Buddha Siddhartha Gautama

«Il bramino Dona vide il Buddha seduto sotto un albero e fu tanto colpito dall’aura consapevole e serena che emanava, nonché dallo splendore del suo aspetto, che gli chiese:
– Sei per caso un dio?
– No, brâhmana, non sono un dio.
– Allora sei un angelo?
– No davvero, brâhmana.
– Allora sei uno spirito?
– No, non sono uno spirito.
– E allora, che cosa sei?
– Io sono sveglio.»
(Anguttara Nikaya)

Indice

  1. L’ illuminazione e la via del giusto mezzo
  2. Le nobili verità e i precetti fondamentali
  3. La vita del principe Siddhartha
  4. Platone
  5. L’ amore buddhista

Introduzione al Buddismo

Il Buddismo afferma: “Cercale la Via significa arrivare alla cessazione del dolore nella vita, non fuggire la vita. Certo, poco otterremmo se avvolgessimo il nostro corpo negli agi, come fanno coloro che vivono per i piaceri dei sensi, ma neppure maltrattare il corpo ha qualche utilità.”

Ci sono due tipi di sofferenza per il buddhismo: una è legata intrinsecamente alla condizione umana, l’atra è indotta dalla mente. La sofferenza dovuta alla condizione esistenziale umana è causata da: malattia, vecchiaia, nascita e morte. La non accettazione o la cattiva comprensione di questa sofferenza fa nascere altra sofferenza. Questa è sofferenza causata agli uomini da altri uomini. Ira, odio, orgoglio, passione, invidia, paura, arroganza, gelosia e avidità generano sofferenza. Esse nascono dall’ ignoranza (nescienza). Per il Buddismo Solo la consapevolezza, intesa come esperienza diretta e non come conoscenza intellettuale, può allontanare questi stati mentali negativi.

Per il buddismo non serve maltrattare il corpo, perché esiste una intrinseca unità di mente e corpo. Infatti, tutti gli atomi dell’universo sono interconnessi tra loro. Questa è la verità della natura interdipendente e priva di un sé di tutte le cose. Buddha ha compreso che nessuna cosa ha un sé separato dal resto dell’universo. L’assenza di uno solo, tra i fenomeni dell’universo, rende impossibile l’esistenza di tutti gli altri. Tutti i fenomeni sono dipendenti tra loro per il buddismo. L’assenza di un sé separato fa si che le cose possano evolversi, nascere e morire. La morte di una cosa permette la nascita di un’altra. Per questo, molti mondi vengono creati e tanti altri distrutti. Non c’è nulla di separato ed eterno: la vita di un essere dipende da quella di tutti gli altri. Dunque, ogni cosa è costituita da aggregati impermaneti e ogni essere nasce da altri esseri e fa nascere altri esseri (pensiamo anche al ciclo del carbonio).

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Un detto del buddismo sostiene afferma che: un granello di sabbia contiene in sé tutto l’universo. Le due entità universo e granello non sono indipendenti l’una dall’altra: esiste una perché esiste anche l’altra. Il concetto di non essere è falso tanto quello di essere. Infatti, le cose esistono (sono) ma non hanno origine e vita indipendente da tutto il resto (non sono indipendentemente dalle altre cose).
Le percezioni non accurate distorcono la realtà, fanno sembrare permanete ciò che è impermanente; fanno sembrare dotato di un sé, ciò che in realtà ne è privo; fanno sembrare diviso ciò che è unito. Quindi accettare la vita significa accettare l’impermanenza di tutte le cose e l’assenza di un sé. Una volta capito ciò, si esce dalla rete dell’ignoranza e delle visioni scorrette e si trascendono le categorie dell’intelletto umano. Il buddista illuminato vede che non c’è né nascita né morte, né creazione né distruzione, né uno né molti, né dentro né fuori , né grande né piccolo, né puro né impuro.
Dall’ignoranza nasce la nozione di “Io”. Dall’io nasce “l’altro” (il separato da me). E da questa dicotomia sorgono gli stati mentali negativi che portano l’io a cercare di sopraffare gli altri. Quindi, nascono i desideri, l’attaccamento, il tentativo di contrastare il divenire. Invece, non esistendo più la distinzione tra soggetto ed oggetto, tra un sé ed un altro sé, cade anche quella di io e nasce un immenso amore per tutti gli esseri.
La meditazione per Buddha è la pratica per ottenere la realizzazione. È il mezzo che permette di unificare mente, corpo e respiro.
Per questo i buddisti meditano a lungo e ritengono la meditazione una pratica religiosa.

