Neppure gli dei combattono contro il destino.

(Pittaco)

Il destino è un’invenzione della gente fiacca e rassegnata.

Ignazio Silone

Il nostro destino esercita la sua influenza su di noi anche quando non ne abbiamo ancora appresa la natura: il nostro futuro detta le leggi del nostro oggi.

Nietzsche

Destino o libero arbitrio?

Marco: «Secondo te esiste il libero arbitrio o siamo semplicemente degli aggregati di atomi costretti a seguire rigide leggi meccaniche e deterministiche?».

Nabla: «Mi viene in mente un affascinante mito sul rapporto tra il destino e il libero arbitrio: il mito di Er narrato da Platone nel decimo libro della Repubblica.

Er è una specie di precursore di Dante. Egli è andato nell’aldilà, ed è tornato senza aver bevuto l’acqua del fiume Lete (quello della dimenticanza).

I suoi dei glielo hanno concesso affinché lui ci raccontasse ciò che ha visto. L’aldilà narrato da Er è “un luogo meraviglioso, nel quale si aprono a poca distanza,

l’una dall’altra, due voragini sulla terra e, in perfetta corrispondenza due voragini su nel cielo.” Questi quattro cunicoli conducono a due differenti luoghi, a cui, in uno scenario dantesco, avremmo dato il nome di paradiso ed inferno. Ci sono due cunicoli per ciascun luogo poiché, da uno le anime entrano, e dall’altro escono. In perfetta corrispondenza con il posto visitato dal nostro poeta, le anime sono giudicate. Le loro pene vengono decuplicate rispetto ai dolori ed alla sofferenza che hanno causato sulla terra. Allo stesso modo, chi si è prodigato in opere buone e pie, viene ripagato con la stessa proporzione».

Marco: «In ogni caso, già da queste poche battute si capisce come Platone, attraverso Er, sia difensore del libero arbitrio. Infatti, il giudizio può avere senso, solo se c’è anche il libero arbitrio. Non si può condannare un felino che uccide una preda per sfamarsi: egli non ha scelta, è una caratteristica inscritta nel suo codice».




Lutero, Il servo arbitrio, parte II (1524)

Innanzi tutto Dio è onnipotente non solo per il potere ma anche per la sua azione altrimenti sarebbe un Dio ridicolo. In secondo luogo sa tutto e prevede tutto, perciò non può né errare né fallire. Se il nostro cuore e la nostra intelligenza approvano pienamente questi due punti, siamo obbligati ad ammettere, per una conseguenza ineluttabile, che non siamo stati creati per nostra volontà ma per necessità e perciò non facciamo ciò che ci piace in virtù del nostro libero arbitrio, ma ciò che Dio ha previsto da ogni eternità e che fa accadere secondo il suo proponimento ed il suo potere infallibili e immutabili.

Nota

Per Lutero, l’uomo non ha alcun potere sulla sua vita. Egli è schiavo del peccato e dei suoi più bassi istinti e non ha la possibilità di riscattarsi in alcun modo. Né la fede né le opere possono nulla. È inutile che l’uomo, “con le sue corte braccia”, tenti di raggiungere Dio. Egli non può assicurarsi la misericordia di Dio neanche con le opere buone: il peccato originale lo porterebbe ineluttabilmente a peccare di nuovo. Tutto dipende da Dio, che nella sua onnipotenza aiuta solo chi ha deciso ab aeterno (dall’eternità) di salvare.

Erasmo, De libero arbitrio (1524)

Supponiamo dunque che in un certo senso sia vero ciò che Wycliff ha insegnato e Lutero asserisce, cioè che qualunque cosa sia da noi fatta non è opera dei libero arbitrio ma della pura necessità, cosa v’è di più inutile che divulgare questo paradosso ai profani? Supponiamo parimenti vero, in un certo senso, ciò che Agostino ha scritto in qualche parte: “Dio opera in noi il bene e il male e in tal modo rimunera in noi le sue stesse azioni buone così come punisce, parimenti in noi, le sue cattive”; se lasciassimo circolare fra il popolo un tale asserto ciò basterebbe per aprire ad innumerevoli mortali una larga porta all’empietà perché il popolo ha uno spirito lento, imprevidente, malizioso, e tendenzialmente portato ad ogni specie d’empietà. Quale peccatore potrebbe sostenere, in simili condizioni, una lotta continua e faticosa con la sua carne? Qual malvagio si impegnerebbe per correggere la propria vita? Chi potrebbe arrivare ad amare con tutto il suo cuore un Dio che avesse creato l’Inferno ed il suo fuoco eterno solo per farvi scontare dentro a poveri disgraziati le sue personali colpe, quasi prendesse piacere alle sofferenze umane? Infatti è così che la maggior parte delle persone si raffigurerebbe la scena. Lo spirito umano è, per lo più, carnale, portato alla incredulità, incline al male, pronto alla bestemmia perciò non c’è bisogno di gettare olio sul fuoco.



