La mente non sei tu

Marco: «Un mio amico buddhista sostiene che si possa arrivare in uno stato in cui siamo completamente liberi dalla sofferenza. Egli afferma che, raggiungendo il controllo completo della mente, siamo affrancati da qualsiasi legame. Questo si ottiene con la pratica indicata nelle scritture buddhiste».

Nabla: «In verità, nel nostro mondo non esiste mai “la cessazione della sofferenza”. Può esistere però l’attenuazione della sofferenza. La mente deve essere resa più forte, possiamo e dobbiamo diventarne i padroni, ma ci sono degli aspetti dell’esistenza che non abbiamo la possibilità di controllare. La sofferenza mentale non si può mai eliminare completamente. Seppur riuscissimo ad eliminarla, rimarrebbe la minaccia di quella fisica. Non esiste la liberazione completa dal mondo esterno, esiste un modo diverso di vivere, tuttavia sempre uomini attaccati al nostro contesto sociale e naturale restiamo. Se chiudiamo gli occhi a questo, il karma ci colpisce con un colpo che viene dall’esterno. Il mondo non è solo nella nostra testa, è sia nella mente che fuori. Soltanto chi vede il mondo racchiuso nel fenomeno mentale, può pensare di emanciparsi completamente dalla sofferenza con il controllo della mente. È importante comprendere che il prezzo da pagare non dovrebbe essere quello di vivere in uno stato di coma mentale. La differenza maggiore tra una pietra e l’uomo, è la mente stessa. Diventare pietre non è certamente la soluzione. Lo stesso Buddha è stato molto lontano dalla staticità dei sassi e, senza il pensiero, non ci sarebbe buddhismo. Non è il Buddha che ha insegnato a chiudere gli occhi al mondo, sono alcune interpretazioni idealiste del buddhismo che hanno travisato l’insegnamento del maestro. Il problema delle correnti idealiste del buddhismo è che riducono il mondo alla mente stessa, senza tener conto dell’esterno. Noi siamo esploratori di noi stessi e del mondo: esso non si esaurisce né nel cosmo, né nell’interiorità, è entrambi, è in entrambi. Non scappiamo dalla vita: è nella vita stessa che bisogna attraversare il mondo dentro e fuori di noi».

Marco: «Allora perché dobbiamo cercare di controllare la mente se non può esserci un affrancamento completo?».

Nabla: «”La mente non sei tu, ma è un tuo strumento
al pari degli stessi cinque sensi.
Puoi utilizzarla e puoi, a tuo piacimento,
trascenderla all’istante in cui non pensi.
Mente sovrana e tu, meschino schiavo,
ti sottometti a lei, fino a sparire.
Cullato in questo atteggiamento ignavo,
la mente ti impedisce di reagire.
Sei solo un ombra e segui il tuo padrone
che ti ha usurpato il trono del successo.
Lei banchetta da te, suo anfitrione
ignaro e alle sue voglie sottomesso.
Galleggia sulla vita come il loto
e induci la tua mente a scomparire,
lasciando dentro te uno spazio vuoto
permeato dal tuo nuovo divenire.
Fanne il passaggio verso l’Assoluto,
non farti usare e rendila passiva.
Calma la mente e scopriti perduto
nel Mare che non tocca mai la riva.”
(Sutra Indiani)

Noi siamo spesso schiavi della nostra mente, riusciamo raramente a dominarla appieno. Ci lasciamo trascinare dai capricci della mente come una carrozza che viene trainata da dei cavalli senza auriga. Non riusciamo mai a separare realtà e mente, coscienza e inconscio: la nostra esistenza si esaurisce in un vago e confuso flusso di coscienza; il nostro “io” è un pezzo di legno che ondeggia sulle acque della mente in tempesta. Tuttavia, un flusso mentale travolgente può bruciare l’esistenza. È importante notare che noi non siamo la nostra mente, ma è lei che appartiene a noi. Se prende il sopravvento, anziché essere fonte di vita, essa diventa un parassita che assorbe tutte le nostre energie. Invece, se riuscissimo a far diventare la mente come la superficie di un lago senza increspature, allora potremmo trarne giovamento, senza identificarci con essa o seguirla come degli schiavi. Essa dovrebbe essere il marinaio che ci aiuta a sbrogliare i nodi della vita, ma se i pensieri si affollano come orde di insetti, come possiamo scegliere? Come possiamo vivere? E allora:

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Vien dietro a me, e lascia dir le genti:
sta come torre ferma, che non crolla
già mai la cima per soffiar di venti;
ché sempre l’omo in cui pensier rampolla
sovra pensier, da sé dilunga il segno,
perché la foga l’un de l’altro insolla.
(Dante Alighieri, Purgatorio V )

Lo stesso Virgilio ha consigliato a Dante di mettere degli argini al flusso dei pensieri. Lasciando da parte il talento ineguagliabile di Dante, chi non ha un minimo di padronanza della propria mente non può nemmeno leggere testi che impegnano a livello intellettivo. Ci sono persone molto intelligenti, che però non hanno alcuna capacità di controllo del flusso mentale e così non riescono a raggiungere la concentrazione intellettuale, che è la prima e la più banale fase di controllo della mente.
Nella filosofia yoga si dice che la mente è un grande servitore, ma una pessima padrona.Lo yoga identifica cinque stati della coscienza che sono legati al controllo della mente:

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1) Instabile;
2) Confusa, oscura;
3) Stabile ed instabile;
4) Fissata su un solo punto;
5) Completamente frenata.

Le prime due modalità sono comuni a tutti gli uomini che non hanno alcun controllo sulla loro mente. Il terzo stadio si ottiene con la concentrazione intellettuale. Gli stati mentali più instabili sono quelli che provocano più dolore e sofferenza. In questa condizione, la mente è un fardello e non una preziosa gemma da custodire. Nel terzo stadio iniziamo a farla lavorare come dovrebbe: siamo noi che prendiamo le redini e lei inizia a servirci. La mente si focalizza sull’attività intellettuale e ciò consente di fermare temporaneamente il flusso delle onde che la agitano. Gli ultimi due stadi sono propri dello yoga più elevato. La concentrazione su un solo punto permette di iniziare ad essere completamente padroni della propria mente. Ci si concentra su un solo pensiero, oscurando tutti gli altri pensieri. È come se avessi una rete piena di pesci e ne prendessi uno solo, guardandolo attentamente. Nell’ultima forma si ha il perfetto distacco dalla mente e tutti i pensieri possono essere osservati senza il minimo coinvolgimento personale fino a che svaniranno spontaneamente. A questo punto, la nostra compagna sarà completamente libera e svuotata, anche se la persona è cosciente e presente a se stessa. La mente addomesticata è come la superficie piatta di un lago che non è agitata dal vento che dall’esterno soffia impetuoso».

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“Come il fabbro raddrizza una freccia, così il saggio governa i suoi pensieri, per loro natura instabili, irrequieti e difficili da controllare. I pensieri fremono e si dibattono come pesci tolti alla loro dimora liquida e gettati sulla terraferma. La padronanza della propria mente, ribelle, capricciosa e vagabonda è la via verso la felicità” Dhammapada

2 Comments

  1. pietro 1 Novembre 2011
  2. nabladue 6 Novembre 2011

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