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Buddha negò l’esistenza delle caste. Gli uomini nascono senza caste per il buddismo. Non esistono distinzioni tra gli uomini. Essi hanno pari diritti. Soprattutto, non ci sono differenze etniche o basate sulla provenienza (la filosofia occidentale non è ancora arrivata a questo traguardo).
Ovviamente delle distinzioni venivano introdotte anche nel buddismo. L’elevazione spirituale è il metro di giudizio. Ma questo non va mai ad intaccare la dignità degli uomini e non conferisce privilegi particolari a nessuno. Lo stesso Buddha deve mendicare, pulire per terra e, se necessario, servire altre persone. Ad esempio si narra che il Buddha abbia aiutato un intoccabile, il cui lavoro era gettare rifiuti ed escrementi, a lavarsi. La differenziazione sussiste all’interno comunità di monaci buddisti, il Sangha. Come ogni comunità, esso ha una struttura gerarchica basata sui meriti dei bhikkhu (monaci). In altri termini, si ha un’ organizzazione meritocratica della società di monaci buddisti. Viene introdotta una procedura di ordinamento. Prima di tutto occorre radere barba e capelli dell’aspirante bikhhu. Successivamente, bisogna consegnargli l’abito ed insegnarli come indossarlo. Indossato l’abito, egli scoprirà la spalla destra e si inginocchierà davanti al monaco buddista che lo ordina. Allora, unirà le mani in forma di bocciolo di loto e pronuncierà tre volte: “prendo rifugio nel Buddha,colui che mi indica la via in questa vita. Prendo rifugio nel Dharma,la via della comprensione e dell’amore. Prendo rifugio nel Sangha, la comunità che vive in armonia e consapevolezza.”

Anche i vecchi maestri del Buddha (quando ancora era il principe Siddharta decidono di diventare buddisti. I monaci buddisti che seguono il dharma diventano sempre più numerosi. Essi si radunavano in un luogo comune all’inizio della stagione delle piogge. Per tre mesi vivevano in questo luogo, che spesso era donato o costruito appositamente da re o ricchi mercanti che seguivano la Via laicamente.
La questua era il modo dei buddisti per procurasi il cibo. Mendicare è un atto che aiuta a sviluppare l’umiltà, a capire che tutte le persone sono uguali. La sveglia suonava alle quattro di mattino. Il pasto andava consumato prima di mezzogiorno e, dopo quest’ora, non si poteva più mangiare nel buddismo tradizionale. Di norma, i pasti vanno consumati in silenzio. Inoltre, studio e pratica sono intensi. La vita nei monasteri buddhisti è scandita da regole e cerimonie ferree che permettono alla comunità buddista di vivere in armonia. Chi non accetta le regole o le infrange ripetutamente, senza impegnarsi nella pratica, viene espulso dalla comunità.
Per il buddhismo bisogna liberarsi dell’attaccamento alle emozioni ordinarie. Gli oggetti che ci fanno entrare in contatto con il mondo esterno sono ingannevoli. Fanno nascere le sensazioni che bruciano nelle fiamme del desiderio, dell’odio e dell’illusione. Non bisogna rimanere schiavi degli organi senso, dei sei oggetti sensoriali e dalle coscienze sensoriali. Le sensazioni sono piacevoli, spiacevoli e neutre. In realtà, tutte e tre sono da evitare perché portano a considerare permanente ciò che è impermante ed a rimanere impigliati nella trappola dei desideri. Vedere l’impermanenza e l’interdipendenza di tutti i Dharma, in modo da uscire dal ciclo della schiavitù di nascita e morte. Nella via del buddismo preghiere, sacrifici e offerte non sono sufficienti a liberare dalla sofferenza. Bisogna praticare, conoscere, comprendere in prima persona.

Per il buddismo bisogna dedicarsi allo sviluppo di comprensione e amore e la felicità è data dal raggiungimento della virtù. Il buddismo non è una dottrina teorica, ma una via che conduce ad una crescita spirituale: è fortemente pragmatica e frutto dell’esperienza diretta. Dunque, non teoria, ma esperienza diretta della realtà. La filosofia è utile per la comprensione, ma non bisogna rimanere intrappolati nella rete delle teorie o in problemi troppo difficili da risolvere. Per questo motivo, il Buddha si rifiutava di rispondere a domande metafisiche del tipo: l’universo è finito o infinito? Temporale od eterno? Qual è la sua essenza?

