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14 Settembre 2023
Nabladue
Tempo di lettura: 7 minuti

Gli stereotipi sono sempre falsi ?

Gli stereotipi sono falsi

L’affermazione: “Gli stereotipi sono falsi” è, paradossalmente, uno stereotipo.

Entriamo nel cuore della tematica. A noi piace sempre indagare la complessità, e non seguire a tutti i costi le “mode” del momento.

La questione degli stereotipi è complessa. Anni di ricerche hanno dimostrato che gli stereotipi possono alimentare false credenze, razzismo, ostilità tra gruppi e alimentare pregiudizi tossici legati a genere sessuale o età.

Eppure, anche gli stereotipi hanno una doppia faccia. La moda del momento è quella di vederli solo in chiave negativa. Questa è una visione parziale della realtà.

Se non credete a me, spero possiate dare credito a Kahneman, l’autore del citatissimo libro “Pensieri Lenti e Veloci”:

 «Ragionare per stereotipi» è un’espressione che ha un significato negativo nella nostra cultura, ma nell’uso che ne faccio io è neutra.

DanielKahneman

Gli stereotipi sono euristiche, ovvero scorciatoie cognitive che ci aiutano a elaborare rapidamente le informazioni. Questa particolare euristica è nota come "rappresentatività". Quando ci imbattiamo in una descrizione o in un individuo, tendiamo a determinare quanto essi siano rappresentativi di una certa categoria o stereotipo, spesso trascurando altre informazioni cruciali, come la probabilità a priori o la veridicità della descrizione stessa applicata al singolo individuo.

Sempre Kahneman sostiene che:

Il modo di dire "ragionare per stereotipi" ha spesso una connotazione negativa. Tuttavia, dal punto di vista cognitivo, è semplicemente un modo in cui la nostra mente elabora le informazioni. Ciò non significa che dobbiamo accettare ciecamente ogni stereotipo. Al contrario, è fondamentale riconoscere quando questi modelli di pensiero possono portare a conclusioni errate o pregiudizievoli. […]

La resistenza allo stereotipo è una posizione morale lodevole, ma l’idea semplicistica che questa resistenza non abbia un costo è errata. Vale la pena pagare quel prezzo per avere una società migliore, ma negare che vi sia un costo, anche se è politicamente corretto e gratificante per l’anima, non è scientificamente difendibile.

Kahneman 

 

stereotipi e bias

 

Perché non possiamo smettere di usare gli stereotipi?

La Funzione Cognitiva degli Stereotipi: Una Necessità Inevitabile

Gli stereotipi, per quanto spesso visti in una luce negativa, svolgono un ruolo cruciale nel modo in cui elaboriamo le informazioni.

Ma perché ci affidiamo così tanto a questi schemi mentali preconfezionati?

Innanzitutto, il nostro cervello è programmato per cercare modelli e scorciatoie. Viviamo in un mondo complesso e in continua evoluzione, e non possiamo analizzare ogni singolo dettaglio di ogni situazione. Gli stereotipi agiscono come filtri, permettendoci di prendere decisioni rapide basate su informazioni generalizzate. Ad esempio, uno studio condotto da Macrae e Bodenhausen nel 2000 ha dimostrato che gli stereotipi possono aiutare le persone a elaborare le informazioni in modo più efficiente, riducendo il carico cognitivo.

 

Quasi mai, nelle scelte quotidiane, abbiamo a disposizione dati completi o statistiche attendibili. In assenza di tali informazioni, il nostro cervello si affida agli stereotipi come mezzo per "riempire le lacune". Tale procedimento può essere particolarmente evidente in situazioni di stress o quando dobbiamo prendere decisioni rapide.

Sul ruolo negativo degli stereotipi c’è una quantità di materiale sterminato, in questa sede vorrei evidenziare l’altra faccia della medaglia.

Gli stereotipi, pur avendo spesso connotazioni negative, possono talvolta manifestarsi in modi positivi o, quantomeno, cautelativi.

Un esempio è lo stereotipo secondo cui le persone anziane potrebbero avere bisogno di maggiore assistenza o comfort. Questo ci porta a gesti gentili come cedere il posto a una persona anziana su un mezzo pubblico. Anche se, in realtà, quella persona potrebbe essere perfettamente in grado di stare in piedi o potrebbe addirittura essere più in forma di noi, il gesto nasce da un desiderio di rispetto e considerazione. In questo caso, lo stereotipo agisce come un promemoria per mostrare empatia e cortesia, piuttosto che come un mezzo per discriminare o pregiudicare.

