Indice

  1. Introduzione allo yoga
  2. La via dello yoga
  3. L’ ottuplice sentiero dello yoga
  4. Lo yoga e la mente

Introduzione allo Yoga

Lo yoga è uno tra i sei sistemi filosofico-religiosi ortodossi tollerati dall’Induismo.

Tutte le correnti dello yoga condividono quattro aspetti essenziali:

1) Il Cosmo e la vita dell’uomo è regolata dalla legge della causalità universale (il karman).
La struttura del tempo non è lineare, ma ciclica. L’ universo si muove secondo una legge circolare in cui tutto ritorna. Questo influisce sulla condizione umana: il Karman è l’eterno ciclo in cui si alternano vita e morte (Samsara).

2) Il ciclo dell’eterno ritorno esiste solo perché l’uomo è offuscato dal velo di Maya, dall’illusione generata dall’ignoranza (avidya). Infatti, è l’uomo stesso che nutre e supporta il Samsara con la sua ignoranza che si manifesta nell’adesione e nella valorizzazione dell’illusione.

3) Al di là dell’illusione, esiste una realtà assoluta: l’essere puro, l’assoluto. Nel mondo Occidentale, questo è stato riconosciuto per la prima volta da Parmenide e si identifica con l’Uno metafisico. In Oriente viene detto (Atman) che rappresenta proprio l’unità, l’incondizionato, l’assoluto, la trascendenza, l’immortalità.

4) A cosa serve lo yoga? Lo scopo dello yoga è la riunificazione con il Sé assoluto, con l’essere. Per conquistare la liberazione (moksa) lo yogin deve morire come uomo intrappolato nel Karman e rinasce come illuminato: il Nirvana (utilizzando una terminologia cara al Buddhismo) consiste proprio nella unione con l’assoluto (infatti il termine yoga significa “Unione”). In buona parte della mistica yoga, questo assoluto è stato identificato con Dio (Icvara). Bisogna precisare però che – non necessariamente – l’Essere coincide con Dio. Nello yoga ortodosso originario, Icvara stesso era diverso dall’Atman. Ciò nonostante, Egli viveva nella contemplazione statica di se stesso nell’Atman. Dunque, in questo caso, lo yogin non tende all’unione con Dio, ma alla sua imitazione, in quanto vorrebbe raggiungere lo stesso stato in cui si trova Dio stesso. Oltre le sfumature, le coppie di concetti “imitazione di Dio” / “unione con Dio” e “Dio = Atman” / “Dio puro spirito contemplatore di se stesso nell’Atman”, sono molto simili.

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Riassumendo lo yoga dà al fedele le tecniche, le pratiche, gli insegnamenti e i comandamenti per raggiungere l’unione con un’altra forma di realtà, quella assoluta e immateriale.

La filosofia yoga ha origine circa tre millenni fa, ed il Buddhismo – di molto successivo – è una corrente religiosa – filosofica che ha ereditato molte pratiche e idee dello yoga. Gli stessi maestri di Siddharta erano Yogin. Successivamente, lo stesso Buddhismo ha influenzato lo yoga ortodosso.
Riassumendo,abbiamo visto che lo yoga ha una funzione soteriologia: l’uomo si può salvare solo mediante la conoscenza della istagram follw

La prima grande opera indiana che descrive e sistematizza le tecniche dello yoga è lo Yoga Sutra (Aforismi sullo Yoga), redatto da Patanjali, che raccoglie 185 aforismi. Gli studi tradizionali indiani identificavano Patanjali con l’omonimo grammatico vissuto nel III secolo a.C. ma studi filologici più moderni hanno postdatato la redazione dell’opera ad un’epoca presumibilmente altomedievale.
Patanjali non è l’inventore dello yoga. Egli ha solo messo per iscritto ciò che veniva tramandato oralmente e mediante gli insegnamenti fin dall’antichità.
Vediamo più da vicino qual’è il percorso dello Yogin. Dal nostro punto di vista,questa via potrebbe sembrare eccessivamente dura e dolorosa. Egli deve cominciare abbandonando il mondo profano e tutto quello che ad esso appartiene: la famiglia la società, i beni materiali, gli affetti. In questo modo, libero da ogni legame con il mondo, lo yogin si affida alla guida di un maestro Guru che, da quel momento in poi, diviene suo padre spirituale.