Le dottrine medesime possono generare altra ignoranza, il dogmatismo è da evitare. Infatti, l’attaccamento alle opinioni è dannoso e provoca conflitti e guerre. Inoltre, l’attaccamento alle proprie opinioni, ostacola la ricerca della verità perché non permette di vedere altre posizioni. Anche in riferimento alla propria dottrina, il Buddha affermava che, questa, fosse come una barca con cui attraversare un fiume; arrivati sull’altra sponda bisogna lasciare la barca e proseguire a piedi. Essa sarebbe d’impaccio sulla terra. Stolto è chi va per terra portandosi dietro la barca.

Andiamo ad un altre importante concetto, che ha affascinato le menti dei più grandi filosofi e poeti occidentali. Che ruolo ha per il buddismo la bellezza? La vera comprensione è al di là della bellezza e della bruttezza. La bellezza è legata ai cinque aggregati e quindi al mondo dell’impermanenza: essa svanisce. Per di più, può distrarre il monaco buddista dalla pratica e non c’è distrazione maggiore della bellezza di una donna. Quando si ha la vera consapevolezza il bello e il brutto esistono ancora, ma non si è legati ad ognuno dei due. A quel punto né la bellezza affascina né la bruttezza repelle. L’unica bellezza che va contemplata è quella di un cuore compassionevole. Dunque, la bellezza va contemplata con lo stesso distacco con cui si vivono sensazioni piacevoli e spiacevoli. Nel buddismo il brutto e il bello, le sensazioni piacevoli e spiacevoli sono tutti figli della stessa madre e, come tali, non bisogna farsi ingannare da essi. Bisogna comunque aggiungere che Buddha apprezzava molto la bellezza della natura.

La visione dell’amore è simile a quella di Platone. Ci sono vari tipi di amore. L’amore passionale, al pari della filosofia platonica, è condannato. Esso genera attaccamento, possessività e stati mentali negativi. L’amore vero è quello che si basa su compassione e gentilezza e che non ha le sue radici nell’attaccamento. Quello vero è l’ amore per tutti gli esseri, indipendentemente dalle discriminazioni di “mio” e “tuo”. L’amore deve andare al di là dei confini della famiglia, di una città, di un popolo o della condivisione di una fede. Solo amando gli altri, si dà pace e si riceve pace. L’ amore buddista non è desiderio di possesso, ma deve portare gioia e serenità all’amato. Infatti, l’amore è comprensione: sforzarsi di comprendere le altre persone e le loro esigenze e non cercare di piegarli ai nostri servigi. Il dolore che proviene dal desiderio e dall’amore passionale genera odio e invidia. Il dolore che proviene dalla compassione non porta comunque amarezza.
La realizzazione spirituale non dipende dall’età o dal tempo trascorso nella pratica. Un giovane potrebbe crescere spiritualmente più di un anziano che ha praticato tutta la vita. Per il buddismo la realizzazione dipende dalla persona stessa e non da fattori contingenti.

Un altro importante aspetto del buddismo è quello di dimorare nel presente in presenza mentale. Bisogna vivere il presente. La nostra mente, spesso, ricorda il passato o sogna il futuro. Durante questo periodo noi non viviamo. Non siamo in contatto con noi stessi. Avere la consapevolezza del presente è l’unico modo per vivere per il buddismo. Le azione vanno eseguite con consapevolezza e concentrazione, come se, in quel momento, fossero tutto ciò per cui stiamo vivendo. Una mente distratta e dispersa non è in contatto con la vita. A questo precetto buddista è legato anche il tema caro a Socrate del Conosci te stesso. Tutto parte dalla conoscenza dell’uomo e di se stessi.

“Suonare il flauto non dipende soltanto dall’esercizio. Se oggi suono il flauto meglio che in passato è perché ho trovato il mio vero sé. Non puoi raggiungere le sublimi vette dell’arte se prima non scopri l’insuperabile bellezza del tuo cuore. Se vuoi suonare il flauto in modo eccellente, devi trovare il tuo vero sé percorrendo la Via del Risveglio”.

Le nobili verità e i precetti fondamentali

Il Buddhismo Theravada è la più antica scuola buddhista tra quelle tuttora esistenti, originata da una delle prime e più importanti scuole nate dall’insegnamento del Buddha.

Testi sacri:

Sembra che la lingua del Buddha fosse il Magadhi. I primi testi dagli allievi della scuola Buddista Theravada sono stati scritti nello Sri Lanka intorno al 30 a.C. in lingua Pali (un lingua simile al sanscrito) dando origine al Canone Pali.
Questi scritti del buddismo si possono dividere in tre categorie, i cui fogli dei primi manoscritti, originariamente consistenti in foglie di palma, erano conservati in tre canestri, donde il nome collettivo (tipitaka o tripitaka in sanscrito).

