L’evoluzione del sapere e della conoscenza

“Non ho nulla contro Platone. Posso affermare che lo conosco poco ed ho sempre avuto piacere leggere qui le tue riflessioni. La mia sensazione però è che spesso sia usato come un baluardo, un monumento, una commemorazione, un’ancora per non andare oltre. Non solo con Platone, ma con tutta la classicità. Non si vuole andare oltre perché non si vuole navigare in mare aperto. Vedo questo guardando il mio paese da lontano, dentro il mondo anglosassone che ha tutt’altri sistemi di riferimento”. (Anonimo)

Il sapere

Nabla: «Se navigare in mare aperto significa progredire, va benissimo. Se invece significa gettare la tradizione in fondo al mare o ignorarla, allora entriamo necessariamente in un regresso inutile: non possiamo ricominciare dall’invenzione della ruota. In qualsiasi campo d’indagine, si deve partire da ciò che è stato scoperto o analizzato dai grandi: dobbiamo poggiare sulle spalle dei giganti, non ne possiamo fare a meno. Il problema è che per compiere un vero passo in avanti, alla fine bisogna avere il coraggio di salire più in alto con le nostre stesse forze. Ma se non vogliamo poggiare su queste solide spalle, rischiamo di affidarci ad impalcature pericolanti e fatiscenti. Oggigiorno si tende a mischiare tutto, la confusione regna. Molti autori, ad esempio, mescolano a fantasia le teorie di vari ambiti del sapere in modo estremamente superficiale».

Marco: «Capisco cosa intendi; però penso che bisogna cercare di unire i diversi ambiti del sapere, altrimenti rischiamo di avere tanti cassetti divisi che non comunicheranno mai tra di loro».

Nabla: «Sì bisogna unire e non solo dividere, e anche io sono interessato a questo. Però uniamo con criterio, non con la fantasia, altrimenti rischiamo di ingenerare confusione su confusione. E poi unire significa anche concepire l’unità nella separazione. Non occorre preparare un minestrone, ma accostare le diverse tonalità in modo armonico.
Quindi i giganti vanno temuti e rispettati, invece di mistificarli e banalizzarli, e, in questo modo, ci aiutano a costruire la nostra strada. Sulla sponda opposta, però, si rischia di rimanere intrappolati tra le possenti braccia dei giganti: il loro peso è talmente grande che rischiamo di farci schiacciare. Durante alcune epoche storiche le “autorità classiche” hanno bloccato lo sviluppo del sapere e della conoscenza per lunghi periodi: coloro che uscivano dal campo di quelle che erano considerate le uniche autorità attendibili non venivano ascoltati o erano addirittura condannati».

Marco: «A mio avviso, l’autorità fa in modo che la cultura si sedimenti e produca una sapere abbastanza unitario o che, comunque, ruoti attorno ad un fulcro centrale. Questo evita che l’anarchismo del sapere (o relativismo filosofico) cancelli del tutto la capacità conoscitiva umana. Difatti, in un completo relativismo non si potrebbe produrre conoscenza, e lo stesso potere comunicativo del linguaggio verrebbe messo in discussione. In tempi in cui c’è una forte autorità, il linguaggio è abbastanza unitario e accettato da tutti (almeno quello “accademico”), sebbene la circolazione di nuove idee sia fortemente limitata. Quando prevale l’anarchismo ideologico, risulta difficile anche poter sostenere una conversazione».

Nabla: «A tal proposito, mi è capitato di aprire dibattiti nei dibattiti perché ogni persona proponeva un significato diverso per una parola. Alla fine, per cavillare sul significato attribuito ai termini che saltavano fuori nel discorso, non siamo riusciti neanche a capire di che volevamo parlare, e ci siamo perfino dimenticati da dove eravamo partiti».

Marco: «Sulla sponda opposta, abbiamo detto che l’autorità impone l’unità, però limita la libertà di espressione e la creatività».

Nabla: «Sì, come spesso accade lo “status ideologico” della società oscilla tra questi due estremi per mantenere un equilibrio dialettico dinamico».
Marco: «Dunque sono entrambi mali necessari perché un equilibrio statico risulta molto difficile da ottenere».

Nabla: «A questo punto, però, io farei una distinzione tra due metodi d’indagine».
Marco: «Quali?».