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Insisto sul fatto che intraprendere il cammino della liberazione significa morire a questa vita, per rinascere in un’altra forma di esistenza. Lo yoga è quindi una religione, perché comporta una fede in una ben determinata credenza metafisica. Esso viene definito anche darcana (visione, punto di vista) perché lo Yogin vede il mondo sotto una prospettiva diversa rispetto da quelle del profano che vive nell’illusione del Karman. Dal punto di vista filosofico, lo yoga deriva dalla filosofia Shamkhya. La differenza è che mentre nella filosofia Shamkhya per ottenere l’illuminazione e la liberazione è sufficiente la comprensione intellettuale, nello yoga questo non basta: la comprensione intellettuale è uno dei vari aspetti del percorso yogico.

Secondo il Shamkya, dunque per ottenere la liberazione bisogna conseguire la Gnosi, la conoscenza della verità metafisica che regola l’Universo. La sola conoscenza porta alla salvezza. Lo yoga, invece, attribuisce molta importanza alle tecniche meditative, alle pratiche fisiche, all’alimentazione ai riti di purificazione, alla respirazione, alla legge morale. Un’altra differenza tra il Shamkhya e lo Yogin è che il primo è ateo, il secondo crede nell’esistenza di Dio (Icvara). In sostanza, lo yoga unisce la tradizione metafisica della filosofia Sahmkhya con le antiche pratiche meditative indiane.

La via dello yoga

Filosofia e metafisica Yoga

Esistono due principi che sono alla base di tutto: prakrti (la materia) e purusa (lo spirito).
Tutto ciò che muta è originato dalla prakrti, tutto ciò che è immutabile, imperituro, immobile è purusa. Lo scopo dello Yogin è liberare il purusa dalla prakrti. In termini occidentali, liberare lo spirito dalla materia.

Per lo Yogin, il mondo che ci circonda ed esperiamo, esiste, ma non necessariamente. Infatti, continua ad esistere solo a causa dell’ignoranza umana. L’uomo ignora il suo vero essere, il purusa, e quindi rimane intrappolato nel mondo materiale e del divenire.
La filosofia yoga dunque svaluta la vita, parte da una visione profondamente pessimistica nei confronti del Cosmo, ma non getta l’uomo nella disperazione, non lo lascia divorare dal nulla. C’è la prigione, c’è la sofferenza, c’è lo stato d’infelicità, ma esiste anche il riscatto, la via della liberazione. Questa via è percorribile solo da colui che si rifugia nel sacro, nella credenza (ma che nello yoga è anche esperienza). Il profano rimane intrappolato nel Cosmo aderendo passivamente alle leggi della Natuta, restando così incarcerato e vittima del dolore.
Il mondo naturale è impermanente. Tutto si crea, tutto si distrugge: lo stesso universo è sottoposto a cicli di creazione e distruzione. L’impermanenza però implica la sofferenza. Il dolore è ulteriormente acuito dal fatto che l’uomo è cosciente della sua temporalità e limitatezza.

In sostanza, l’uomo deve cercare di sfuggire dalle tre miserie: dalla miseria celeste (provocata dagli dei), dalla miseria terrestre (provocata dalla natura); dalla miseria interiore (causata dalla povertà spirituale).

L’unico rifugio è nell’Essere immutabile, immateriale, incondizionato. Per unirsi all’Essere occorre intraprendere il percorso dello Yogin. Ricordiamo che esso non è pura gnosi, ma è l’insieme di comprensione, pratica e purificazione. Solo la rottura di tutti i legami con il mondo profano e l’uscita dall’ignoranza può condurre all’Essere. La via per liberarsi è la comprensione e la pratica delle otto membra dello yoga.
In questo senso, la vita è sia una condanna che il mezzo per ottenere la liberazione. Senza la prigione ci sarebbe una liberà parziale, effimera. Lo Yogin liberato ha una libertà superiore a quella degli schiavi della materia che comunque sono rinchiusi nella temporalità.

