Tutte le strade passano per Delfi

Marco: «Mi pare che la nostra società abbia creato la più grande fonte di droghe mentali che sia mai esistita. Le sostanze vengono distribuite su scala mondiale, in format preconfezionati ed internazionali. I consumatori sono sempre in uno stato di dipendenza cronico. Ciò che più conta per loro, non è vivere, ma distrarsi: trovare qualcosa che non faccia pensare, che permetta di rimanere incoscienti. Di modi per ubriacarsi di indolenza e passività ce ne sono moltissimi: passare pomeriggi e serate a bere nei pub (vedi paesi anglosassoni), rimanere giornate davanti ad un schermo urlando e strepitando per nulla, fare compere inutili, perdersi in chiacchiere vane e vuote. In altri casi, la vita viene vissuta in funzione dell’uscita serale o della vacanza estiva, mentre ci si dimentica di vivere giorno per giorno, dando valore al singolo momento. La stessa televisione, che potrebbe essere un grande strumento di conoscenza, ed in parte lo è sicuramente,

è più frequentemente utilizzata per dare in pasto al “popolo” delle pillole che stordiscano.

Non sono uno di quelli che vede le epoche del passato come paradisi terrestri e penso che il fardello delle droghe mentali sia sempre esistito. Non riesco però a comprendere la causa

di questa malattia».

Nabla: «La mente senza controllo è piena di ansie e angosce. Il commercio sfrutta due demoni terribili per l’uomo: il terrore della noia e l’insoddisfazione inscritta nel codice della natura umana. Se non ci fosse la noia, molti dei cosiddetti “divertimenti” non avrebbero senso di esistere. Il problema è che la noia è uno stato interiore. Essa è certamente legata anche alle circostanze esterne, tuttavia dipende soprattutto dalla condizione psichica e mentale dell’individuo. Ci sono persone che possono soddisfare moltissimi desideri e voglie, ciò nonostante sembra che siano sempre sommersi dal mare della noia. L’atteggiamento nevrotico di alcuni, anziché essere espressione di una grande energia vitale e voglia di fare, in molti casi, nasconde una fuga dall’insoddisfazione e dal tedio della vita quotidiana. In realtà è un vegetare in modo dinamico: il corpo sembra molto attivo, eppure l’anima è indolente apatica ed insensibile. Ed è a questo punto che la mente cerca di colmare il vuoto interiore ricorrendo a “sostanze narcotizzanti”».

Marco: «Pensi che in tal modo si possa risolvere il problema?».

Nabla: «Speranza vana! Possiamo mettere un cerotto alle nostre più grandi ferite, ma se non le curiamo realmente, esse vanno in cancrena e tornano a colpirci nuovamente e più infettate di prima. Il problema è che scegliamo sempre la “pillola blu”, il vivere in-autentico. Infatti, per un senso di ribellione verso la natura e nei confronti della nostra stessa essenza, invece di accettare la vita per quello che è, fuggiamo a bere l’acqua della dimenticanza e dell’illusione. Ma la fuga ha un prezzo da pagare: l’inconsapevolezza. Tale meccanismo di difesa ci porta a non

vivere veramente e a soffrire senza neanche rendercene conto. Questo è il velo di Maya: l’inconsapevolezza, la fuga dalla realtà e da noi stessi. L’inconsapevolezza deriva dalla paura di

capire chi siamo, di comprendere la nostra stessa esistenza.

E così pur di non conoscere noi stessi siamo disposti a fare e a dire di tutto. Preferiamo sempre ingannarci o adagiarci su comode certezze illusorie. In tal modo, andiamo ad aggiungere sofferenza su sofferenza, perché la nostra visione del mondo non è autentica».

Marco: «A questo punto mi chiedo se ci sia il modo di liberarsi da queste catene opprimenti».

Nabla: «Fortunatamente c’è sempre una possibilità di guarigione per chi è disposto a prendere la “pillola rossa”. La cura è in un motto greco iscritto sul tempio dell’oracolo di

Delfi: “conosci te stesso”. I saggi greci hanno compreso che l’uomo coincide con la sua interiorità, e così hanno reso possibile un grande balzo in avanti nella catena evolutiva umana.

Successivamente, Socrate farà del “conosci te stesso” un cardine del suo pensiero, l’unico approdo stabile della sua mobile filosofia. Da questa formula derivano altri due aspetti fondamentali del pensiero socratico:

Conoscere se stessi significa anche conoscere i propri limiti. Non possiamo essere felici se non ci accettiamo con tutti i nostri limiti. Questo non significa che non sia nostro dovere tentare di migliorarci, ma è proprio partendo dalla consapevolezza dei limiti, che possiamo superarli o accettarli come insormontabili.

Conoscere se stessi è anche occuparsi di ciò che ci compete. Ognuno deve fare quello che gli riesce meglio. Bisogna seguire le proprie attitudini, valorizzare le proprie capacità ed una società giusta dovrebbe permettere alle persone di fare ciò per cui sono nate. Quindi, prima di tutto bisognerebbe non essere bruti; e poi si può essere bravi medici, artigiani, ingegneri, operai, tecnici, insegnanti, svolgendo il proprio lavoro con dedizione e passione.

Insomma, il vivere diventa autentico quando abbracciamo un progetto di vita che ci permette di arrivare ad una profonda intimità con il nostro sé interiore. In questo modo non siamo dispersi in mille inutili attività, ma assumiamo un atteggiamento stabile e orientato alla creatività, all’esplorazione del mondo ed alla crescita interiore. È importante recuperare la dimensione creativa dell’esistenza. Non è necessario essere geni o avere doti soprannaturali. Partiamo da noi stessi: creiamo una nuova visione prospettica del mondo. E così invece del passatempo avremo una vera passione, un amore.

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