Dante

Questo pensiero ha inizio e fine in Ulisse. La nostra cultura parte da Omero ed a lui sempre ritorna. Dopo aver compreso che la trasformazione era già presente nello stato iniziale, tutto ciò che nasce e si trasforma attraversa di nuovo la sua genesi. Lo stesso percorso ci aiuta a tornare allo stato originario, con un’unica ma enorme differenza: la consapevolezza.
Dante ha condannato Ulisse. La condanna di Ulisse è stata determinata non da ciò che Ulisse stesso era, ma dall’Ulisse che Dante poteva conoscere. La questione fondamentale è che Dante non conosceva L’Odissea. Di Omero (maestro del suo amato maestro), aveva letto solo pochi versi, riportati da altri. Dunque, il suo Ulisse non è quello di Omero, è un Ulisse filtrato dalle interpretazioni. Certamente, l’immagine che Dante poteva aver tratto dell’Ulisse “raccontato” non era strampalata e completamente estranea a quella che ne aveva dato Omero. Tuttavia manca un elemento fondamentale: l’Odissea è un viaggio nel peccato per ottenere la redenzione, così come lo è la Divina Commedia stessa. Ulisse, come lo stesso Dante, attraversa la selva oscura e riesce a superare le insidie della tentazione e del vizio. Nel suo peregrinare avvertiamo tutta la tensione dell’uomo verso la ricerca del divino e la purificazione dal male. Nel mondo di Omero, nonostante siamo in un’epoca lontanissima dalle vicende della Commedia, alcune tematiche dell’Odissea sono molto vicine allo spirito dantesco: il rispetto per gli dei, la lotta contro le tentazioni della carne, la sacralità della famiglia, la benevolenza verso gli ospiti. In maniera analoga, il coraggio e il desiderio di tornare in patria sono i remi del viaggio di Ulisse. Pensiamo anche al parallelo tra la fedeltà di Penelope e quella di Dante nei confronti di Beatrice.
L’astuzia di Ulisse è un’arma potente che gli consente di uscire vittorioso dalle sfide più ardue, tuttavia – direbbe Dante – non è etica: nella prospettiva della vittoria conquistata con l’ingegno, ciò che conta è il fine e non il mezzo. Sebbene il poeta Omero non dia espliciti giudizi morali, non ignora affatto la condotta dell’uomo Ulisse: il viaggio, o meglio, il ritorno è un purgatorio: l’Ulisse ingannatore e affabulatore deve scontare le colpe commesse. I temibili e possenti ostacoli che l’uomo d’ingegno multiforme ha incontrato nel suo cammino sono stati materializzati dalla sua stessa anima nel mondo esteriore. È stato costretto ad attraversare la “zona d’ombra” interiore per riappropriarsi della luce. Ulisse nel suo peregrinare cerca la redenzione. E dopo la redenzione, il ritorno in patria è un ritorno alla purezza, è riappropriarsi di se stessi: è conoscere se stessi.
Condannare Ulisse significa condannare l’umanità. Quell’umanità che cerca, che s’interroga, che cresce spiritualmente, che risolve i problemi, che lotta contro le tentazioni. Il vecchio Ulisse è ormai saggio, ha visto la vita nella sua essenza, ha conosciuto le luci e le ombre dell’animo umano e non sarebbe mai ripartito da Itaca: il viaggio è stato compiuto, non c’è più nulla che lo possa trascinare fuori dalla sua città. Così, finalmente, può abbandonarsi alla pietà per il vecchio padre ed al “debito amore che doveva Penelope far lieta”. Spingendoci ancora oltre, si deve notare che Ulisse né partì entusiasta per la guerra di Troia (a cui fu costretto a partecipare da re più potenti di lui) né avrebbe voluto vagare per anni prima di tornare in patria. Egli è vittima della circostanze che, in parte sono state provocate dai suo misfatti, dal lato oscuro della sua anima e da una innata e irrefrenabile sete di conoscenza, ma, prevalentemente, sono il frutto di forze più potenti di lui. L’Ulisse pellegrino, spesso, non ha nessun controllo ed è semplicemente una vittima inconsapevole che usa tutto ciò che la natura gli ha donato per rimanere a galla in un mare in tempesta.
Seppur siamo lontani dalla saggezza di Socrate, l’astuzia, l’intelligenza e la tensione verso la ricerca di Ulisse (il suo non essere bruto) sono la saggezza socratica in potenza. Socrate riesce ad accogliere e trasformare ciò che in Ulisse era solo nello stato embrionale. Così, la battaglia si fa più elevata: si sposta dalla terra al cielo, dalla spada al pensiero, dall’ingegno multiforme alla saggezza filosofica e spirituale. Ma senza passare per Ulisse, non ci sarebbe Socrate, non nascerebbe la saggezza.
La condanna di Dante è il residuo della cecità della cultura medievale, indispensabile per lo sviluppo della nostra civiltà, ma che, ormai, non ci appartiene più.