È importante sottolineare che la dannazione non avviene a causa di un peccato originale o di una disubbidienza nei confronti degli dei. Essa è dovuta solamente all’ignoranza, alla mancata conoscenza della realtà ultima e, in particolare, all’ignoranza relativa alla vera natura dello spirito. Soprattutto, l’errore è nell’attribuire una connessione tra materia, realtà psicomentale e spirito puro. Il liberato è spirito puro, l’uomo profano (ma si potrebbe dire semplicemente “l’uomo”) è materia e mente. La confusione di queste realtà – diverse a livello ontologico – conduce all’ignoranza. La via della liberazione è nella comprensione, nella meditazione, nella pratica e nell’ascesi.

Il buddhismo, che è una forma di filosofia yoga, parte dalle stesse considerazioni, ma arriva a conclusioni molto diverse. Il buddhismo sostiene l’esistenza delle quattro nobili verità: c’è la sofferenza; c’è la causa della sofferenza; c’è la corretta comprensione della realtà che porta alla consapevolezza delle cause della sofferenza; c’è la via per liberarsi dalla sofferenza. Fin qui è identico allo yoga ortodosso. La differenza principale è che il buddhismo nega l’esistenza dell’anima: esistono solo mente e corpo. Ciò che va liberata è la mente che crea illusioni e torna sempre a vivere. Per il Buddha non esiste lo spirito: è solo la mente che va affrancata.

Nello yoga, invece, lo spirito (purusa) è l’essenza intima dell’uomo. Esso è il vero Sé dell’uomo. Il purusa è immateriale, incondizionato, passivo, eterno, immutabile: è l’essere contrapposto al divenire.

L’ignoranza consiste proprio nel considerare essere, ciò che è effimero ed in divenire eterno. Questo provoca la sofferenza. La liberazione è conoscenza della vera natura dell’ universo e della vita, accompagnata da una pratica che permette di raggiungere lo stato di essere puro.
Il paradosso è che la vita materiale cela lo spirito, ma è anche l’unica cosa che permette di scoprirlo nuovamente.

È importante evidenziare il ruolo che l’intelletto ha in tutto questo. In primo luogo, l’intelletto (buddhi) permette il primo passo verso la liberazione, dato che, attraverso esso, si ha la comprensione. Ciò nonostante, anche l’intelligenza è frutto del mondo materiale. Dunque anche l’intelletto è parte del mondo illusorio e contribuisce ad alimentare il fuoco del mondo del divenire.
Per lo yoga non esiste la creazione in senso stretto. La materia e lo spirito sono sempre esistiti. Si ha un’evoluzione perché tutto torna allo stato originario per poi evolversi nuovamente e tornare indietro, come una ruota che gira senza fine. In altre parole, la visione del tempo è ciclica. È interessante notare che questa teoria avrebbe una straordinaria corrispondenza con la teoria fisica dell’ universo ciclico.
La corrispondenza non è solo nella concezione del tempo, ma anche in quella della materia. Infatti la materia fisica passa da uno stato primordiale in cui c’è omogeneità ed ordine e si evolve verso il disordine ed il polimorfismo (che corrisponde in termini fisici ad un aumento di entropia). In modo analogo, questo è quello che avviene nella prakrti: si passa da una materia omogenea ed unitaria ad una divisione che “specializza” e diversifica la materia.

Mentre lo spirito è immobile, la materia (prakrti) è dinamica e creatrice. Essa è ciò che dà origine al mondo esterno e all’uomo stesso con i suoi stati psichici interni.

Nell’uomo si manifesta in tre diverse forme:

1) Sattva – quando costituisce l’intelligenza e fenomeni pischici;
2) Rajas – energia motrice dell’attività mentale e fenomeni psicofisiologici;
3) Tamas – fenomeni fisici.

