Approfondiamo con questo pensiero la parentesi che racchiude: logica, linguaggio e conoscenza. Abbiamo già evidenziato che lo studio del legame tra questi aspetti della cultura umana è stato al centro delle riflessioni filosofiche più recenti.
Iniziamo subito con il dire che a tutt’oggi non esiste una teoria perfetta. In altre parole, non siamo riusciti a realizzare una
teoria razionale inattaccabile, completamente formulata e sviluppata su basi logiche.
Il primo tentativo di modellare il linguaggio sulla logica è stato fatto da Frege. Lo scopo era quello di creare un linguaggio simbolico ideale e privo di componenti psicologiche, attraverso cui tutto potesse essere espresso in maniera simbolica e dimostrato logicamente. Russel, dopo aver amareggiato Frege, mostrandogli un errore fondamentale nel suo lavoro, si propone di correggerlo e proseguirlo. Successivamente Russel stesso si arena e cerca di mettere dei cerotti a una teoria intrinsecamente problematica. Semplificando, il problema della teoria di russel è quello di basarsi sull’assunto ontologico che fa corrispondere gli oggetti della logica a quelli della realtà. Ciò riporta al mondo delle idee platoniche in cui si crea una frattura tra oggetto sensibile ed idea astratta. Qual è la corrispondenza tra l’oggetto sensibile e l’idea? Ancora non lo sappiamo e, forse, non lo sapremo mai. Dunque non si può basare una teoria che ha la pretesa di spiegare tutto in modo logico e rigoroso su tale misteriosa connessione.

L’allievo di Russel, Wittgenstein gli fa notare che le proposizioni logiche non sono che pure tautologie. Per Wittgenstein il linguaggio è costituito da tre elementi: tautologie, contraddizioni e proposizioni semplici. Se diciamo “Piove” esprimiamo la possibilità di un fatto, questa proposizione è vera se il fatto accade, analogamente se diciamo “Non piove”; invece la proposizione “Piove o non piove” esprime tutte le possibilità ed è vera indipendentemente dal tempo che fa. Tale proposizione è una tautologia. Infine, la proposizione “Questa madre non ha figli” esprime una impossibilità ed è quindi falsa, questo è un esempio di contraddizione. Le contraddizioni sono sempre false, le tautologie sempre vere. Per il Wittgenstein del Tractatus (la sua prima opera) tutte le proposizioni della logica sono tautologie, “esse non dicono nulla” poiché non si riferiscono a fatti, ma esprimono modi possibili di connessione o di trasformazione di una proposizione nell’altra: sono operazioni linguistiche che stabiliscono
equivalenze (o non equivalenze), cioè delle regole tra espressioni linguistiche su un piano puramente formale. Le proposizioni della logica non dicono nulla sulla realtà dei fatti, bensì vengono a mostrare le proprietà ontologiche dell’universo mediante le loro proprietà formali. A questo punto Wittgenstein continua la sua ricerca:

Come si connette la logica con il pensiero?
L’immagine logica dei fatti è il pensiero.

Come si connette il pensiero con il linguaggio?
Il pensiero si dà proprio nella sua espressione linguistica.struttura sottesa, “la matrice” del mondo. In questo modo, la
verità è la corrispondenza tra le proposizioni logiche e gli stati di cose, tra i fatti e gli enunciati. Da ciò segue che gli unici enunciati autentici sono quelli descrittivi, cioè quelli che hanno una corrispondenza immediata con la realtà osservabile. La conoscenza si identifica con il linguaggio e v’è una perfetta corrispondenza (isomorfismo) tra linguaggio e fatti (stati di cose) del mondo. Lasciamo schematizzare i sette punti centrali di questa teoria dallo stesso Wittgenstein:

1) Il mondo è tutto ciò che accade;
2) Ciò che accade, il fatto, è il sussistere di stati di cose;
3) L’immagine logica dei fatti è il pensiero;
4) Il pensiero è la proposizione munita di senso;
5) La proposizione è una funzione di verità elle proposizioni
elementari;
6) La forma generale della funzione di verità è:[p,x,N(x ) ];
7) Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere. (Tractatus logico-philosophicus di Wittgenstein).

