La bambina e il filosofo

Non era riuscito ad imprimere una direzione alla sua esistenza, a dare una sostanza ai propri pensieri. Quando aveva perso l’amore, aveva perso tutto. Non era più capace di meravigliarsi; di contemplare la bellezza della sua fragile esistenza. Il suo pensiero si perdeva sempre nel vuoto, nel nulla. Amava Nietzsche, e pensava che finalmente avrebbe liberato l’umanità dalla schiavitù, da Dio. Ma non si accorgeva che, in realtà, la distruzione di una religione comporta sempre la nascita di un’altra. In fondo, cosa sono le parole?

Dei tratti di penna a cui diamo un significato ed un suono. Cambiare i segni e le vibrazioni sonore ad essi associate, non è annullare, ma solo trasportare. Come se, anche le idee, divenendo inchiostro su carta od onde sonore, e avendo bisogno di un mezzo materiale attraverso cui propagarsi, fossero sottoposte alle leggi della fisica e, dunque, “nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma”.
Però ora si sentiva libero, libero da parole opprimenti e dense di oscuri significati. All’inizio quel mondo lo rendeva felice. E così, tornava sempre a se stesso. Si sentiva appagato. Come se quell’universo gli infondesse il senso di sicurezza che la distruzione dei valori, che aveva svalutato e amato annientare, gli aveva tolto. Ciò nonostante, ad un certo momento, iniziò a non bastare più a se stesso. La sua anima era spenta da quella stessa libertà che si era chiusa su se stessa. Ed ora la vita non aveva un senso, poggiava su un profondo vuoto che lo faceva precipitare nell’abisso del nulla. Quel vuoto inghiottiva il suo essere in un baratro che divorava persino la luce che ignara lambiva la sua intimità. E allora i giorni non passavano mai, il tempo era lento, il suo essere semplicemente non era.
Quantomeno ora aveva compreso che Nietzsche era innocente, non era responsabile della “morte di Dio”. Era semplicemente un bravo attore che recitava la sua parte, che leggeva la trame della sua epoca e le tesseva su fogli di carta. Forse iniziò a comprendere, aveva scelto il non essere.

Ignaro di tutto ciò, in quel momento una bambina gli tendeva una mano. Era lì davanti a lui, in carne ed ossa. Gli aveva chiesto che cos’era quello strano oggetto che indossava.
“Un casco, un semplice casco” – rispose.
Non soddisfatta, lo sommerse di domande.
“Ma come fa a camminare senza pedali questa bicicletta?”
Più lui cercava di non rispondere a quelle sciocche domande, più lei era interessata e stupita da quel mondo che iniziava a conoscere e ad ammirare.
Il suo sguardo era una impetuosa onda di vita che lo travolgeva come se fosse una foglia in balia di un forte vento. Allora iniziò a vedere la bellezza di quegli occhi. Di quelle domande. Il vuoto lasciato dalla curiosità, che in passato lo aveva abbandonato, lo fece trasalire. Si spaventò.
Non poteva far altro che seguire il gioco di quella bambina. Non era più padrone del suo sguardo, della sua mente: la doveva seguire. E lei premurosamente lo accompagnava per mano, con la sua ingenuità gli indicava la strada, mentre lo faceva sentire uno sciocco. Si sentiva umiliato da quello sguardo innocente di quella debole figura che avrebbe potuto annientare con facilità, ma che in quel momento, sembrava più forte di qualsiasi altro demone. Si guardò dentro: era spaesato, confuso, sbigottito e non riusciva a capire cosa stesse accadendo. Oramai era nelle sue piccole mani. Lei era la sua guida e lui non poteva far altro che fidarsi. L’umiltà ora sembrava investire il suo orgoglio che non era mai stato così sovrastato come in quel caso e, per di più, da una così fragile figura. Così lei lo travolgeva come un’onda in piena a cui non poteva opporsi. L’unico modo di salvarsi era seguirla. Restò in balia della sua spinta dirompente. Lasciarsi sballottare come un pezzo di legno inerme, senza opporsi era l’unico modo per non essere scaraventato a terra.
Il pensiero lo guardava da lontano, ma non disse nulla. Voleva ribellarsi e liberarsi di quella inutile bambina, tuttavia non ne aveva la forza, ed era come inebetito dalla sua stupida intelligenza. Mentre quei suoi scuri e penetranti occhi non smettevano di guardarlo e di farlo vergognare.

Grande pensatore quale si riteneva, ora era umiliato da una creatura che, fino a qualche minuto prima, non aveva ritenuto in grado di pensare. Invece, quel docile e penetrante sguardo era come una sorgente che riempiva il vuoto dei suoi pensieri e il suo spirito iniziava a risollevarsi, fino a traboccare di meraviglia. Era la vita che tornava a lui e lui si faceva abbracciare dalla vita. Ora aveva la forza di imbrigliare il pensiero. Questo sembrava come un cavallo imbizzarrito che si era lasciato domare.
Nel frattempo, la bambina aveva abbandonato la sua mano, allontanandosi. Dopo poco tempo, riusciva a contemplare solo un labile contorno di quel delicato e forte corpicino, fino a quando la vide perdersi nell’orizzonte.

Ora si sentiva smarrito, spaesato. Non sapeva più dove guardare. Rivolse la vista davanti a sé, per cercare la fine di quell’orizzonte, che non voleva terminare. La strada era vuota, non c’erano macchine, né persone, solo lui, in un infinito orizzonte. Però quella vista non lo spaventava più, anzi, iniziava ad attirarlo. Sentiva il bisogno incamminarsi verso quella strada senza fine, ma chiara e luminosa. In quel momento si voltò a rivedere il passato, il presente ed il futuro fusi nel punto in cui si trovava. Ed una misteriosa forza gli fece alzare gli occhi verso il cielo. Ciò nondimeno, la luce lo accecava e lo costrinse a guardare davanti a sé. E di nuovo provò ad alzare il capo, ma ogni volta era costretto ad abbassarlo, perché gli occhi erano feriti da quella luce, che ,ad ogni nuovo tentativo, egli riusciva a contemplare più a lungo. Allora, accade una cosa strana. Un ‘immagine gli si parò dinnanzi. Era la scuola di Atene di Raffaello. Si ricordava che in quel dipinto era racchiusa tutta la filosofia. La contrapposizione tra cielo e terra, tra anima e corpo, tra uomo e divinità.
Al centro della scena, Platone, tiene nella mano sinistra il Timeo, mentre con la destra indica il cielo. Secondo Platone, la verità è racchiusa in cielo. Essa è idea pura,spiritualità,ricerca di Dio, in una visione religiosa ed escatologica del mondo. Mentre alla sua destra, Aristotele, guardandolo con ammirazione ma anche con disappunto, gli indica la strada davanti a sé. La via che porta alla verità è sulla terra e non in cielo e dipende solo dall’uomo stesso.

In quel momento, il braccio di Platone iniziò e tendersi, ripiegando verso il basso, mentre quello di Aristotele iniziò a salire fino al punto che i due divennero uno e non si poté più scorgere se la mano indicasse verso l’alto o davanti a sé. Ed in quel momento capì che per contemplare il cielo doveva continuare a guardare la terra; e per contemplare la terra avrebbe dovuto volgersi al cielo.

8 Comments

  1. piccolo-uomo 28 Dicembre 2008
  2. nabladue 29 Dicembre 2008
  3. factum 1 Gennaio 2009
  4. patty 8 Marzo 2009
  5. raffa 8 Marzo 2009
  6. nabladue 8 Marzo 2009
  7. Raffa 12 Marzo 2009
  8. patty 17 Marzo 2009

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