Il prevalere di uno di questi tre aspetti condiziona l’uomo nella sua personalità. Quando predomina Sattva si ha una coscienza virtuosa; quando predomina Rajas si ha agitazione e instabilità; quando predomina Tamas si ha oscurità e bestialità e si è preda delle passioni.
Essendo anche la virtù frutto della materia, essa non è opera dello spirito, ma è purificazione della materia stessa. Lo spirito – infatti – andrebbe anche al di là della morale. Tuttavia, vivere secondo la morale e coltivare bontà e virtù è necessario per purificare la materia: esso è il primo gradino per il raggiungimento dello spirito. Come abbiamo già detto, la vita è nello stesso tempo carceriera e liberatrice: essa permette allo spirito di raggiungere la conoscenza suprema e quindi di liberarsi. Senza la vita non ci potrebbe essere liberazione, perché non ci sarebbe né ignoranza e né conoscenza, quindi lo spirito non si potrebbe liberare . Dunque, interiorità ed esteriorità, io e mondo sono il frutto della prakrti. Con il divenire ed il polimorfismo inizia la distinzione tra soggetto ed oggetto, che porta alla presa di coscienza ed alla nascita dell’Ego. La distinzione non è a livello ontologico (infatti uomo e Cosmo appartengono allo stesso piano esistenziale), ma di ordine: l’uomo e il cosmo sono due diverse modalità del divenire della materia. La presa di coscienza, se accompagnata dall’ignoranza, non è liberazione, ma ricaduta nello stato ontologico della prakrti.

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A questo punto ci si potrebbe chiedere: perché tutto questo? Che senso avrebbe l’esistenza? Perché qualcosa che da solo è libero (lo spirito) deve essere imprigionato da qualcos’altro (la materia) da cui però si deve liberare per comprendere che egli stesso è libero? E ancora si potrebbe obiettare: in che modo due livelli ontologici differenti possono entrare in contatto tra loro? Come fanno ad influenzarsi a vicenda se entrambi sono chiusi nella loro essenza?

Le contraddizioni logiche ci sono, ma lo yoga non è un istema puramente concettuale. Dalla prospettiva dello yogin, a questo punto interviene la fede. Pure lo yoga, come tutti i sistemi religiosi, non è spiegabile attraverso la sola ragione: il seguace si deve affidare anche alla fede. Se viene meno la fede nella dottrina metafisica della liberazione, viene meno il significato autentico dello yoga stesso.

Lasciamo temporaneamente ogni dubbio, per immergerci nel pensiero e nella spiritualità indiana. Approfondiamo il controverso ruolo dell’intelligenza (buddhi). Abbiamo detto che essa è frutto della prakrti, ma è “l’espressione più alta della materia”. Buddhi partecipa attivamente nel processo di liberazione e nella scoperta del purusa, ma non può entrare in contatto o – come diremmo in termini scientifici -“scambiare informazioni con esso”. In alcuni testi yoga c’è scritto che l’intelligenza può riflettere lo spirito. Tuttavia, non bisogna confondere l’immagine riflessa con lo specchio. Infatti, spirito e intelligenza sono non solo diversi, ma sono su due piani ontologicamente differenti. Tramite l’intelligenza però si mette in moto il processo che permette di uscire dall’ignoranza conoscendo lo spirito, percorrendo così la via della liberazione. Infatti, la causa della sofferenza consiste nell’attribuire a ciò che è impermanete (corpo, intelligenza, cosmo) l’attributo di permanenza ed immobilità, che spetterebbe al solo purusa. Anche l’ ”io” psicomentale è frutto della mancata comprensione delle cose. Solo la riscoperta del purusa (anima, spirito) rende liberi. Ricordiamo che per il Shamkya è sufficiente la conoscenza intellettuale, mentre per lo yoga sono necessarie anche le pratiche di purificazione.

