Egli era dunque pienamente consapevole del suo ricercare e cosciente della domanda che
poneva a tutti i contenuti e a tutti gli aspetti del mondo: è questo che cerco? Un giorno però vi fu una piccolissima svolta, proprio una di quelle che, essendo molto piccole, provocano grandi mutamenti. Egli cessò di chiedersi se avesse finalmente raggiunto l’obiettivo della sua ricerca e si rese conto che un qualsiasi questo non poteva mai essere altro che un nome attribuito a qualcosa che era in lui e non nel mondo esterno: e i nomi altro non sono che suoni e fumo. In quel momento scomparve la separazione tra soggetto e oggetto, come direbbero i filosofi. Il mondo non può privarci di ciò di cui è privo, tornava a ripetersi con sua enorme meraviglia. E tornava a ripetersi anche la frase per lui singolarmente ricca di significato: Io sono più io di me stesso. Improvvisamente capì che la ricerca era stata l’unica causa del suo non trovare, che nel mondo non si può trovare, e non si può quindi avere, ciò che da sempre si è.

Per lui si avverarono così le parole dell’Apocalisse, che preannunciano la fine dei tempi: e sprofondò nella pienezza eterna del presente.

Ma visse in questa atemporalità solo per una frazione di secondo, perché, nel tentativo di
fermarla, subito ricadde nella ipersoluzione di dare un nome all’esperienza e di cercare di
riprodurla…

Paul Watzlawick sulla ricerca – Di bene in peggio

È questo quello che cerco? ultima modifica: martedì,30 ottobre 11:51, 2012 da nabladue
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