Il Judo non è una semplice arte marziale o uno sport, ma una vera e propria filosofia di vita. Il fondatore del Judo, Jigoro Kano, gli ha attributo un notevole significato filosofico, educativo e morale.

In queste pagine non tratteremo il judo dal punto di vista tecnico, ma solamente dello spirito filosofico e del senso più profondo che c’è dietro tale disciplina, almeno secondo le aspirazioni del fondatore Jigoro Kano.

Spendiamo due parole sulle origini del judo. Il judo nasce dal jujutsu (in Italia vengono utilizzati anche i termini jujitsu e ju-jitsu). Si narrano due leggende sull’origine del ju-jitsu.

La prima racconta che fu un uomo di nome Chen Yaun Ping a portare in Giappone le tecniche marziali della Cina. Successivamente, tre samurai ronin (cioè senza padrone e senza legami fissi) trasformarono gli insegnamenti di Chen Yaun Ping nel jujitsu.

La seconda leggenda narra che un medico giapponese di nome Akiyama Shirobei si recò in Cina per studiare lo stile marziale hakuda e al suo ritorno in Giappone concepì il ju-jitsu.

Infine, c’è chi sostiene, come Jigoro Kano, che il ju-jitsu sia nato nel Giappone stesso.

Che sia un invenzione autoctona o no, il Ju-jitsu prende comunque in prestito e assorbe i principi cardine della filosofia cinese taoista.

Il primo principio del taoismo che permea il jujitsu è il seguente:

Ciò che vuoi contrarre devi prima espandere,

ciò che vuoi indebolire devi prima rafforzare,

ciò che vuoi abbattere devi prima esaltare,

a ciò da cui vuoi prendere devi prima dare.

Questo si chiama ”visione sottile”.Il morbido e il debole sopraffanno il duro e il forte.

I pesci non possono lasciare le acque profonde.

Lo stato non deve ostentare le proprie armi.

Lao Tse (Lao Tsu) – Tao te Ching




Ju infatti può essere tradotto come cedevolezza, morbidezza, arrendevolezza, debolezza.

In prima istanza uno dei principi cardine della filosofia del “ju” è quello della cedevolezza che vince la forza (ju yoku go o seisu in giapponese). In linea con l’insegnamento del taoismo “ciò che vuoi contrarre devi prima espandere” il debole può vincere il forte. Ciò, a livello più profondo, viene dalla credenza che ogni cosa si trasforma necessariamente nel suo opposto. I principi dello yin e yang affermano che il bianco diventa nero e il nero diventa bianco. Quindi se si vuole vincere basta seguire il flusso incessante di trasformazione della realtà, per cui anche il forte si trasforma in debole e viceversa. In sostanza, ciò che in apparenza è più forte, può diventare il debole se si riesce a ritorcergli contro la sua stessa veemenza. L’avversario subisce quella forza che egli stesso aveva generato.

In realtà, avverte Kano, il principio della cedevolezza è un corollario del principio cardine del judo che è quello dell’ uso dell’energia nella maniera più efficace possibile ( Seiryoku saizen katsuyo ).

Per sfruttare l’energia bisogna essere come l’acqua: adattabili, perseveranti, deformabili ma forti allo stesso tempo.

Niente esiste al mondo più adattabile dell’acqua. E tuttavia quando cade sul suolo, persistendo, niente può essere più forte di lei.

Il migliore tra gli uomini è come l’acqua.

Lao Tse (Lao Tsu) – Tao te Ching

Questo principio è spiegato anche da Bruce Lee in diverse occasioni ( Intervista Bruce LeeFilm Bruce Lee )

Sii come acqua, amico mio“Svuota la tua mente. Sii senza forma. Senza limiti, come l’acqua.

Se metti dell’acqua in un tazza, l’acqua diviene tazza.

Se la metti in una bottiglia, diventa la bottiglia.

In una teiera, diventa la teiera.

L’acqua può fluire, o spezzare.

Sii come acqua, amico mio.”

Bruce Lee



Il principio guida del judo è qundi applicare l’energia fisica e mentale con la massima efficacia e per ottenere questo risultato occorre essere adattabili, flessibili.

Non si può ottenere l’efficienza massima se non s’impara ad utilizzare l’energia nel modo migliore. La difficoltà è che non ci sono schemi prefissati, ma ogni situazione richiede una rapida valutazione e la scelta della “mossa” migliore da adottare. Questo principio non si applica solo alle arti marziali, ma alla vita in generale: per raggiungere i propri obbiettivi e per avere una vita armoniosa e felice, è necessario fare il miglior uso dell’energia.

