Precedente: Yoga
Filosofia e metafisica Yoga
Esistono due principi che sono alla base di tutto: prakrti (la materia) e purusa (lo spirito). Tutto ciò che diviene è originato dalla prakrti, tutto ciò che è, è purusa. Lo scopo dello Yogin è liberare il purusa dalla prakrti. In termini occidentali, liberare lo spirito dalla materia.
Per lo Yogin,il mondo che ci circonda ed esperiamo, esiste, ma non necessariamente. Infatti, continua ad esistere solo a causa dell’ignoranza umana. L’uomo ignora il suo vero essere, il purusa, e quindi rimane intrappolato nel mondo materiale e del divenire.
La filosofia yoga dunque svaluta la vita, parte da una visione profondamente pessimistica nei confronti del Cosmo, ma non getta l’uomo nella disperazione, non lo lascia divorare dal nulla. C’è la prigione, c’è la sofferenza, c’è lo stato d’infelicità, ma esiste anche il riscatto, la via della liberazione. Questa via è percorribile solo da colui che si rifugia nel sacro, nella credenza (ma che nello Yoga è anche esperienza). Il profano rimane intrappolato nel Cosmo aderendo passivamente alle leggi della Natuta, restando così incarcerato e vittima del dolore. Il mondo naturale è impermanenza. Tutto si crea, tutto si distrugge: lo stesso universo è sottoposto a cicli di creazione e distruzione. E l’impermanenza implica la sofferenza. Il dolore è ulteriormente acuito dal fatto che l’uomo è cosciente della sua temporalità e limitatezza.
In sostanza,l’uomo deve cercare di sfuggire dalle tre miserie: dalla miseria celeste (provocata dagli dei), dalla miseria terrestre (provocata dalla natura); dalla miseria interiore (causata dalla povertà spirituale).
L’unico rifugio è nell’Essere immutabile, immateriale, incondizionato. Per unirsi all’Essere occorre credere e praticare il percorso dello Yogin. Ricordiamo che esso non è pura gnosi, ma è l’insieme di comprensione, pratica e purificazione. Solo la rottura di tutti i legami con il mondo profano e l’uscita dall’ignoranza può condurre all’Essere. La via per liberarsi è nell’adesione alle otto pratiche dello Yoga.
In questo senso, la vita è sia una condanna che il mezzo per ottenere la liberazione. Senza la prigione ci sarebbe una liberà parziale, effimera. Lo Yogin liberato ha una libertà superiore a quella degli dei induisti che comunque sono rinchiusi nella temporalità.
È importante sottolineare che la dannazione non avviene a causa di un peccato originale o di una disubbidienza nei confronti degli dei. Essa è dovuta solamente all’ignoranza, alla mancata conoscenza della realtà ultima e, in particolare, all’ignoranza relativa alla vera natura dello spirito. Soprattutto, l’errore è nell’attribuire una connessione tra materia, realtà psicomentale e spirito puro. Il liberato è spirito puro, l’uomo profano (ma si potrebbe dire semplicemente “l’uomo”) è materia e mente. La confusione di queste realtà – diverse a livello ontologico – conduce all’ignoranza. La via della liberazione è nella comprensione, nella meditazione, nella pratica e nell’ascesi.
Il Buddhismo, che è una forma di filosofia yoga, parte dalle stesse considerazioni, ma arriva a conclusioni molto diverse. C’è la sofferenza, c’è la causa della sofferenza, c’è la corretta comprensione della realtà che porta alla liberazione dalla sofferenza,c’è la via per liberarsi dalla sofferenza. Fin qui è identico allo Yoga Ortodosso. La differenza principale è che il Buddhista nega l’esistenza dell’anima: esistono solo mente e corpo. Ciò che va liberata è la mente che crea illusioni e torna sempre a vivere. Non esiste lo spirito, liberata la mente ho liberato me stesso.
Nello Yoga, invece, lo spirito (purusa) è l’essere dell’uomo, e ciò che la vita cela, ma che permette anche di scoprirlo nuovamente. Esso è il vero Sé dell’uomo. Il purusa è immateriale, incondizionato, passivo,eterno, immutabile:è l’essere contrapposto al divenire.