Dharma e libero arbitrio

E’ molto difficile definire il Dharma.

Il Dharma è stato identificato con ciò che può nutrire la crescita spirituale degli esseri viventi.

Quindi ciò che assicura il benessere degli esseri è chiamato Dharma.

I Rishi hanno dichiarato che ciò che sostiene il creato è il Dharma.

Mahabharata (http://veda.wikidot.com/dharma)

Karma e libero arbitrio

« “Yajñavalkya” -allora gli disse- “quando un uomo, una volta morto, la parola è entrata nel fuoco, il respiro (prana) nell’aria, l’occhio nel sole, la mente nella luna, l’orecchio nel cielo, il corpo nella terra, l’ atman nello spazio etereo, i peli nelle erbe, i capelli negli alberi, il sangue e lo sperma nelle acque, dove si trova quest’uomo?” “Prendimi la mano, amico Arthabhaga, noi soli possiamo sapere queste cose, non dobbiamo parlarne pubblicamente”. E lasciarono l’assemblea parlando tra loro. E parlavano del karman, e mentre lodavano, il karman lodavano: si diventa buoni (si genera merito, punya) con le azioni (karman) buone, si diventa cattivi (si genera il male, papa) con le azioni cattive. Così il discendente di Jaratkaru, Arthabhaga, si tacque. » (Upanishad)

Samsara e libero arbitrio

“O Terrore dei Nemici, gli uomini che non hanno fede in questo dharma (perché non sono devoti alle pratiche yoga) non Mi realizzano. Essi percorrono ripetutamente l’oscuro sentiero pieno di morte del samsara (il ciclo delle rinascite).

CAPITOLO IX – La Scienza e il Mistero Regale- Bhagavad Gita

Il caso e la necessità

Jacques Monod

Fra tutti i concetti di natura scientifica, quello del caso distrugge più degli altri ogni antropocentismo ed è il più intuitivamente inaccettabile da parte di quegli esseri profondamente teleonomici che siamo noi. (cap. VI, 3)

L’evoluzione della biosfera è dunque un processo necessariamente irreversibile che definisce una direzione nel tempo, direzione che è identica a quella imposta dalla legge dell’aumento dell’entropia, cioè dal secondo principio della termodinamica. (cap. VII, 1)

Noi vogliamo essere necessari, inevitabili, ordinati da sempre. Tutte le religioni, quasi tutte le filosofie, perfino una parte della scienza, sono testimoni dell’instancabile, eroico sforzo dell’umanità che nega disperatamente la propria contingenza.

Dobbiamo tenerci sempre in guardia da questo senso così forte del destino. Il destino viene scritto nel momento stesso in cui si compie, e non prima. Il nostro non lo era prima della comparsa della specie umana […] L’universo non stava per partorire la vita, né la biosfera l’uomo. Il nostro numero è uscito alla roulette:

perché dunque non dovremmo avvertire l’eccezionalità della nostra condizione, proprio allo stesso modo di colui che ha appena vinto un miliardo?

«L’invarianza precede necessariamente la teleonomia. Per essere più espliciti, si tratta dell’idea darwiniana che la comparsa, l’evoluzione e il progressivo affinamento di strutture sempre più fortemente teleonomiche sono dovuti al sopraggiungere di perturbazioni in una struttura già dotata della proprietà di invarianza, e quindi capace di “conservare il caso” e di subordinarne gli effetti al gioco della selezione naturale. »

(Jacques Monod, Il caso e la necessità, cap. II, 1)

Destino e libero arbitrio


Vedi anche:

Il libero arbitrio

Caso, destino e libero arbitrio