sofisti

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“L’uomo è la misura di tutte le cose, di quelle che sono in quanto sono e di quelle che non sono in quanto non sono.”
Protagora

“Tutte le cose che si credono o appaiono sono vere, necessariamente tutte le cose sono vere e false.”
Protagora
” … Orbene io ti dirò, e tu ascolta accuratamente il discorso, quali sono le vie di ricerca che sole sono da pensare: l’una che “è” e che non è possibile che non sia, e questo è il sentiero della Persuasione (infatti segue la Verità); l’altra che “non è” e che è necessario che non sia, e io ti dico che questo è un sentiero del tutto inaccessibile: infatti non potresti avere cognizione di ciò che non è (poiché non è possibile), né potresti esprimerlo.… Infatti lo stesso è pensare ed essere.”
Parmenide
“Nessuna cosa avviene per caso ma tutto secondo logos e necessità.”
Eraclito
“In principio era il Verbo
e il Verbo era presso Dio
e Dio era il Verbo
Questi era in principio presso Dio.”
Vangelo di Giovanni

Siamo in Grecia, intorno al V secolo a.c., il mondo filosofico e culturale poggia su semplici, ma inamovibili pilastri:

1. C’è una corrispondenza esatta tra pensiero/parola/realtà;
2. C’è una legge non scritta che afferma l’esistenza delle divinità e non può essere messa in discussione;
3. Esiste una Verità assoluta che bisogna scoprire, svelare (infatti in origine il termine greco Aletheia significa non nascondere, svelare).

Per tali assiomi, l’uomo non è misura di tutte le cose, ma esiste una realtà ultima da indagare e scoprire. È la realtà ultima che, in sostanza, bisognerebbe prendere come Verità assoluta. Il fatto che non ci si conformi ad essa è dovuto ad ignoranza (intesa come mancanza di conoscenza dell’Essere).
Nonostante queste credenze adamantine , i filosofi greci si trovavano di fronte due dilemmi, che provocavano un’ingente sofferenza esistenziale nello spirito greco:

1. come nascono i molti dall’Uno?
2. come può esistere il divenire dato che si contrappone in maniera così decisa alla staticità della ragione?

Nel Poema sulla natura, Parmenide sostiene che la molteplicità e i mutamenti del mondo fisico sono illusori, e afferma la realtà dell’Essere immutabile. Parmenide è considerato uno dei padri della filosofia greca. Per la prima volta, egli propone un pensiero non più fondato su spiegazioni mitologiche del cosmo, ma su un metodo razionale, servendosi del principio base della logica formale, il principio di non-contraddizione. Da questo principio segue che un’affermazione non può essere falsa e vera contemporaneamente. Detto in altri termini, significa che se una affermazione è vera, la sua negazione deve essere necessariamente falsa. Attraverso il principio di non contraddizione, postulando che “l’Essere è e il Non Essere non è” e, applicando il principio di non contraddizione, Parmenide trae le seguenti conclusioni sull’Essere:

1. L’Essere è immobile perché se si muovesse sarebbe soggetto al divenire, e quindi ora sarebbe, ora non sarebbe (ricordiamo la divergenza con Eraclito, in cui L’Essere è visto come movimento delle coppie di opposti).
2. L’Essere è Uno perché non possono esserci due Esseri: se uno è l’essere, ciò che non è l’essere è necessariamente il non-essere.
3. L’Essere è eterno perché non può esserci un momento in cui non è più, o non è ancora.
L’Essere è dunque ingenerato e immortale, poiché in caso contrario implicherebbe il non essere: la nascita significherebbe essere, ma anche non essere prima di nascere; e la morte significherebbe non essere, ovvero essere solo fino a un certo momento.
4. L’Essere è indivisibile, perché altrimenti richiederebbe la presenza del non-essere (vedi punto 2).
5. “E’ lo stesso il pensare e pensare che è. Giacché senza l’essere … non troverai il pensare”

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Di conseguenza, da quest’ultimo punto segue che ciò che è pensato è anche vero. Per quello che ci interessa in questa sede, siamo giunti ad una fondamentale verità: Essere e pensiero coincidono. Ciò che viene pensato è quindi esistente e reale. Solo il non essere (cioè il nulla), infatti, non può essere pensato. Il pensiero non può essere falso, ciò che lo contamina sono i sensi e le impressioni soggettive. Riuscendo ad arginare l’effetto delle impressioni soggettive sulla ragione, questa conduce senza possibilità di errore alla comprensione della realtà.
I sofisti mettono in discussione la corrispondenza tra pensiero, parola e realtà. Protagora afferma che “l’uomo è misura di tutte le cose”. Il sofista qui non intende una misura universale e condivisa, ma una misura soggettiva che è valida solo nell’ottica dell’individuo. Di conseguenza, il singolo uomo diventa misura di ogni verità e di ogni valore e il pensiero umano non ha accesso ad una realtà ultima oggettiva. E’ impossibile conoscere la realtà che sta al di sotto delle apparenze. La realtà per noi è semplicemente l’insieme dei fenomeni che costituiscono le nostre esperienze. Scienziati e filosofi non possono descrivere il mondo in modo oggettivo. Non è infatti possibile sanare il disaccordo tra le sensazioni di persone diverse. La verità è dunque un momento di soggettività e non esiste qualcosa a cui ci si deve conformare. Cade quindi il ruolo del filosofo quale indagatore, scopritore e della realtà ultima. La verità consiste nel rapporto che ogni uomo instaura di volta in volta con i fatti. Per di più, essi negano anche il fondamentale principio di non contraddizione, scartandolo come irrilevante.
A questo punto come si può scegliere il discorso vero tra tanti discorsi?
La risposta del sofista è che in realtà non esiste il discorso vero, ma sono tutti veri e falsi nell’ ottica della visione personale. Tutti discorsi (logoi) hanno pari valore di verità sul piano ontologico, quindi il discorso migliore è quello che convince di più. È bene notare che i sofisti non negano la realtà esterna, ma sanciscono solo l’inconoscibilità dei principi primi. Gorgia arriverà ad esacerbare il rapporto tra la realtà e la conoscenza dei principi primi sostenendo che:

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1. Nulla esiste;
2. Se anche esistesse qualcosa non sarebbe comprensibile all’uomo;
3. Se anche fosse comprensibile, sarebbe incomunicabile.

Nonostante alcuni sofisti, che esasperano il rapporto tra linguaggio e la definizione dei principi primi, lo fanno in modo provocatorio, mettono comunque in luce una problematicità che, da questo momento in avanti, non potrà più essere trascurata. La spaccatura tra parole e cose rende vano ogni discorso sulla verità, intesa come conformità tra logos e realtà. Non è quindi possibile, neanche attraverso la ragione, stabilire un rapporto saldo con il mondo esterno. Non esistono significati belli e pronti o verità ultime da scoprire, ma ognuno deve costruirseli di volta in volta. Il logos non è verità, ma serve a dare significato ad una realtà indifferente. Il linguaggio è quindi ciò che fondamentalmente va a costituire il senso della vita umana. Lo scopo dei sofisti era quello di prevalere nei discorsi, di diventare abili nell’arte del convincimento e nel “rendere forte il discorso più debole”. Lo studio del linguaggio diventa centrale nella preparazione dei sofisti:

1. Retorica;
2. Poesia;
3. Grammatica;
4. Eristica.

Queste discipline si contrappongono agli studi più spiccatamente scientifici dei filosofi che indagano la realtà ultima. Si intuisce che dai due differenti approcci al problema della conoscenza, nasca una diversa specificità in ambito culturale. Infatti, l’arte dei sofisti troverà applicazioni concrete nella politica, nei tribunali, nello spettacolo, nell’arte (soprattutto quella legata alle parole) mentre i “ricercatori dei principi primi” svilupperanno forme di conoscenza quali la filosofia analitica, la scienza e la medicina, la matematica e la teologia.
I filosofi tradizionali pensavano che la formazione fosse destinata solo a persone di nobile stirpe che non avrebbero dovuto lavorare per vivere e a cui sarebbe stata tramandata la conoscenza da generazione in generazione. Solo l’esempio dei padri unito ad un percorso educativo tradizionale possono assicurare un’educazione che renda gli uomini virtuosi. L’ ordine sociale serve a mantenere la capacità di tramandare ed arricchire il sapere, mentre il popolo e gli schiavi devono svolgere il lavoro materiale, necessario al sostentamento della vita della città stato.
I sofisti, invece, giustificati dalla loro concezione della realtà, introdurranno per la prima volta il concetto di educatore per professione. L’insegnate può servire chiunque, ed in qualsiasi luogo, purché pagato. Questa nuova attività, gli valse il non gratificante appellativo di “prostituti del sapere”. Per di più, non operando in una sola città, ma spostandosi su in più territori, essi si rendono conto che i valori di una città erano diversi da quelli delle altre. Perciò tendono a relativizzare anche le tradizioni e i valori più antichi. Si spinsero fino al punto di umanizzare le divinità o di negarne addirittura l’esistenza. Questo fece si che fossero più volte accusati di corrompere i giovani. In alcuni casi, dovettero anche pagare queste accuse con l’esilio o con la morte.
Platone ed Aristotele, contemporanei dei sofisti, li arginano in modi diversi. Platone erede di Parmenide, accoglie comunque le innovazioni sofistiche rendendo meno dicotomico il rapporto tra essere e non essere. Postulando una serie di gradazioni che vanno dal mondo dei principi a quello delle idee fino a quello della realtà percepita, il nostro si pone a metà strada tra la dottrina Parmenidea e quella dei sofisti.
Aristotele invece, esclude a priori il problema perché, secondo lui, i sofisti, non indagando i principi primi, non possono essere definiti filosofi e quindi va da se che non è necessario neanche confutare le loro tesi che comunque sono frutto di errori logici e paralogismi.
I sofisti, disprezzati e derisi, per lungo tempo sono stati oggi rivalutati per via del loro legame con le problematiche filosofiche dei nostri giorni. Il nesso con la modernità è rintracciabile nella negazione dei seguenti principi, che sono i fondamenti di qualsiasi teoria della conoscenza:

1. Il valore dell’Universale;
2. La normatività scientifica dell’etica e della politica;
3. La stabilità del soggetto e dell’oggetto.