A questo punto verrebbe da chiedersi che differenza c’è tra il jujitsu e il judo. Lasciamo che sia Gigoro Kano stesso a spiegarlo:

“Molte furono le ragioni per cui io decisi di non usare la parola ju-jutsu per definire ciò che veniva praticato, preferendo parlare di judo: la principale era che do (via) rappresenta l’obiettivo principale di ciò che insegna il Kodokan, mentre jujitsu (abilità) è una finalità secondaria. Volevo chiarire bene che il judo è uno strumento per intraprendere il do [la via].”

Dunque si passa da un’abilità ad una filosofia: l’arte diventa “via”, inteso come sorta di sentiero filosofico. Infatti “do” significa Via e judo significa la via dell’adattabilità. L’arte marziale non è più fine a se stessa ma diventa un modo per educare, migliorare le persone e la società.

Mentre il ju-jitsu aveva come finalità quello della difesa da avversari fisicamente più forti, il judo di kano si pone come obbiettivi l’educazione fisica e l’addestramento mentale. Il jujitsu lascia in eredità a kano un sistema in grado di addestrare il corpo con gli esercizi e la mente con le ricerca di tecniche ingegnose e stratagemmi per battere l’avversario. Esso va modificato per farlo divenire judo cioè un metodo esaustivo di addestramento fisico, preparazione intellettuale ed educazione morale.

Per quanto concerne l’applicazione pratica al judo come arte marziale, Jigoro Kano rimosse tutti i colpi mortali del ju-jitsu in modo che gli allievi si potessero allenare a piena forza senza farsi male. In questo modo si ha il vantaggio di poter sviluppare la forza e di allenarsi alla resistenza. Infatti, nelle arti marziali in cui si insegnano colpi mortali, le tecniche sono solo simulate con la collaborazione di chi le subisce. Invece nel judo le tecniche eseguite con la massima forza nel randori (allenamento libero) ,mentre i colpi mortali e pericolosi sono riservati ai kata (forma della lotta) (vedi anche Judo, il Paradosso del Randori ). Il randori è un combattimento libero in cui si dà il tutto per tutto per applicare le tecniche sull’avversario, il kata è una dimostrazione di tecniche in sequenze stabilite in cui i judoka conoscono già tutte le mosse da eseguire.

Concludiamo questa parte con le parole di Jigoro Kano :

“Nel Kodokan noi studiamo e pratichiamo tecniche allo scopo di utilizzare l’energia fisica e mentale con la massima efficacia per raggiungere i nostri obiettivi, a prescindere dallo sforzo necessario, e questo rappresenta il principio fondamentale del judo. Quindi, chi si allena non si limita a prendere a modello i movimenti del maestro, ne lavora senza comprendere le ragioni alla base di ciò che sta facendo, ma considera i metodi e si allena in conformità a principi dettagliati. Per tale motivo, il livello che una volta richiedeva cinque o sei anni si raggiunge ora in soli tre anni.”

Lo sviluppo del corpo

“Certamente, però, è necessario un certo sviluppo muscolare, e un corpo sano e ben funzionante con una struttura equilibrata è ideale dal punto divista fisiologico. Questo dev’essere lo scopo dell’educazione fisica. E se nel corso dello studio non si acquisisce niente di utile, quell’educazione possiede un valore assai scarso.” […] “Il tipo migliore di esercizio fisico, quindi, dovrebbe permettere di sviluppare un corpo fisiologicamente valido senza nuocere a se stessi e di usarlo bene.” – afferma il fondatore del judo.

È fondamentale curare il corpo per il benessere personale e, in seconda istanza, per arrivare alla mente.

Secondo jigoro Kano, se praticate con la giusta predisposizione di animo anche altre attività sportive come camminare, il nuoto, correre, la ginnastica, l’arte della spada, il tiro con l’arco possono avere gli stessi benefici fisici del judo. Le caratteristiche che hanno le attività sportive sono:

  1. Sviluppo del fisico equilibrato e armonioso;
  2. Non devono creare danni collaterali;
  3. Devono essere divertenti e stimolanti;
  4. Non devono essere solo ripetitivi e meccanici, ma devono stimolare anche la mente;
  5. Meglio se sono attività che si praticano in gruppo;
  6. Anche la competitività può stimolare la voglia di apprendere;
  7. Sviluppare un corpo sano. Anco lo sviluppo dei muscoli è legato alla formazione di un corpo sano, ma l’eccesso e controproducente.

Per prima cosa, per avere una vita armoniosa occorre avere un corpo sano, come dicevano anche i latini ”mens sana in corpore sano”.