Nabla: «Quello scientifico e quello non scientifico. Mi spiego meglio. La scienza ha un suo metodo oggettivo e rigoroso ed i risultati devono avere conferme sperimentali. Quindi il sapere scientifico produce una conoscenza certa ed indiscutibile, se applicata nell’ambito di validità degli esperimenti effettuati. Ad esempio, anche se la relatività ha superato la meccanica newtoniana, non è corretto dire che la meccanica newtoniana è errata. Semplicemente, essa è valida solo in un ambito ristretto di applicazione. Per capirci, se vogliamo inventare e costruire l’aereo basta la meccanica newtoniana. Invece, per la progettazione del sistema di posizionamento su base satellitare (GPS) bisogna chiamare in soccorso le leggi della relatività generale, poiché si presentano delle condizioni in cui gli effetti relativistici non sono trascurabili. Insomma, il passato non si butta necessariamente con l’introduzione di quelli che vengono chiamati “nuovi paradigmi scientifici”. In particolare, durante l’evoluzione del sapere scientifico, alcune idee, entità e teorie sono completamente abbandonate e sepolte, per sempre, in un immaginario cimitero scientifico. Altre sono mantenute, ma acquistano un significato diverso all’interno del nuovo “paradigma scientifico”. Altre ancora vengono integrate ed assorbite nel nuovo sistema. Quindi è importantissimo conoscere bene ciò che hanno scoperto i giganti, tuttavia non è sufficiente. Purtroppo si trascura sovente che anche per lo sviluppo della scienza serve una perla rara e preziosa: la creatività.

Al contrario, mi sembra che il sistema scolastico ed universitario, in cui molti professori si ergono a difensori del sapere nella lotta contro i demoni delle religioni, proponga un modello di robotica industriale. Il sistema educativo italiano tende a soffocare la creatività, a scapito di un nozionismo esagerato. Infatti, i programmi delle scuole sono molto vasti, ma i ragazzi, in concreto, imparano e fanno propria solo una piccola percentuale di idee e concetti. Perfino l’università tende a produrre robot parlanti. Si studia di tutto e di più, ed il laureato, invece di imparare a “saper fare”, impara ad ingerire rapidamente e, passivamente, nozioni. In tal modo, spesso ci ritroviamo con laureati e specializzati in un campo della conoscenza, che hanno solo imparato a memoria e “ripetuto a pappardella” quello gli veniva chiesto. Alcuni di loro non hanno la minima padronanza della disciplina che hanno studiato e frequentato per anni e, quando si tratta di fare e di creare, cadono nell’abisso più profondo».

Marco: «Però la colpa è anche degli studenti che non sono avidi di sapere».

Nabla: «Lo studente deve apprendere, non ha il dovere di cogliere subito cosa sia meglio per lui. Questo non significa che deve essere passivo, anche chi apprende deve contribuire attivamente alla sua formazione, ma le istituzioni e gli insegnanti dovrebbero – quantomeno – saper indirizzare. Penso che questo è il paradosso dell’istruzione italiana: riempie la testa come si riempie una bottiglia con un imbuto, tuttavia non insegna ad essere autonomi ed a creare. Secondo me bisognerebbe avere un atteggiamento più realista: meno cose, ma fatte bene, anziché mille cose buttate lì come sabbia al vento. Ormai abbiamo anche i computer per immagazzinare le informazioni, serve qualcuno che sappia elaborarle in maniera consapevole. In sostanza, dovremmo formare degli “architetti del sapere” e non dei manuali di architettura (che tra l’altro sbiadiscono molto rapidamente). A questo proposito, ritengo che vada cambiato il criterio in base al quale si giudicano gli studenti. Anche se in passato ci ero molto attaccato, più passa il tempo e più mi rendo conto che il sistema delle votazioni è una gran cavolata. In pratica, con i ritmi forsennati di oggi, si studia solo superare l’esame (e per prendere un buon voto), ma non per fare proprio l’argomento. Togliamo i voti e gli esami nozionistici, e cerchiamo di giudicare in base al saper fare!».

Marco: «Già. È sconvolgente ricordare che persino lo stesso Einstein è stato buttato fuori dall’università, nonostante i tedeschi abbiano molto più a cuore lo sviluppo del sapere accademico rispetto a noi italiani».

Nabla: «Nel nostro paese sembra che il mondo scolastico e quello accademico siano solo delle zavorre che ci portiamo dietro, senza credere realmente nella loro utilità. Rendiamoci conto che l’università sta diventando sempre più un parcheggio, in cui passione e creatività non hanno il permesso di entrare. Per molti lo studio universitario è solo una parte del percorso di formazione che serve ad ottenere un pezzo di carta. Questo, ritornando ai giganti, significa chiedersi: vogliamo creare tanti cloni di persone che ci sono state prima di noi, o vogliamo essere noi stessi creatori della nostra cultura e della nostra epoca.
I giganti ci aiutano, ma poi vanno scavalcati, sono il mezzo e non il fine dell’educazione. Insomma, cavalchiamo sulle spalle dei giganti, per salire sulle ali della creatività».

One Response

  1. francesca rosellini 25 Agosto 2011

Leave a Reply

error: Content is protected !!