L’ignoranza consiste proprio nel considerare essere, ciò che è effimero ed in divenire eterno. Questo provoca la sofferenza. La liberazione è conoscenza della vera natura dell’Universo e della vita, accompagnata da una pratica che permette di raggiungere lo stato di essere puro.
È importante evidenziare il ruolo che l’intelletto ha in tutto questo. In primo luogo, l’intelletto (buddhi) permette il primo passo verso la liberazione, dato che, attraverso esso, si ha la comprensione. Ciò nonostante, esso è frutto del mondo materiale. Dunque, anche l’intelletto è trappola (perché incarcera l’uomo) e intrappolato (perché non può uscire dal suo stato ontologico) nel mondo del divenire.
Per lo Yoga non esiste la creazione in senso stretto. La materia e lo spirito sono sempre esistiti. Si ha un’evoluzione perché tutto torna allo stato originario per poi evolversi nuovamente e tornare indietro, come una ruota che gira senza fine. In altre parole, la visione del tempo è ciclica. È interessante notare che questa teoria avrebbe una straordinaria corrispondenza con la teoria finisca del Big Bang e del Big Crunch. La corrispondenza non è solo nella concezione del tempo, ma anche di quella della materia. Infatti, la materia fisica da un stato primordiale in cui non c’è speciazione,in cui prevale omogeneità ed ordine, si evolve verso il disordine ed il polimorfismo. In modo analogo, questo è quello che avviene nella prakrti: si passa da una materia omogenea ed unitaria ad una divisione che “specializza” e diversifica la materia. È bene osservare che questa è solo una delle tante teorie fisiche che ancora non è stata corroborata dall’esperienza. Le correlazioni ci sono, è lecito trovarle, ma bisogna valutarle criticamente.
Mentre lo spirito è immobile, la materia (prakrti) è dinamica e creatrice. Essa è ciò che dà origine al mondo esterno e all’uomo stesso con i suoi stati psichici interni.
Nell’uomo si manifesta in tre diverse forme:
1) Sattva – quando costituisce l’intelligenza e fenomeni pischici;
2) Rajas – energia motrice dell’attività mentale e fenomeni psicofisiologici;
3) Tamas –fenomeni fisici.
Il prevalere di uno di questi tre aspetti condiziona l’uomo nella sua personalità. Quando predomina Sattva si ha una coscienza virtuosa, quando predomina Rajas si ha agitazione e instabilità, quando predomina Tamas, si ha oscurità e bestialità e si è preda delle passioni. Essendo anche la virtù frutto della materia, essa non è opera dello spirito, ma è purificazione della materia stessa. Lo spirito – infatti – andrebbe anche al di là della morale. Ma vivere secondo la morale, e coltivare bontà e virtù, è necessario per purificare la materia: esso è il primo gradino per il raggiungimento dello spirito. Come abbiamo già detto, la vita è nello stesso tempo carceriere e liberatrice: essa permette allo spirito di raggiungere la conoscenza suprema e quindi di liberarsi. Senza la vita non ci potrebbe essere liberazione, perché non ci sarebbe né ignoranza e né conoscenza,quindi lo spirito non si potrebbe liberare . Dunque, interiorità ed esteriorità, io e mondo sono il frutto della prakrti. Con il divenire ed il polimorfismo inizia la distinzione tra soggetto ed oggetto, che porta alla presa di coscienza ed alla nascita dell’Ego. La distinzione non è a livello ontologico (infatti uomo e Cosmo appartengono allo stesso piano esistenziale), ma di ordine: l’uomo e il cosmo sono due diverse modalità del divenire della materia. La presa di coscienza, se accompagnata dall’ignoranza,non è liberazione, ma ricaduta nello stato ontologico della prakrti.