Come sia possibile una collaborazione tra l’intelligenza e lo spirito, essendo appartenenti a due mondi separati, è uno dei tanti problemi filosofici pressoché insolubili. Esso è molto simile al problema sorto in Occidente sulla natura ontologica delle idee e sulla loro partecipazione al mondo reale. In Occidente, si tenta di risolvere tali enigmi tramite la ragione, cercando una soluzione logicamente corretta. Ciò nonostante, molti di questi dilemmi sembrano sfuggire alle regole della logica e ogni volta che ci pare di aver trovato una nuova soluzione essi sfuggono nuovamente alla comprensione. Quanti filosofi girano attorno allo stesso problema per secoli contraddicendosi a vicenda, senza mai giungere ad una conclusione? La filosofia indiana – in linea generale e, al contrario di quella Occidentale – spesso non “perde tempo” a cercare di risolvere quesiti pressoché insolubili, ma afferma che non importa capire la causa dei fenomeni dandone una spiegazione prettamente causale. Al contrario, è necessario comprendere “come le cose sono”, accettarle e trovare la via per vivere nel modo migliore possibile l’esistenza così come ci viene offerta. Ciò si ottiene liberandoci dalla sofferenza provocata unicamente dalla errata comprensione del modo di essere delle cose.

Quali sono le caratteristiche e la natura dello spirito? Esso è una entità è individuale, non fa parte dell’anima del mondo: esistono tanti purusa quanti sono gli uomini. Queste anime sono però come delle monadi senza finestre. Esse non hanno nessun contatto con le altre anime né con altre realtà ad esse esterne: si godono la loro eterna beatitudine nella contemplazione del Sé: il sé che si contempla da sé. Per ottenere questo – abbiamo detto più volte – bisogna uscire dalla condizione umana. Lo yogin deve distruggere la sua personalità umana e l’attaccamento a qualsiasi aspetto della vita terrena e della vita stessa. E allora, cosa succede al liberato quando ottiene il “Nirvana” nel mondo umano? Egli continua a bruciare il suo “residuo karmico” con lo spirito che è semplice spettatore passivo. Il purusa attende la liberazione completa e l’uscita dal ciclo di rinascita e morte (il Samsara) per potersi unire in se stesso e con se stesso nella immobile, assoluta ed immortale libertà.

Ricordiamo che l’intelligenza ha permesso di compiere il primo passo verso la liberazione: la conoscenza metafisica del mondo. Per lo yoga questo non basta ad assicurare la libertà, ma sono necessarie tecniche, pratiche ed esperienze. Lo scopo finale è la soppressione della coscienza e degli stati mentali per far emergere una coscienza che si contempla da sé nell’immobilità. La gnosi non è sufficiente a raggiungere questo stato perché gli stati psichici sono difficili da controllore. Tali stati psichici (vrtti) sono innumerevoli, ma in linea generale sono provocati da:

1) Errori ed illusioni (sogni, immaginazione, allucinazioni, errori percettivi);
2) Esperienze psicologiche normali;
3) Subcosciente.

Errori ed illusioni sono dovuti all’imperfezione dei sensi e alla capacità di creare nella mente oggetti o eventi inesistenti. Anche le esperienze psicologiche “normali” alimentano gli stati mentali.
Inoltre, gli Yogin hanno scoperto, molto prima della psicanalisi, l’esistenza dell’inconscio. Le vasana sono le latenze sepolte nel subcosciente che contribuiscono ad alimentare gli stati mentali. Esse hanno origine nella memoria e si manifestano mediante l’esperienza degli stati psicomentali e nei comportamenti. Tutto ciò si trasmette sia attraverso la società, che mediante la trasmigrazione karmica. Le spinte dell’inconscio che si manifestano nelle esperienze, non sono generate solo dalla libido, ma da tutte le tendenze di esasperata ricerca di soddisfazione da parte dell’ego: auto soddisfazione, desiderio di riprodursi, brama, desiderio di potere. In aggiunta, esse si alimentano in un ciclo latenza-atto, atto-latenza. Cioè le latenze generano gli atti, ma sono gli atti (karma) stessi che successivamente generano altre latenze (il processo di rimozione).

Gli antichi saggi Yogin hanno compreso che questi stati, incontrollabili e difficili da individuare, sono l’ostacolo più grande alla liberazione. Nello stesso modo, sono convinti che attraverso l’ascesi e le tecniche yoga si possano controllare o, meglio superare, anche gli stati psicomentali prodotti dall’inconscio.

Ci sono cinque fattori che permettono la produzione degli stati psichici (vrtti) negativi da parte di conscio, subconscio ed illusioni:

1) ignoranza;
2) individualismo;
3) passione;
4) disgusto;
5) volontà di vivere.