Lo sviluppo della mente

“La preparazione intellettuale può essere intesa in due modi. Anche se dal punto di vista dell’apprendimento non si dovrebbero fare distinzioni, nella realtà dei fatti avere buone conoscenze non significa necessariamente possedere anche un buon discernimento. Prudenza, spirito di osservazione, raziocinio, discernimento e immaginazione sono poteri mentali; quindi secondo questa prospettiva possiamo tracciare una sottile distinzione tra chi è intelligente e chi possiede giudizio. In tal modo, riguardo al miglioramento intellettuale possiamo distinguere tra incrementare le proprie conoscenze e sviluppare poteri di intuizione e discernimento.” Jigoro Kano – il fondatore del judo

Ci serviamo del corpo per arrivare alla mente. La meta più alta consiste nello sviluppo dell’intelligenza e della forza mentale. Il judo aiuta a migliorare i seguenti aspetti dell’intelligenza: l’osservazione, la memoria, la capacità di sperimentare, l’immaginazione, il linguaggio e la mentalità aperta. Tutti questi fattori dell’intelletto sono fondamentale per comprendere il mondo che ci circonda e per saper interpretare correttamente le situazioni.

Per quanto riguarda lo sviluppo mentale vero e proprio dobbiamo comprendere la differenza tra sapere e conoscere. Sapere significa che quello che conosciamo (perché ne possiamo la nozione) riusciamo ad applicarlo nel concreto qualora abbiamo necessità dei discernere il bene dal male, il giusto dall’ingiusto, l’utile dall’inutile. Possiamo possedere molta conoscenza, ma se non abbiamo la capacità di valutare le situazioni con lo spirito che anima quella conoscenza non ci servirà a molto. (vedi anche Gauss e Le gabbie accademiche). Persone che possiedono conoscenze intellettuali vaste non necessariamente possiedono altrettanto elevate capacità di giudizio e discernimento.

In secondo luogo dobbiamo sapere dove vogliamo arrivare. Senza conoscere la destinazione finale disperdiamo energia e non siamo più in sintonia con il principio Seiryoku saizen katsuyo (uso migliore dell’energia). Quante volte sbagliamo perché sono sappiamo semplicemente quel è il traguardo che vogliamo raggiungere. Come facciamo a portare la nave a destinazione se non sappiamo qual è il porto che vogliamo raggiungere?

Jigoro Kano è molto chiaro sulle finalità del judo:

“ci sono purtroppo individui che rimangono indifferenti di fronte alla coltivazione della mente. Nella pratica del judo, se l’energia non viene applicata in particolare all’addestramento mentale, questo aspetto finisce con l’essere trascurato. È quindi necessario procedere curando molto l’allenamento e impegnandosi neldo con sincera attitudine nei confronti delle waza (tecniche) e dello sviluppo mentale.”

Lo sviluppo morale

Siamo giunti all’aspetto più elevato del judo, l’aspetto etico-morale. Siamo partiti dalla capacità di discernimento per saper distinguere il bene dal male. In realtà questo non basta per divenire judoka anche nella vita.

“In un altro senso, l’educazione morale deve tener conto dell’aspetto delle emozioni. Pur potendo distinguere intellettualmente il bene dal male, se non si è emotivamente abituati a volere il primo e disdegnare il secondo, la capacità di fare il bene e rifiutare il male ne risulterà menomata. Non è quindi possibile ottenere buoni risultati se la moralità non viene coltivata intellettualmente ed emotivamente. Per di più, anche se si cerca di fare solo il bene, se la forza di volontà è debole, spesso il risultato sarà l’opposto. Quindi, un elemento dell’educazione morale è costituito dall’esercizio della forza di volontà, la cui immaturità può comportare l’incapacità di fare ciò che si sa essere giusto o di evitare di fare ciò che è sicuramente ingiusto. È importante, inoltre, non trascurare l’elemento dell’abitudine. Anche se si vuole fare il bene, se non si è sviluppata l’abitudine a comportarsi in quel modo, perfino le migliori intenzioni possono essere facilmente inquinate. E anche l’ impulso a rigettare il male a tutti i costi potrebbe fallire per lo stesso motivo. Per tale ragione bisogna sforzarsi quotidianamente di coltivare buone abitudini, amare ciò che è bene e respingere ciò che è male.” – afferma il fondatore del judo Jigoro Kano.

Intelletto, emozioni, forza di volontà e abitudini devono perseguire un unico grande ideale che è quello di mutua prosperità, ciò di benessere individuale e collettivo.

“Ciò viene definito sojo sojou jita kyoei, che significa prosperità condivisa attraverso la mutua assistenza e l’ accoglienza”.