A questo punto ci si potrebbe chiedere: perché tutto questo? Che senso avrebbe l’esistenza? Perché imprigionare qualcosa che da solo è libero, ma che deve essere imprigionato da qualcos’altro da cui si deve liberare per comprendere che Egli è libero. Se vogliamo vederci una contraddizione logica, non ci possono accusarci di cecità. E ancora si potrebbe obiettare: come fanno due livelli ontologici differenti ad entrare in contatto tra loro in qualche modo? Come fanno ad influenzarsi a vicenda se entrambi sono chiusi nella loro essenza?
Tuttavia, dalla prospettiva dello Yogin, a questo punto interviene la fede. Pure lo Yoga, come tutti i sistemi religiosi, non è spiegabile attraverso la sola ragione: il seguace si deve affidare anche alla fede. Se viene meno la fede nella dottrina metafisica della liberazione, viene meno il significato autentico dello Yoga stesso.
Lasciamo temporaneamente ogni dubbio, per immergerci nel pensiero e nella spiritualità indiana. Approfondiamo il controverso ruolo dell’intelligenza (Buddhi). Abbiamo detto che essa è frutto della prakrti, ma è “l’espressione più alta della materia”. Buddhi partecipa attivamente nel processo di liberazione e nella scoperta del purusa, ma non può entrare in contatto o – come diremmo in termini scientifici -“scambiare informazioni con esso”. In alcuni testi Yoga c’è scritto che l’intelligenza può riflettere lo spirito. Tuttavia, non bisogna confondere l’immagine riflessa, con lo specchio. Infatti, spirito e intelligenza sono non solo diversi, ma sono su due piani ontologicamente differenti. Tramite l’intelligenza però si mette in moto il processo che permette di uscire dall’ignoranza conoscendo lo spirito, percorrendo così la via della liberazione. Infatti, la causa della sofferenza consiste nell’attribuire a ciò che è impermanete (corpo, intelligenza, cosmo) l’attributo di permanenza ed immobilità, che spetterebbe al solo purusa. Anche l’ ”io” psicomentale è frutto della mancata comprensione delle cose. Solo la riscoperta del purusa (anima, spirito) rende liberi. Ricordiamo che per il Shamkya è sufficiente la conoscenza intellettuale, mentre per lo Yoga sono necessarie anche le pratiche di purificazione.
Come sia possibile una collaborazione tra l’intelligenza e lo spirito, essendo appartenenti a due mondi separati, è uno dei tanti problemi filosofici pressoché insolubili. Esso è molto simile al problema sorto in Occidente sulla natura ontologica delle idee e sulla loro partecipazione al mondo reale. In Occidente, si tenta di risolvere tali problemi tramite la ragione, cercando una soluzione logicamente corretta. Ciò nonostante,molti di questi problemi sembrano sfuggire alle regole della logica, e ogni volta che ci sembra di aver trovato una nuova soluzione essi sfuggono nuovamente alla comprensione. Quanti filosofi girano attorno allo stesso dilemma per secoli contraddicendosi a vicenda, senza mai giungere ad una conclusione? La filosofia indiana – in linea generale e, al contrario di quella Occidentale – spesso non “perde tempo” cercando di risolvere quesiti pressoché insolubili, ma afferma che non importa capire la causa delle cose dandone una spiegazione prettamente causale. Al contrario, è necessario comprendere “come le cose sono”, accettarle e trovare la via per vivere nel modo migliore possibile l’esistenza così come ci viene offerta. Ciò si ottiene liberandoci dalla sofferenza causata proprio dalla errata comprensione del modo di essere delle cose.
Quali sono le caratteristiche e la natura dello spirito? Esso è una entità è individuale, non fa parte dell’anima del mondo: esistono tanti purusa quanti sono gli uomini. Queste anime sono però come delle monadi senza finestre; non hanno nessun contatto con le altre anime né con altre realtà ad essi esterne: si godono la loro eterna beatitudine nella contemplazione del Sé: il sé che si contempla da sé. Per ottenere questo – abbiamo detto più volte – bisogna uscire dalla condizione umana. Lo Yogin deve distruggere la sua personalità umana e l’attaccamento a qualsiasi aspetto della vita terrena e della vita stessa. E allora, cosa succede al liberato quando ottiene il “Nirvana” nel mondo umano? Egli continua a bruciare il suo “residuo karmico” con lo spirito che è semplice spettatore passivo. Il purusa attende la liberazione completa e l’uscita dal ciclo di rinascita e morte (il Samsara) per potersi Unire in se stesso e con se stesso nella immobile,assoluta ed immortale libertà.