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Il primo canestro del buddismo, il Vinaya Pitaka è la disciplina monastica, contenente le regole dell’ordine e le procedure da seguirsi in caso di infrazione da parte di un monaco buddista, insieme al resoconto delle circostanze che hanno portato alla promulgazione di ciascuna regola;

Il secondo canestro del buddismo, il Sutta Pitaka, contiene resoconti della vita e degli insegnamenti del Buddha. Il Sutta Pitaka è a sua volta suddiviso nei cinque Nikaya.

Il terzo canestro del buddismo è l’Abhidhamma Pitaka ed è una raccolta di testi che elaborano ulteriormente diversi concetti e tesi della dottrina presentati nel Sutta Pitaka, giungendo ad una loro trattazione filosofico-metafisica del buddismo.

Parole fondamentali del Buddismo:

Bhikkhu – monaci che seguono l’insegnamento del Buddha.
Arhat – sono coloro che hanno raggiunto il pieno risveglio spirituale.
Samsara – la dottrina inerente al ciclo di vita, morte e rinascita. È talora raffigurato come una ruota che è presente in tutti i monasteri buddisti.
In senso lato viene ad indicare anche “l’oceano dell’esistenza”, la vita terrena, il mondo materiale, che è permeato di dolore e di sofferenza, ed è, soprattutto, insustanziale: infatti, il mondo quale noi lo vediamo e nel quale viviamo, altro non è che miraggio, illusione (in sanscrito maya). Immerso in questa illusione, l’uomo è afflitto quindi da una sorta di ignoranza metafisica (avidya), ossia da una visione inadeguata della vita terrena e di quella ultraterrena: tale ignoranza conduce l’uomo ad agire trattenendolo così nel samsara in un ciclo di nascita e morte senza fine.

I tre rifugi:

Buddha – Il risvegliato è colui che indica la Via. Egli conosce la natura della vita e dell’universo e non è più vincolato da illusione, paura, ira, desidero o stati mentali negativi. Egli ha superato il ciclo di nascita e morte.

Dharma – sentiero che conduca la risveglio, la Via che conduce alla libertà, alla pace ed alla gioia. Grazie ad esso siamo in grado di amare tutti gli esseri.

Sangha – comunità di bhikkhu che seguono il Dharma. Il Sangha permette ai bikkhui di unirsi e di non rimanere isolati nel loro sforzo di raggiungere il risveglio.

Percorso dei monaci buddisti

  1. Controllo dei sei organi di senso: occhi, orecchie, naso, lingua, corpo e mente.
  2. Controllo dei sei oggetti dei sensi: forma, suono, odore, gusto, oggetti tattili e oggetti mentali.
  3. Controllo delle sei coscienze: coscienza della vista, dell’udito, dell’odorato, del gusto,della sensazione e del desiderio.
  4. Insegna agli altri come evitare afflizioni del corpo e della mente
  5. Evitare desideri di fama, ricchezza, piacere sessuale e luoghi come taverne e tetri.

  6. Sa apprezzare la gioia e pace nella meditazione.
  7. I 16 modi di respirare consapevolmente
  8. Quattro Nobili verità
  9. Quattro fondamenti della consapevolezza
  10. Coltivare il rapporto con la comunità laica che supporta i bhikkhu con le donazioni.
  11. Apprendere dalla saggezza e dall’esperienza dei più anziani.

Quattro Nobili verità del buddhismo

  1. Prima nobile verità del buddismo: l’esistenza della sofferenza. Nascita, vecchiaia, malattia e morte generano dolore. Separazione da ciò che si ama, , unione con ciò che si odia cioè il desiderio e l’avversione generano ulteriore sofferenza
  2. .

  3. Seconda nobile verità del buddismo: esistono le cause della sofferenza. L’ ignoranza causa la sofferenza. A causa di essa, gli uomini si fanno imprigionare negli stati mentali negativi. Questo causa altra sofferenza a se stessi ed agli altri.
  4. Terza nobile verità del buddismo: esiste il modo per far cessare la sofferenza. La corretta comprensione della realtà porta alla cessazione della sofferenza.
  5. Quarta nobile verità del buddismo: la verità che conduce alla cessazione della sofferenza. Il Nobile Ottuplice sentiero conduce alla cessazione della sofferenza. Dopo la cessazione della sofferenza, si ottengono pace e gioia.
    Il Nirvana è la liberazione dalla sofferenza.