Qualche lettore sarà rimasto sorpreso dall’ultimo punto. Il senso è che, come il linguaggio raffigura il mondo, esso esprime comunque i limiti dell’uomo. Ci sono cose di cui non si può parlare ed è meglio non parlarne. Ne consegue che la metafisica viene a perdere di senso. Infatti, per quanto possa realizzare un costrutto logico rigoroso, non sono in grado di verificarne la validità, confrontando ciò che affermo con la realtà dei fatti. Così non posso affermare con certezza l’esistenza di oggetti metafisici, tuttavia non potrò neanche negarla. A causa di ciò, anche lo scetticismo viene a cadere: “D’una risposta che non si può formulare non può formularsi neppure la domanda. L’enigma non v’è. Se una domanda può porsi, può pure avere una risposta. Lo scetticismo è non inconfutabile, ma apertamente insensato, se vuol mettere in dubbio ove non si può domandare. Perché dubbio può sussistere solo ove sussiste una domanda; domanda, solo ove sussiste una
risposta; risposta, solo ove qualcosa può esser detto.” (Wittgenstein).

Dallo spargimento di tali semi sboccia il neopositivismo, una corrente filosofica che sorge nella prima metà del novecento a Vienna. Questo movimento si proponeva due obiettivi principali:

1. rendere la filosofia rigorosa come le scienze naturali e la matematica;
2. eliminare la metafisica e le religioni dalla cultura e dalla vita degli esseri umani.
Come conseguenza, il dibattito sulla filosofia della scienza dei primi anni ’30 del secolo e successivi, ruota attorno al problema fondamentale della demarcazione tra scienza e non scienza. Centrale è il ruolo delle riflessioni di Wittgenstein. Il nocciolo della questione è il seguente. I neopositivisti volevano considerare validi solo gli asserti di un certo tipo. In particolare, le proposizione scientifiche devono soddisfare due requisiti:

1. essere logicamente corrette;
2. avere una corrispondenza con un fatto osservabile empiricamente.

Questo movimento, conosciuto anche come empirismo logico, affermava che il criterio di demarcazione tra scienza e non scienza è la verificabilità, dove verificabile significa passibile di verifica attraverso un’osservazione. In particolare, il principio di verificazione afferma: Per ogni enunciato P, P è dotato di senso se e solo se è verificabile.
A questo punto siamo andati oltre. Il criterio non si limita ad una demarcazione della scientificità di un enunciato, ma della sua significatività. ogni enunciato è sensato se verificabile empiricamente e quindi osservabile. L’idea che spinge i neopositivisti a formulare tale criterio è quella di eliminare la religione e la metafisica dall’insieme delle attività linguistiche dotate di senso. Ciò nondimeno qualcuno potrebbe obiettare: chi ha mai osservato un oggetto matematico o un neutrino o lo spazio-tempo? Allora anche la matematica e la fisica sarebbero dei “non sensi”. Il criterio è troppo stringente e farebbe fuori la stessa scienza, dunque, non è applicabile.
Molti neopositivisti hanno tentato di risolvere il problema. Si sono susseguiti numerosi studi e ricerche, ma, sostanzialmente, non è stato mai trovato un accordo comune ed una soluzione definitiva e corretta. Quindi, se applicassimo un criterio di demarcazione che farebbe perdere di significato alla metafisica, crollerebbe la stessa scienza. La fisica stessa è piena di oggetti metafisici non osservabili. Inoltre, c’è anche da considerare che la fisica non è una scienza statica, bensì evolve. Non è mai esistita un’epoca in cui non ci fossero enigmi da risolvere, cosicché gli scienziati si potessero adagiare su una comoda e totale concordanza di opinioni. Noi abbiamo una conoscenza immensamente maggiore di quella dei fisici del passato, così come ci ritroviamo a tentare risolvere una costellazione di enigmi che non hanno paragone con le epoche precedenti sia nel numero che nella complessità.

I neopositivisti, dunque, non solo farebbero fuori la scienza, ma la stessa filosofia di Wittgenstein diventerebbe insensata. In quanto essa è linguaggio che parla di linguaggio rimane in un ambito puramente formale, senza che ci sia, cioè, nessun riferimento alla realtà empirica. Wittgenstein si accorge di questa intrinseca contraddizione, eppure nella sua sete di rigore e scientismo afferma: “La verità dei pensieri qui comunicati mi sembra intangibile e definitiva. Sono dunque dell’avviso d’aver definitivamente risolto nell’essenziale i problemi.” (Wittgenstein). ritiene dunque di aver risolto tutti i problemi filosofici fondamentali, aperti ormai da centinaia di anni, di fronte ai quali erano state sconfitte anche le menti più grandi. Così ammonisce:

“Tutto il senso del libro si potrebbe riassumere nelle parole: quanto può dirsi, si può dir chiaro; e su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere…”