In tal guisa ogni membro avrà un’influenza positiva sugli altri membri della società. Così come il male si diffonde per effetto domino Jigoro Kano ha compreso che anche il bene può essere sospinto dallo stesso effetto. Migliorando il singolo si migliora il gruppo e ciò crea un circolo virtuoso in una dialettica di miglioramento reciproco tra singolo e gruppo che nel complesso migliora l’intera società.

Questo principio è da applicarsi anche ai rapporti tra nazioni. Questo messaggio è ancora più grande se si pensa che Kano è vissuto durante la prima guerra mondiale ed arrivato sull’orlo del baratro della seconda, ma non si è mai stancato di andare in giro a promulgare gli ideali di pace e mutua cooperazione promossi dal judo. Basti pensare che morì il Il 4 maggio 1938 a 77 anni durante un viaggio in Egitto volto alla promulgazione del judo come ideale di pace e fratellanza (per approfondimenti morte di un grande viaggiatore) .

Il judo iniziò con l’essere un’arte marziale, ma Kano arrivò ben presto capire che poteva essere applicato in tutti i campi della vita sociale e privata delle persone.

Ancora due parole sul principio di massimizzazione dell’uso dell’energia fisica e mentale

“Comprendendo a fondo seiryoku zenyo e mettendolo in pratica, sarete su un piano di parità con quanti trascorrono molti anni in contemplazione delle dottrine Zen e ottengono l’illuminazione. “

Il fondatore del judo fa altre considerazioni e afferma che il principio di massimizzazione dell’uso dell’energia fisica e mentale va applicato nella vita di tutti i giorni. Ad esempio lamentarsi delle situazioni senza agire, va contro questo principio perché non serve a nulla, crea negatività in chi parla e in chi ascolta.

Scegliere la giusta quantità di sforzo da mettere per raggiungere un obbiettivo è ancora parte di questo principio. Come disse anche Buddha “la corda troppo tesa si strappa, troppo lenta non produce suono…”. Bisogna quindi sempre trovar la giusto quantità di energia da mettere per conseguire i nostri obbiettivi. Ovviamente segue da ciò che dobbiamo avere ben chiara la nostra scala di priorità, altrimenti non potremmo mai capire cosa lasciare e cosa intensificare.

Un altro consiglio che dà il fondatore del judo è quello di non eseguire le cose meccanicamente, ma di pensare a ciò che si fa, a come lo si fa e di mettere la propria intelligenza dentro qualsiasi attività che venga intrapresa.

La pazienza in molti casi si rivela il miglior modo di utilizzare l’energia. Pensare solo all’immediato, agire con fretta e precipitazione anche se è istintivo spesso non produce i risultati sperati. “In qualunque progetto è indispensabile saper guardare lontano” – afferma il fondatore del judo.

La capacità di prendere decisioni rapide e di rimanere calmi e risoluti va coltivata, oltre che nei combattimenti, anche nella vita. Quando è il momento di agire tempestivamente e con decisione bisogna farlo senza tergiversare.

Al contrario, occorre anche sapere quando è il momento di rinunciare a qualcosa. La ritirata non è sempre disdicevole se le forze in campo sono talmente soverchianti da non avere speranza. Come recita un adagio cinese: “La fuga è lo stratagemma migliore”. Questa fuga non è codardia, ma è comprendere i propri limiti, per poi tentare di diventare ancora più forti e tornare a combattere le situazioni avverse con maggiore potenza.

Saper anticipare gli eventi e prendere decisioni ancor prima del sviluppo delle conseguenze di quegli eventi intuiti è fondamentale per contrastare una situazione potenzialmente pericolosa o per sospingere una situazione potenzialmente benevola.

L’ira, il rancore, la preoccupazione eccessiva, l’ansia, la paura e gli stati mentali negativi consumano energia e non sono in sintonia con il principio guida del judo.

Le discussioni e i conflitti sono altrettanto deleteri. “Trovando la propria strada, coloro che praticano il judo e seguono il principio di seiryoku zenyo hanno sempre la mente calma, si godono la vita e sono intraprendenti. È possibile raggiungere gli stati mentali più avanzati soltanto assimilando fino in fondo tale principio.”

Per quanto riguarda la politica internazionale Kano non si stancava mai di ripetere: “Le nazioni devono rispettare lo spirito di prosperità condivisa. Anche per ciò che riguarda le federazioni internazionali, se i Paesi tengono conto solo dei propri progressi senza considerare le altre nazioni, non possono ottenere risultati veramente validi. Ciascuna nazione deve partire dal principio di promuovere la prosperità condivisa e condursi con la determinazione di fare del proprio meglio a vantaggio di tutto il mondo.”

Testi tratti da: La mente prima dei muscoli. Gli scritti del fondatore del judo – Edizioni Mediterranee