Le domande irrisolte sul mondo

Il problema dei limiti della ragione e del linguaggio è stato centrato pienamente da Kant che ha individuato le antinomie. Egli ha evidenziato l’esistenza di concetti limite, che l’uomo tenterà sempre di esaminare, anche se sono al di fuori delle sue possibilità conoscitive.

L’inafferrabilità di tali verità non spingerà la specie umana verso la rinuncia all’indagine di queste problematiche. Tali domande sono insolubili poiché le risposte cercate riguardano entità che sono al di là dell’esperienza e, quindi, sono oggetto della metafisica (oltre la fisica). Mentre il sapere scientifico è corroborato e validato dall’esperienza, quello metafisico non può essere confermato da dati sensibili. La ragione è certamente in grado di formulare teorie, tuttavia non è in grado né di smentirle né di confermarle. Questo non basta a fermare il bipede intelligente: un bisogno innato della mente, spinge l’uomo a dar vita ad una concezione metafisica della realtà. Tali ideazioni si rivelano spesso fallaci ed utopiche perché non hanno alcun riscontro con l’esperienza. A causa di ciò, si crea una frattura insanabile tra pensiero e realtà. Le idee trascendentali che più rappresentano il tentativo di indagare oltre la fisica sono:

1. l’anima, che coincide con la totalità dei fenomeni interni,tutto quello che in noi stessi ci dà la sensazione, l’apparenza di unità e continuità;
2. il mondo (o cosmo): la totalità dei fenomeni esterni;
3. Dio: la totalità di tutte le totalità e fondamento di ogni cosa.

Il problema è che questi sono concetti limite, sono quindi sì pensabili, ma non saranno mai conoscibili. La conoscenza oggettiva è possibile solo nel mondo dei fenomeni, ma non
nel mondo delle cose in sé. Ciò che Kant ha definito noumeno rappresenta la cosa in sé, la realtà che sta dietro la parvenza fenomenica. Bisogna ancora sottolineare che i concetti anima, mondo, Dio, sono concetti limite, cioè è legittimo pensarli e tentare di conoscerli, ciò nondimeno non saranno mai conoscibili né attraverso la ragione né con l’esperienza: nel tentativo di indagare tali concetti, la ragione cade nelle antinomie. Le antinomie kantiane sono delle coppie di affermazioni contrarie, che non possono essere dimostrate. Questo implica che non è possibile stabilire quale delle due sia vera e quale sia falsa. Le due affermazioni opposte sono dette tesi e antitesi. Le antinomie principali che Kant prende in considerazione sono:

Tesi: il mondo ha un inizio nel tempo ed è limitato nello spazio.
Antitesi: Il mondo è infinito sia nel tempo che nello spazio.

Tesi: ciascuna cosa è composta da parti semplici.
Antitesi: non esiste nulla di semplice, ogni cosa è complessa.

Tesi: La causalità secondo le leggi della natura non è la sola da cui possono essere derivati tutti i fenomeni del mondo. È necessario ammettere anche una causalità che renda possibile l’esistenza della libertà.
Antitesi: Nel mondo non c’è nessuna libertà, ma tutto accade unicamente secondo leggi della natura.

Tesi: esiste un essere necessario che è causa del mondo.
Antitesi: non esiste alcun essere necessario, né nel mondo né fuori dal mondo che sia causa di esso.

La soluzione definitiva delle antinomie kantiane non è solo una sfida intellettuale, rappresenterebbe lo scioglimento dei problemi più importanti dell’uomo. Che cos’è la morte? Cosa c’è dopo? Esiste la libertà? Il il mondo si esaurisce nella materia? Partendo dalla soluzione delle antinomie potremmo rispondere alle domande più difficili, ma anche più importanti.

Tuttavia, il dilemma non possiamo scioglierlo. La fisica anziché evadere ogni dubbio, lo alimenta: “nulla si crea e nulla si distrugge”; e dunque: come fa ad esistere quello che c’è?

La relatività e la meccanica quantistica hanno aperto scenari al limite della fantascienza. Il fatto più sorprende è che le due più importanti teorie fisiche che l’umanità abbia mai prodotto non sono state ancora conciliate. Sarà solo una questione di tempo?
Lasciamo ai posteri l’ardua sentenza. Seppur risolvessimo i problemi attuali, non ne sorgeranno altri ancora più difficili? Chi pensa di no, non ha ben chiaro l’aumento di complessità che il sapere ha avuto nel nostro secolo. Più si sa e più si è costretti a sapere. Più si sa, e più la natura ci pone di fronte quesiti sempre più difficoltosi.

Riguardo l’annoso problema di come il mondo materiale possa entrare in contatto con uno immateriale, possiamo sicuramente affermare che gli sviluppi dell’informatica nel nostro secolo hanno dimostrato che può esistere un mondo immateriale basato su uno completamente materiale. Per far
“girare” un programma sul nostro computer si passa attraverso gradi di realtà (livelli) differenti in cui un livello inferiore dà supporto allo strato superiore. Per quello che interessa a noi, possiamo considerare due livelli: hardware e
software. L’hardware è solo materia, il software è un mondo virtuale, non materiale che contiene ed elabora le informazioni che nel mondo “hardware” sono dei semplici segnali elettrici digitali. Quando stacco il computer dalla presa elettrica, il mondo fisico esiste ancora, ma non quello virtuale. Il problema è che questo non basta a dimostrare che il pensiero derivi dal mondo fisico e dai processi biologici, perché c’è sempre la solita questione della coscienza. L’essere cosciente della propria esistenza, per le macchine, è un limite che sembra invalicabile. Donare coscienza ad una macchina significherebbe aver dimostrato che l’universo intero può essere spiegato completamente con la sola materia. Attualmente a livello teorico, entrambe le conclusioni restano valide.

Tornando a Kant, egli si pone la domanda: qual è il limite della conoscenza oltre il quale non mi posso spingere senza cadere nell’assurdo? A questo punto Kant nega qualsiasi altra forma di conoscenza che non sia ottenuta dalla ragione e validata attraverso l’esperienza e, quindi, deduce che le entità
limite (anima, mondo, Dio) non sono conoscibili in maniera definitiva. Da ciò segue che la ragione non deve mirare alla conoscenza dei principi primi. Al contrario, dovrebbe accontentarsi di stabilire quali sono i suoi limiti in termini di capacità cognitive. La filosofia kantiana è una filosofia critica. In senso negativo, non produce conoscenza, ma stabilisce i limiti: è come un vigile che non guida, ma che controlla il traffico. Questo permette a quelli che guidano di guidare più ordinatamente, evitando incidenti inutili. In ogni caso, è un compito molto arduo, seppur meno ambizioso del dimostrare l’esistenza di Dio: la ragione deve indagare con la ragione quali siano i limiti della ragione! Lo stesso Kant, che avrebbe potuto produrre una filosofia coerente con la Critica della ragion pura, è ricaduto egli stesso nella speculazione metafisica con la Critica della ragion pratica e la Critica del giudizio.

Senza entrare nei dettagli, è bene accennare all’ambiguità di fondo della sua filosofia. In sintesi, ci ha intimato di stare lontani dalla metafisica e dalla conoscenza che non si basa sull’esperienza eppure ha costruito una filosofia che si fonda precisamente sull’uso della ragion pura (ragione senza esperienza) e sull’indagine dei concetti etici e metafisici. In compenso, anche se non è riuscito a realizzare un sistema coerente, ha dimostrato in modo ineccepibile ciò che sosteneva: cioè che l’ambizione umana di compiere indagini oltre l’esperienza, servendosi della sola ragione, è insopprimibile.

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