Gli stati mentali negativi sono dolorosi. Lo scopo dello Yogin è creare degli stati puri (akista). Infatti si possono individuare cinque stati della coscienza:

1) Instabile;
2) Confusa,oscura;
3) Stabile ed instabile;
4) Fissata su un solo punto;
5) Completamente frenata.

Le prime due modalità sono comuni a tutti gli uomini che vivono nell’ignoranza. La terza si ottiene con la concentrazione intellettuale. La mente si concentra sulla risoluzione di un problema difficile e questo permette di fermare temporaneamente la coscienza. Le ultime due sono proprie dello Yogin. La concentrazione su un solo punto permette di passare allo stadio successivo – in cui – ogni attività mentale è completamente frenata.
Lo Yogin,dunque, vuole distruggere tutti i suoi stati mentali. Il sapere non basta, ma una volta acquisita la conoscenza, si passa all’azione (kriya) e alla pratica ascetica(tapas). Solo mediante l’esperienza e l’esercizio delle tecniche dello yoga e l’ascesi si può raggiungere la liberazione.

Approfondimento: Lo yoga e la mente

L’ ottuplice sentiero dello yoga

La via dello Yoga e le otto membra (ashtanga yoga)

La strada che lo Yogin deve percorrere per il risveglio è costituita da otto rami principali. Essi vengono
definiti solitamente come “ashtanga” cioè, otto membra. Patanjali, negli yoga sutra,
indica al praticante le otto membra dello yoga che conducono all’unione con l’Atman (l’Anima Universale).
Essi sono:

1) Yama – comandamenti morali
2) Niyama – autopurificazione
3) Asana – posizioni
4) Pranayama – controllo del respiro
5) Pratyahara – emancipazione della mente
6) Dharana – concentrazione
7) Dhyana – meditazione
8 ) Samadhi – stato di coscienza superiore (unione con Paramatma)

Yama: i freni morali. Ogni errore morale è un grande ostacolo per la liberazione. Un retto comportamento è la pietra fondamentale su cui si erge la purificazione dello yogin. Alcuni dei precetti sono simili a quelli delle altre grandi religioni:

1) Non uccidere;
2) Non rubare;
3) Non essere avaro;
4) Sii veritiero;
5) Pratica l’astinenza sessuale;
6) Non causare dolore ad alcuna creatura.

Essere veritieri significa non mentire, ma soprattutto accordare parola, pensiero ed azioni. La parola non deve essere né dannosa né sterile. Essa va usata per il bene e secondo verità. Lo yoga insiste: ci deve essere armonia tra parole, pensieri ed azioni. La disarmonia è ostacolo alla liberazione.
L’astinenza sessuale deve essere totale, non perché sia “peccato”, ma semplicemente perché lo yogin deve incanalare ed usare l’energia sessuale per la liberazione. Il desiderio sessuale non va sublimato, ma completamente annientato.

Niyama: è costituito dall’insieme delle discipline atte alla purificazione morale e fisica. Fanno parte di questo percorso l’ascesi (tapas), il corretto modo di alimentarsi, i digiuni che seguono le fasi lunari, lo studio della metafisica. L’ascesi conduce alla sopportazione dei contrari: caldo-freddo, fame-sazietà, dolore-gioia, ecc… Essa consiste nella privazione: assenza di parola, rinuncia al cibo, abbandono delle espressioni miminche. La purificazione fisica conduce al distacco dal corpo.

Lo studio porta alla liberazione dal dubbio, un grande ostacolo per la liberazione. Si studia la dottrina dello yoga e la recitazione dei mantra (ripetizione di sillabe sacre come l’ –OM– o canti).
Le pratiche del Niyama sono volte al conseguimento della serenità (samtosa), necessaria per il proseguimento del cammino.