Consideriamo questo altro scenario: mentre passeggio con il mio cane maschio, incrocio un molossoide. Lo stereotipo suggerisce che i molossoidi possano essere pericolosi per gli altri cani. Nella mia esperienza personale ho assistito a vari litigi tra molossoidi e cani di altre razze. In tre di queste volte, il molossoide ha provocato danni molto seri agli altri cani (anche se non in tutti i casi era stato il primo ad attaccare).

A questo punto, per prendere una decisione più informata dovrei leggere tutti i forum e i social in cui le persone si “scannano” sull’ argomento.

Polarizzato A: “Non è colpa del cane, ma è il padrone. I cani non hanno colpe morali, mentre l’uomo sì”.

Polarizzato B:  “No, non è vero, questi cani andrebbero vietati perché sono pericolosi per natura”

etc...

Per avere una visione completa, dovrei anche esaminare le statistiche relative agli incidenti causati dai molossoidi (ammesso che ci siano e che siano imparziali).

Dato che al mio cane ci tengo, invece di filosofeggiare, decido per l’opzione cautelativa dello stereotipo, cioè non faccio entrare il contatto il mio cane con il molossoide.

Lo scenario mostrato sottolinea l'importanza della prudenza e della sicurezza, specialmente quando si tratta di proteggere qualcosa o qualcuno a cui teniamo profondamente, come un animale domestico. Queste scelte non possono essere prese unicamente sulla base dei dogmi del politicamente corretto.

In situazioni in cui la sicurezza potrebbe essere compromessa, molte persone potrebbero decidere di affidarsi a stereotipi o generalizzazioni, come mezzo di difesa o precauzione. Questo può essere particolarmente vero quando non si dispone di informazioni complete o quando si è di fronte a una decisione che deve essere presa rapidamente.

Dopo aver messo in sicurezza il mio cane, potrò chiedere al padrone del molossoide se il suo cane può diventare pericoloso in caso di litigio. In questo modo, posso proteggere il mio cane senza fare affidamento esclusivamente su preconcetti, ma andando a prendere in considerazione il caso particolare.

Decisioni quotidiane e stereotipi

Vivere in società richiede una miriade di decisioni quotidiane, molte delle quali devono essere prese in tempi rapidi.

Se ogni volta che ci troviamo di fronte a una scelta, ci fermassimo a ponderare ogni singolo aspetto, analizzando ogni dettaglio, saremmo rapidamente sopraffatti, paralizzati o lenti.

Per risparmiare energia, infatti, tendiamo a minimizzare il "carico cognitivo", quantomeno nelle valutazioni che non hanno un impatto significativo sulla nostra vita (cioè la maggior parte delle scelte quotidiane).

Il carico cognitivo si riferisce alla quantità di informazioni e processi mentali che il nostro cervello deve gestire in un dato momento. Quando questo carico diventa eccessivo, la nostra capacità di prendere decisioni efficaci e accurate può diminuire. In termini semplici, se il nostro cervello fosse un computer, un carico cognitivo eccessivo potrebbe farlo "surriscaldare" o “bloccare”.

La vita è caratterizzata da ritmi rapidi. Siamo costantemente bombardati da informazioni, stimoli e richieste di attenzione. Che si tratti di rispondere a un messaggio, di decidere se aiutare un passante in difficoltà o scegliere cosa mangiare per cena, spesso non abbiamo il lusso del tempo per analizzare ogni opzione in profondità.

Ecco perché il nostro cervello ha sviluppato meccanismi, come le euristiche gli stereotipi, per ridurre il carico cognitivo. Queste scorciatoie mentali ci permettono di prendere decisioni rapide basate su informazioni generalizzate o esperienze passate. Sebbene tali decisioni non siano sempre ottimali o accurate, sono in alcuni casi "abbastanza buone" per permetterci di “funzionare” efficacemente nella società.

"Funes, o della memoria" e il carico cognitivo

"Funes, o della memoria" ("Funes el memorioso") è un racconto scritto dal celebre autore argentino Jorge Luis Borges. Quest'opera offre un'illuminante prospettiva sul carico cognitivo attraverso la storia di Ireneo Funes, un giovane con una memoria prodigiosa.