Ciò nondimeno, un barlume di coscienza e la sua grande intelligenza gli permettono di notare sia l’intrinseca contraddittorietà della sua opera, sia che non tutta la realtà si riduce a ciò che è descrivibile in termini scientifici. Al contrario, proprio le questioni più importanti sono quelle che non possono essere analizzate in modo rigoroso e così afferma: “V’è davvero dell’ineffabile. Esso mostra sé, è il mistico.”Il mistico include una serie di principi cruciali che hanno la duplice caratteristica di esistere e di non essere descrivibili secondo i caratteri di un sapere rigoroso. Nel senso che esisterà sempre qualcosa, non esprimibile in termini di linguaggio, che rimarrà nascosto. Pensiamo, ad esempio, ai problemi dell’etica e del senso della vita. Da queste basi il suo pensiero si sviluppa su binari inaspettati: contrariamente a ciò che il neopositivismo logico (fondato proprio grazie alle sue teorie!) sperava, arriva a concludere che: “Noi sentiamo che, anche una volta che tutte le possibili domande scientifiche hanno avuto risposta, i nostri problemi vitali non sono ancora neppur toccati.” (6.52).

Così, mentre il primo Wittgenstein avrebbe voluto costruire un linguaggio logico ideale, nell’ultima fase dei suoi studi, l’analisi si sposta sul linguaggio comune. Di conseguenza, mentre nel primo periodo andava alla ricerca di un linguaggio rigoroso ed inconfutabile che potesse esprimere qualsiasi aspetto della realtà, la seconda fase si fa più critica e tende a rivelare i limiti del linguaggio e della stessa logica.
Inoltre, già nel Tractatus aveva affermato che lo stesso Tractatus è solo una scala che va usata per salire, e poi bisogna disfarsene per la sua intrinseca contraddittorietà. In altre parole, esso permette di comprendere, ma non di conoscere.

Il problema del neopositivismo è quello di non arrendersi all’ignoto, non accettando che una goccia di ignoto pervada sempre la stessa scienza, per quanto rigorosa possa essere. Infatti, gli scienziati si limitano a studiare il “come” dei fenomeni e non
il “perché”. Quando i positivisti vogliono spiegare la trama della realtà in modo razionale, essi chiudono la porta all’inconoscibile
e la filosofia si fa dogma. A tal proposito, sono illuminanti queste parole di Jung: “L’intelletto scientifico finisce perciò sempre con l’assumere atteggiamento illuministici, nella speranza di liquidare una volta per tutte lo spettro. Si siano chiamati i suoi sforzi evemerismo, apologetica cristiana, illuminismo in senso stretto, positivismo. Dietro tali atteggiamenti si celava sempre una nuova, sconcertante versione del mito che, seguendo un antico, consacrato modello, si spacciava per la soluzione definitiva.

In realtà non ci si libera legittimamente dalla base archetipica, a meno di non essere disposti a pagare il prezzo di una nevrosi, così come non ci si può disfare, senza commetter suicidio, del corpo e dei suoi organi.” (Carl G. Jung).
L’atteggiamento neopositivista, o illuminista che dir si voglia, è la manifestazione di una nevrosi: quella di voler dare una spiegazione razionale a qualsiasi cosa. L’irrefrenabile voglia di avere una teoria che ci possa confortare nella spiegazione del Tutto (inteso come universo conosciuto e inconoscibile) è una specie di patologia. Quando non ci arrendiamo mai all’ineffabile, creiamo un vortice di angoscia e di tormento; scopriamo qualcosa, ma subito qualcos’altro tende a fuggire e la momentanea pace nata dalla scoperta, cede subito il passo ad un enigma più angosciante. Non so se ci avete fatto caso, ma i grandi contestatori della religione, hanno cercato di dare, con le loro teorie e filosofie, una spiegazione del Tutto. Prendiamo Freud, la cui psicologia è costellata di certezze e poggia su un unico principio dogmatico:la pulsione sessuale.

Una cosa simile è accaduta a Nietzsche con la volontà di potenza e con l’oltreuomo, oggetto ideale e metafisico. Il veggente Marx dove lo mettiamo? Questi profeti hanno praticamente sostituito una fede religiosa con un’altra fede dogmatica che aveva la pretesa di ridurre l’universo ad uno o due dogmi. Possiamo tranquillamente affermare che coloro che hanno urlato “Dio è morto”, hanno poi dichiarato a voce bassa “Dio è risorto”: essi stessi hanno creato la loro religione dogmatica. Non è meglio arrendersi al mistero di Dio, dell’universo e della vita senza cadere nella trappola dell’onniscienza che spesso si maschera dietro le forme più, insospettabili?

In una parola, sapere è anche arrendersi al mistero. Già la domanda ci avvicina alla risposta, ma non c’è mai una soluzione definitiva che può essere colta ed espressa in maniera puramente razionale.

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