Asana

A questo punto abbiamo preparato il corpo e la mente per entrare nel vivo della tecnica yoga, l’esecuzione delle Asana e delle sequenze di asana (pratica per cui lo yoga è conosciuto in Occidente). Le asana consistono nell’eseguire una posizione in armonia e – a tempo – con il respiro. Esse permettono di condurre la persona in uno stato d’immobilità che simboleggia la staticità dello Yogin che si contrappone alla mobilità dell’esistenza. Bloccando la posizione, lo Yogin si avvicina allo stato meditativo attraverso il corpo. L’asana come il successivo pranayama sono forme di concentrazione su un solo oggetto (ekagrata). Nel caso dell’asana questo oggetto è il corpo. Nel caso del pranayama, l’oggetto è il respiro. La quiete permette di indirizzare la mente verso la “contemplazione” della posizione stessa. L’immobilità dell’asana è un primo passo verso i controllo del flusso degli stati di coscienza.
Inizialmente l’asana può essere scomoda o fastidiosa, ma per produrre i suoi effetti dev’essere eseguita senza alcun fastidio e senza sforzi, dev’essere stabile e gradevole. Questo si ottiene seguendo un maestro (guru) e con un lungo allenamento.
Il mantenimento dell’asana è opposizione al divenire del cosmo,rifiuto del divenire, e, in questo senso, diventa purificazione.

Pranayama
Dalla concentrazione sul corpo, si passa alla concentrazione sul respiro. Il Pranayama è la gestione della respirazione. Ci sono tantissime tecniche di respirazione. Il respiro deve seguire un ritmo ben determinato. La tecnica più nota di meditazione consiste nella concentrazione sul respiro.In generale, il respiro e le sue fasi dovrebbero divenire sempre più lunghi. In allcune pratiche di respirazione Inspirazione (puraka), espirazione (recaka) e trattenimento del fiato (kumbakha) si devono alternare durando lo stesso periodo di tempo. Il fine è quello di rallentare fino al limite la respirazione, diminuendo in questo modo la dipendenza dal mondo esterno. Dal punto di vista fisiologico, lo Yogin,rallentando la respirazione, può avvicinarsi al “sonno del non dormiente” , uno stato in cui si possono catturare gli stati di coscienza latenti. In questo modo,lo Yogin cerca di catturare gli stati di coscienza inconsci in modo consapevole.
La pratica sulla respirazione aiuta ad avvicinarsi e staccarsi dalla vita. Il processo respiratorio permette l’esistenza della la vita stessa nella sua duplice valenza: sofferenza e ricerca della liberazione. Controllare il respiro significa iniziare ad essere padroni della propria esistenza, non lasciarsi vivere, ma iniziare a vivere.

Pratyahara

Il Pratyara serve per preparare la mente alle pratiche successive. L’ intelletto non deve più rivolgersi all’esterno, ma deve rimanere in se stesso. Questo si ottiene tagliando i ponti con l’attività sensoriale.
La mente non è più in balia dell’attività dei sensi. “Quando i sensi si distaccano dai loro oggetti per assumere la natura propria della coscienza, si ha il Pratyahara” [Patanjali – Yogasutra. Sadhana Pada, af.54].
A questo punto lo Yogin dovrebbe aver conquistato il distacco dagli stimoli del mondo esterno e dal dinamismo del subcosciente ed è pronto per passare alle “tre membra dello yoga” (yoganga): la concentrazione (dharana), la meditazione (dhyana) e la stasi (samadhi). Poiché lo yogin può conquistare uno dei tre stadi, ma ricadere involontariamente in uno degli altri due, questi tre stadi si chiamano nel loro complesso “samyana”.

Dharana

Il Dharana (sostegno, mantenimento, coesione,folazzazione) è la concentrazione su un solo punto per facilitare la comprensione. Mentre ekagrata è semplice fissazione su un solo punto, nel Dharana si sviluppa anche la comprensione. Ad esempio, ci si fissa su un oggetto o su un pensiero. Punti di concentrazione possono essere una forma esterna – generalmente più facile da mantenere – oppure interna, cioè immaginata.
Tradizionalmente, nello yoga, si assumono come punti di focalizzazione della concentrazione il centro tra le sopracciglia, la punta del naso, il cerchio dell’ombelico, il “loto del cuore”. La scelta del punto focale dipende dal simbolismo appartenente alle varie scuole.