Dopo un incidente in cui viene travolto da un cavallo, Funes acquisisce la capacità di ricordare ogni singolo dettaglio della sua vita, fino al più piccolo particolare. Non dimentica nulla: ogni foglia, ogni nuvola che ha mai visto, ogni conversazione che ha mai avuto. Tuttavia, questa abilità straordinaria si rivela anche una maledizione. Funes è completamente sopraffatto dalla quantità di informazioni che la sua mente raccoglie e conserva.

Se da un lato Funes riesce a ricordare ogni cosa con estrema facilità, dall’altro non è in grado di formulare idee generali, la sua memoria registra solo particolari e la sua mente non può elaborare concetti compiuti perché sopraffatta dalla enorme quantità di informazioni.

Il caso di Funes è un esempio di carico cognitivo estremo. La sua mente è costantemente inondata di dati, al punto che non può più funzionare normalmente. Non è in grado di generalizzare o astrarsi dalle sue esperienze, e questo lo rende incapace di pensare in modo critico o creativo. La sua memoria perfetta, invece di essere un dono, lo imprigiona in una realtà in cui le informazioni da gestire sono talmente numerose che diventano inutili e dannose.

Il racconto di Borges illustra in modo brillante, come un eccessivo carico cognitivo possa paralizzare la nostra capacità di pensare e agire.

Mentre il problema di Funes è quello della memoria, il concetto rilevante è che, se non siamo in grado di filtrare, generalizzare o dare un significato alle informazioni in maniera semplice e immediata, rischiamo di essere sopraffatti, proprio come Funes. La nostra capacità elaborativa è limitata, così come lo è il tempo a nostra disposizione per fare delle scelte.

Questo non significa spegnere la nostra capacità di riflessione profonda e non attuare l'elaborazione ponderata delle informazioni, significa solo che non possiamo costantemente usare tali metodi di elaborazione per due motivi:

  1. Non sempre possediamo tutti i dati o le informazioni necessarie per una valutazione completa.
  2. Il nostro cervello, pur essendo straordinariamente potente, ha delle restrizioni in termini di capacità di elaborazione e velocità di risposta.

 

La chiave sta nell'equilibrare la necessità di decisioni rapide con la consapevolezza delle potenziali trappole delle euristiche. In questo modo, possiamo navigare nella complessità della vita sociale senza essere sopraffatti, ma mantenendo al contempo un approccio critico e riflessivo.

 

Conclusione

In conclusione, mentre gli stereotipi possono riflettere il nostro modo innato di categorizzare il mondo, è fondamentale avvicinarsi a essi con uno spirito critico, riconoscendo sia i loro potenziali benefici che i loro pericoli.

Gli stereotipi, per quanto possano essere problematici, svolgono un ruolo nel modo in cui elaboriamo le informazioni e comprendiamo il mondo intorno a noi. Sono una sorta di "scorciatoia cognitiva" che ci aiuta a categorizzare e interpretare rapidamente le informazioni in un mondo complesso e sovraccarico di stimoli.

Quando si cerca di sfidare o abbattere gli stereotipi esistenti, è essenziale farlo con la consapevolezza che non è un’operazione banale quella di eliminarli. Infatti, si corre il rischio di sostituire semplicemente dei vecchi stereotipi con dei nuovi stereotipi, piuttosto che promuovere una comprensione più profonda e sfaccettata delle persone e delle situazioni.

Un esempio di ciò può essere visto nel modo in cui alcune rappresentazioni mediatiche cercano di combattere gli stereotipi di genere. Mentre l'intento può essere quello di promuovere l'uguaglianza di genere, a volte ciò può portare alla creazione di nuovi stereotipi o generalizzazioni sulle caratteristiche "desiderabili" o "accettabili" per uomini e donne.

In definitiva, la chiave sta nell'educare e sensibilizzare le persone sulla natura e gli effetti degli stereotipi, promuovendo al contempo una visione che tenga conto dell’univocità delle persone, piuttosto che basarsi su generalizzazioni o categorie rigide. La sfida è complessa, ma con un impegno collettivo e una riflessione critica, è possibile avanzare verso una società più comprensiva e inclusiva senza cadere nella trappola di sostituire un’etichetta con un’altra etichetta.

 

 

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