Frankenstein – Mary Shelley

Mary Shelley scrisse Frankenstein fra il 1816 e il 1817. Entrato nell’immaginario collettivo come mostro tontolone, orribile d’aspetto ma dolce, Frankenstein è in realtà un personaggio complesso, che reca in sé tutte le contraddizioni della modernità.

Frankenstein

Günther Anders ha affermato:
Oggi la nostra capacità di fare è enormemente superiore alla nostra capacità di prevedere gli effetti del nostro fare.

Il romanzo di Mary Shelley può essere racchiuso in questo aforisma del grande filosofo tedesco. Il nostro secolo è il secolo della tecnica, della definitiva emancipazione dell’uomo nei confronti della natura.
Ma cosa accade quando la “creatura tecnologica” si ribella al suo stesso creatore?

Nel 1939, Albert Einstein, assieme ad altri fisici, scrisse una lettera nella quale suggeriva al presidente americano Roosevelt di avviare un programma nucleare per la creazione della bomba atomica.
Lo scopo di Einstein era quello di anticipare i tedeschi nella costruzione degli ordigni nucleari, poiché era convito che se gli Stati Uniti avessero creato per primi la bomba atomica, nessuno l’avrebbe mai usata veramente. Einstein pensava che sarebbe stato sufficiente il solo potere deterrente di quella terribile e potentissima arma. Ma si sbagliava.

Gli ordigni venero sganciati sui civili inermi nell’agosto del 1945 sulle città di Hiroshima e Nagasaki.

Einstein provò orrore per quell’evento e, in seguito, si impegnò in varie campagne contro le armi nucleari.

Frankenstein ci parla proprio di ciò, di come l’avanzamento scientifico e tecnologico, pur essendo fonte di numerosi effetti benefici, può anche produrre veri e propri mostri in grado di distruggere l’umanità stessa: la creazione che si ribella e annienta il suo stesso creatore.

In parallelo viene anche affrontata l’altra tematica principale di questo romanzo, che è la questione della diversità.
L’autrice ci costringe a guardare l’analogia che si crea nella nostra mente tra ciò che è diverso da noi e ciò che consideriamo mostruoso.

In altre parole, perché spesso consideriamo mostruoso ciò che è diverso?

Frankenstein non è il classico libro consolatorio, che permette di adagiarsi su posizioni prestabilite, nette e dicotomiche: è un libro che pone degli interrogativi, che lacera, che divide in due la nostra stessa mente e ci fa provare emozioni contrastanti.

Il romanzo di Mary Shelley ci insegna la complessità. Più conosciamo Frankenstein e più non possiamo fare a meno di comprendere le sue ragioni. È un mostro, è vero. Ha compiuto delitti e abomini, ma questo non lo rende così diverso agli altri uomini che lo hanno isolato, combattuto, osteggiato e cercato di uccidere, solo per il suo aspetto fisico e per la sua diversità.

Ci si chiede spesso durante la lettura: “ma Frankenstein è la vittima o il carnefice?

Temo che questa domanda non abbia una risposta. Temo che l’unica indicazione che ci venga data, sia quella di doverci confrontare con la complessità, con la contraddittorietà intrinseca di certi sviluppi della modernità, della tecnologia e del nostro stesso modo di ragionare.

Oggi (come ieri) viene considerato mostruoso tutto ciò che è diverso. Se gli uomini fossero stati capaci di guardare il cuore di quella creatura, e non si fossero limitati ad osservarne solo l’aspetto fisico orripilante, probabilmente non avrebbero essi stessi creato il mostro, in una sorta di beffarda profezia che si autorealizza.
Una profezia che porterà solo dolore, morte e distruzione nella progredita civiltà umana.

“Ovunque vedo beatitudine dalla quale io solo sono irrevocabilmente escluso. Io ero benevolo e buono; l’infelicità ha fatto di me un demonio…
io dichiarai guerra eterna alla specie umana e soprattutto a colui che mi aveva formato e destinato a questa insopportabile infelicità “

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