Chi frequenta questo spazio virtuale, sa che ho sempre dato importanza alla necessità di conoscere se stessi. Lo comprendo e sostengo anche oggi. Ciò nonostante, mi è stato suggerito, da personaggi che tengo in grande considerazione, di mettere in guardia dal pericolo di cadere in un contorsionismo estremo che si andrebbe a ritorcere proprio contro l’oggetto della conoscenza che, in questo caso, coincide con il conoscitore: noi stessi. Già in Cogli l’attimo, ma il tempo fugge avevamo notato come “La vita si muove di continuo, e non può mai veramente vedere se stessa” (Pirandello).
Risulta quindi impraticabile il sentiero che prevede di guardarsi dentro senza considerare il “fuori” o, peggio ancora, quello che vuole costruire un’immagine statica del proprio io. La conoscenza di noi stessi avviene anche attraverso il mondo esterno, le esperienze, gli sbagli, gli altri, osservando gli edifici e le macerie che lasciamo sulla strada. Spingendoci oltre, potremmo dire che noi non siamo senza il mondo esterno. La proiezione di un io che esiste indipendentemente dal mondo circostante è un’astrazione puramente mentale. In questo senso, dovremmo sempre pensarci come parte di un sistema che ci comprende e ci influenza, e su cui, anche noi, esercitiamo una certa reazione.
Cercare di osservare continuamente la nostra immagine riflessa ci blocca, ci paralizza: non ci permette di essere. Cosa conosciamo a quel punto? Una statua? Un’immagine senza vita che, per la paura di confondersi con il mondo, preferisce starne fuori…

Lei non può conoscersi che atteggiata: statua: non viva. Quando uno vive, vive e non si vede. Conoscersi è morire. Lei sta tanto a mirarsi in codesto specchio, in tutti gli specchi, perché non vive; non sa, non può o non vuol vivere. Vuole troppo conoscersi, e non vive.” (Pirandello)

Lo specchio che paralizza ultima modifica: domenica,10 febbraio 16:03, 2013 da nabladue
Condividi!










Inviare
More share buttons
Share on Pinterest
There are no images.