Nobilte ottuplice sentiero del buddhismo ariyamarga

  1. Retta comprensione
  2. Retto pensiero
  3. Retta parola
  4. Retta azione
  5. Retti mezzi di sussistenza
  6. Retto sforzo
  7. Retta presenza mentale
  8. Retta concentrazione

Il Nobile Ottuplice sentiero buddista consente di ottenere la comprensione. Dalla comprensione nascono tutte le altre “strade” del sentiero buddista. La Comprensione stessa si ottiene solo con la concentrazione che, sua volta, è figlia della presenza mentale. Essa è il punto di partanza del Dharma. La Via è per tutti, dotti e analfabeti, ricchi e poveri, intelligenti e meno intelligenti. Se non c’è consapevolezza, non c’è realtà, non c’è vita. Vivere con consapevolezza nel presente. Infatti,la via è già negli esseri, non va cercata esternamente, bisogna solo farla emergere con la presenza mentale. La presenza mentale richiede consapevolezza. Per capire quanto sia importante questo concetto nella Via, basti dire che La via si chiama,oltre che “del risveglio”, “via della consapevolezza”. Consapevolezza sognifica rendersi conto della sofferenza, ma non vedere solo la sofferenza. Infatti, bisogna saper cogliere le meraviglie della vita. La sofferenza è una faccia della medaglia, la meraviglia è l’altra. Per raggiungere questo, i monaci devono vivere in modo semplice ed umile. Essi non possono possedere oggetti o danaro, chiedono l’elemosina e mangiano solo una volta al giorno.

Le donne vennero ammesse nel Sangha dopo molte insistenze. Il Buddha aveva chiesto di aspettare per due motivi. Il primo è che avrebbero potuto essere una tentazione per i monaci buddisti. Il secondo è che la società non era ancora pronta ad accettare che le donne potessero divenire delle guide spirituali. Per capire che impatto avrebbe potuto avere in una società di 2500 anni fa, pensiamo che in Occidente le donne hanno ottenuto il diritto di votare, nelle più avanzate democrazie di tutto il mondo, in questo secolo. E ad esempio nella chiesa Cattolica le donne non possono ancora ufficiare messa.

Tornando al buddismo, il primo problema fu risolto costruendo dei monasteri di sole donne. Il secondo, fu attenuato con otto regole che dettavano la pratica monastica delle donne. Queste regole sono:

  1. Le monache (bhikkhuni ) devono essere deferenti nei confronti dei monaci (bhikkhu).
  2. Le monache devono trascorrere il ritiro in un centro diverso da quello dei monaci, ma che sia comunque nelle vicinanze di esso.
  3. Due volte al mese un bhikkhu si righerà al centro e darà loro insegnamenti e consigli nella pratica.
  4. Al termine del ritiro delle piogge, le monache devono presentare un resoconto delle loro attività nella cerimonia del Pavarana.
  5. Ogni volta che una bhikkhuni infranga un precetto lo deve confessare davanti all’assemblea dei monaci buddisti.
  6. Dopo il noviziato, una bhikkhuni prenda l’ordinazione completa alla presenza dell’assemblea dei monaci buddisti.
  7. Una bhikkhuni non può criticare o riprendere un monaco.
  8. Una bhikkhuni non può dare insegnamenti di Dharma in una comunità di monaci buddisti.

Queste regole, certamente discriminatorie, vennero comunque accettate dalla società laica e la presenza delle donne nel Sangha si consolidò nel corso del tempo.

I laici possono seguire la via rispettando precetti della pratica laica.

I cinque precetti della pratica laica del buddismo

  1. Non uccidere alcun essere vivente.
  2. Non rubare. Non impossessarti delle cose altrui e fa in modo che anche gli altri possano guadagnarsi i propri mezzi di sussistenza.
  3. Retta condotta sessuale: fedeltà al coniuge.
  4. Non mentire.
  5. Astensione dall’uso di alcol e sostanze stimolanti o inebrianti.

Per il buddismo esistono dei laici che, nella misura delle proprie possibilità, fanno del loro meglio onde progredire rapidamente ed efficacemente oltre la via della fine della sofferenza. Costoro si dedicano con regolarità alla generosità, alla vigilanza ed all’applicazione dell’attenzione. Il loro rispetto dei cinque precetti, se non degli otto, è ligio quanto quello dei monaci.

Concludiamo con una frase del Buddha:

Abbandona le cose passate, abbandona le cose avvenire, abbandona ciò che sta in mezzo, quando tendi verso l’altra sponda dell’essere. Se la tua mente è libera in ogni senso, non ritornerai più nel ciclo di nascita e vecchiaia.
Tratto da: Aforismi e frasi buddiste