La mente si concentra su un solo pensiero, eliminando tutti gli altri pensieri. È come se avessi una rete piena di pesci e ne prendessi uno solo, osservandolo attentamente. In questa forma di meditazione l’oggetto della meditazione ed il meditante sono ancora separati. In altre parole, il meditante ha coscienza del fatto di meditare.

Dhyana
La fase successiva è l’ingresso nella meditazione vera e propria, il dhyana. Lo yogin – a questo punto –è in grado di rivolgere l’attenzione non più alle forme, ma alle essenze delle cose. Essa ha sempre come riferimento degli oggetti. Permette di penetrare gli oggetti, facendoli propri. Penetrando gli oggetti tramite il Dhyana si riesce a comprenderli nella loro essenza. Dhyana ci conduce in una realtà che non ha niente a che vedere con gli oggetti, le forme, i sentimenti con i quali ci confrontiamo quotidianamente. Ovviamente è difficile da descrivere a parole perché è oltre il linguaggio e l’analisi razionale. In questo stato di coscienza mancano i consueti riferimenti per descrivere la realtà. Non siamo neanche consapevoli del preciso istante in cui la nostra coscienza sta passando dalla concentrazione alla meditazione vera e propria.
L’unica possibilità di mantenere una traccia è il simbolo che è stato assunto come forma di concentrazione iniziale. A questo punto siamo pronti a scivolare nell’ultimo stadio.

Samadhi ,ovvero, l’unione del meditante con l’oggetto meditato o anche l’unione dell’anima individudale con l’Anima universale. Il Samadhi è uno stato completamente invulnerabile agli stimoli esterni, ma non va confusso con l’ipnosi. Esso è un “ratto”, ma è provocato dalla soppressione di tutti gli stati mentali passando attraverso gli stadi che lo precedono.
Esistono due tipi di Samadhi: con sostegno e senza.
Il Samadhi samprajnata è il Samadhi senza sostegno (stasi differenziata) . Si ottine quando sono “spente” tutte le funzioni mentali, ad eccezione di quella che mediata sull’oggetto. Questo stato si raggiunge passando per le due fasi precedenti (concentrazione e mediatazione). In questo Samadhi si distinguonoo quattro stadi successivi: argomentativo, non argomentativo, riflessivo, sovra-riflessivo. Essi sono semplicemente dei livelli di Samadhi samprajnata, attraverso cui si deve passare per salire l’ultimo gradino ed arrivare al samadhi senza sostegno.

Il Samadhi asamprajnata (senza sostegno o stasi non differenziata) consiste nell’arresto di tutte le funzioni mentali. Non esiste neanche più quella che mediata sull’oggetto. In questo stato si ha la piena comprensione dell’essere. Essa annienta le impressioni delle funzioni mentali antecedenti e riesce ad arrestare tutte le forze Karmiche. Bisogna precisare che non è provocato intenzionalmente, ma vi si passa casualmente dal precedente stato, una volta esperiti i quattro livelli del samadhi senza sostegno. Questi permettono di salire sul gradino da dove si può attendere il samadhi finale. Esso è il coronamento di tutti gli esercizi meditativi e delle pratiche yoga, ma giunge senza essere provocato direttamente, nasce in modo spontaneo. In alcuni casi, può invece intervenire la grazia di Icvara che permette di salire direttamente allo stadio finale senza passare per quelli precedenti. In questo stato non esisteno più né il tempo e né lo spazio e lo stesso concetto di “io” viene meno. Questo permette la conoscenza diretta dell’Essere, in quanto non ci sono più filtri tra il meditante e l’essenza della realtà. Ancora di più, non esiste più distinzione tra il meditante e l’essenza della realtà. Immaginiamo una goccia che cada in un oceano, questo è quello che avviene quando lo yogin entra nell’ultimo stadio: si perde nell’infinita immobilità dell’essere. Non solo ne è parte, ma è anche indistinguibile dal tutto. A questo punto, lo yogin si è aperto una porta all’interno della quale essere e conoscere sono la stessa cosa, arrivando così alla pienezza ontologica originaria e, dunque, alla liberazione.