junghiani,anche nella psicoanalisi, l’innamoramento del paziente può giocare un ruolo importante nella guarigione. L’allievo è come un paziente che deve guarire dalla sua ignoranza.

Inoltre, il fattore più importante è quello di saper trasmettere la passione per una disciplina o per un’arte. Purtroppo, ho dovuto constatare che – spesso – chi insegna non riesce a trasmettere l’amore per la sua arte non per incapacità, ma addirittura perché non ama realmente ciò che insegna.
Perché occupa quel posto? I motivi possono essere tanti. Più di tutto, nel nostro paese, dove spesso le posizioni non si occupano per via dei meriti, ma grazie a circostanze esterne, si ha un alto numero di persone che occupano una posizione solo per via del caso.

Un altro male dei nostri tempi, è la ferma convinzione che chi insegna non abbia più nulla da imparare. Infatti, in molte discipline, chi insegna – arrivato ad un certo livello di conoscenza e padronanza della sua arte – smette di approfondire e imparare. Questo può essere dovuto a due fattori principalmente:

1) Presunzione. La persona ritiene di non aver nulla. A maggior ragione, ritiene di non aver nulla da imparare dagli allievi. Tale ideologia tende ad innalzare ancora di più il muro che c’è tra docente e discente.Alcune volte – per orgoglio – gli insegnanti ostacolano addirittura gli allievi più bravi. Per portare un esempio, basti ricordare che Einstein non ottenne neanche un dottorato di ricerca dopo essersi laureato. In realtà, anche chi insegna ha sempre da imparare. Bisognerebbe che alcune persone scendessero dal piedistallo e si mettessero in cerchio insieme agli allievi, poiché perfino il maestro dovrebbe sempre rimanere anche un po’ allievo.

Ma dove sono finiti i maestri? ultima modifica: sabato,18 aprile 08:57, 2009 da nabladue
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