Siamo arrivati al punto in cui, l’intelligenza ha permesso di compiere il primo passo verso la liberazione: la conoscenza metafisica del mondo. Per lo Yoga questo non basta ad assicurare la libertà, ma sono necessarie tecniche, pratiche ed esperienze. Lo scopo finale è la soppressione della coscienza e degli stati mentali per far emergere una coscienza che si contempla da sé nell’immobilità. La gnosi non è sufficiente a raggiungere questo stato perché gli stati psichici sono difficili da controllore. Tali stati psichici (vrtti) sono innumerevoli, ma in linea generale sono provocati da:
1) Errori ed illusioni (sogni,immaginazione,allucinazioni, errori percettivi);
2) Esperienze psicologiche normali;
3) Subcosciente.
Errori ed illusioni sono dovuti all’imperfezione dei sensi e alla capacità di creare nella mente oggetti o eventi inesistenti. Anche le esperienze psicologiche “normali” alimentano gli stati mentali.
Inoltre,gli Yogin hanno scoperto,molto prima della psicanalisi, l’esistenza dell’inconscio. Le Vasana sono le latenze sepolte nel subcosciente che contribuiscono ad alimentare gli stati mentali. Esse hanno origine nella memoria e si manifestano mediante l’esperienza degli stati psicomentali e nei comportamenti. Tutto ciò si trasmette sia attraverso la società, che mediante la trasmigrazione karmica. Le spinte dell’inconscio che si manifestano nelle esperienze, non sono generate solo dalla libido, ma da tutte le tendenze di esasperata ricerca di soddisfazione da parte dell’ego: auto soddisfazione, desiderio di riprodursi, brama, desiderio di potere. In aggiunta, esse si alimentano in un ciclo latenza-atto, atto-latenza. Cioè le latenze generano gli atti, ma sono gli atti (karma) stessi che successivamente generano altre latenze (il processo di rimozione).
Gli antichi saggi Yogin hanno compreso che questi stati,incontrollabili e difficili da individuare, sono l’ostacolo più grande alla liberazione. Nello stesso modo, sono convinti che attraverso l’ascesi e le tecniche Yoga si possano controllare o, meglio abolire, anche gli stati psicomentali prodotti dall’inconscio.
Ci sono cinque fattori che permettono la produzione degli stati psichici (vrtti) negativi da parte di conscio, subconscio ed illusioni:
1) ignoranza;
2) individualismo;
3) passione;
4) disgusto;
5) volontà di vivere.
Gli stati mentali negativi sono dolorosi. Lo scopo dello Yogin è creare degli stati puri (akista). Infatti si possono individuare cinque stati della coscienza:
1) Instabile;
2) Confusa,oscura;
3) Stabile ed instabile;
4) Fissata su un solo punto;
5) Completamente frenata.
Le prime due modalità sono comuni a tutti gli uomini che vivono nell’ignoranza. La terza si ottiene con la concentrazione intellettuale. La mente si concentra sulla risoluzione di un problema difficile e questo permette di fermare temporaneamente la coscienza. Le ultime due sono proprie dello Yogin. La concentrazione su un solo punto permette di passare allo stadio successivo – in cui – ogni attività mentale è completamente frenata.
Lo Yogin,dunque, vuole distruggere tutti i suoi stati mentali. Il sapere non basta, ma una volta acquisita la conoscenza, si passa all’azione (kriya) e alla pratica ascetica(tapas). Solo mediante l’esperienza e l’esercizio delle tecniche dello Yoga e l’ascesi si può raggiungere la liberazione.
Successivo: Ashtanga Yoga
Torna a Yoga






Commenti Recenti