Felicità: in questo mondo…?

Iniziamo il nostro piccolo viaggio dal X canto dell’inferno Dantesco. Abbiamo varcato le porte della città di Dite, siamo nel VI cerchio. Gli abitanti della tetra vallata sono gli Eretici epicurei: non hanno creduto nella vita eterna, si sono illusi del fatto che esistesse solo la materia. Allora tenetevi solo la materia – pensa il Poeta – quando ci sarà il Giudizio Universale, rimarrete chiusi dentro le tombe per sempre: morti tra i morti.
La condanna è eresia, nient’altro. Ma andiamo a vedere più da vicino cosa faceva e pensava il nostro filosofo condannato con tutti i suoi seguaci, contemporanei e non, senza possibilità di riscatto. Epicuro insegnava in un giardino di sua proprietà tra il IV ed il III secolo a.c. .
Per molti secoli ha dominato una visione distorta della filosofia epicurea, che è stata associata a dissolutezza e concupiscenza, fino a quando nel XVII secolo, Pietro Gassendi, prete cattolico di ampie vedute, cercherà di armonizzare l’atomismo epicureo e la fisica Galileiana con i precetti del cristianesimo. Da quel momento, gli interessi per questo filosofo si sono moltiplicati: portando a delineare, nonostante la maggior parte delle sue opere siano andate perdute, un quadro più congruo e reale di quello che doveva essere il suo pensiero.

La sua dottrina non si rivolgeva solo agli specialisti, ma era aperta a tutti. Lo scopo, diversamente da quello che accadeva nei centri accademici più importanti dell’epoca, era prettamente pratico: curare i turbamenti dell’anima. Molto lontana dall’ edonismo, a cui spesso erroneamente viene accostata, la filosofia epicurea ha posto come obiettivo della vita il conseguimento del piacere, ma il problema, o meglio la soluzione, sta nel capire cosa intenda per “piacere”. Sicuramente non quello carnale o sessuale. Il piacere è l’assenza di turbamenti dell’anima. Assenza di dolori del corpo.
Questo semplicemente perché Epicuro parte dall’assunto che la vita è bella: essa stessa è un piacere; respirare è felicità, dà un senso di pienezza non bisogna cercare nulla, solo il saper godere dell’esistenza.
Tale è il perno centrale dell’ Epicureismo: non vi affannate in problemi e turbe inutili, godetevi il fatto di stare al mondo. Al contempo bisogna godere moderatamente dei piaceri fisici, ma solo se danno sollievo, non quando, una volta cessato l’effetto, ci riportano in uno stato di ansia.
I piaceri dei sensi vengono definiti cinetici perché danno soddisfazioni che svaniscono presto e dopo poco, bisogna riprendere la ricerca del piacere, poi soddisfarlo e poi cercarlo di nuovo in un catena che non ha mai fine. Questi sono contrapposti al piacere catastematico (statico) che invece consiste nell’assenza di turbamenti di cui parlavamo prima: in termini tecnici aponia (assenza di malattie del corpo), atarassia (assenza di turbamenti dell’anima).
In poche parole ciò che è necessario e naturale è nutrirsi, o poco di più. Il mangiare raffinato non è peccato, ma potrebbe allontanare dall’assenza di turbamenti: genera dipendenza, altri desideri, bisogno di soldi….

Quanto alla vita sociale, l’aspetto etico non è abbandonato, anzi è centrale. Per essere felici bisogna essere virtuosi. Le leggi vanno rispettate, ma è meglio rimanere il più possibile lontani dalla politica e dalla vita pubblica: l’unico rapporto umano che dà pienezza è l’ amicizia. Condividere una vita serena con gli amici, aiutarsi a vicenda, parlare e confrontarsi su problemi che possono dare turbamento.

“Circa l’amicizia… Epicuro così si esprime: di tutte le cose che la sapienza procura in vista della vita felice, niente vi è di più grande dell’amicizia, niente di più ricco e di più gradito. Questo, Epicuro stesso lo ha provato non con le parole soltanto, ma con la sua stessa vita, le sue azioni, il suo costume…” (6)

Qualche secolo dopo, fuori dalla Commedia, Dante Alighieri (priore di Firenze) il 24 giugno 1300 manda in esilio il suo miglior amico Guido Cavalcanti con i capi delle fazioni dei guelfi bianchi e neri per via di scontri in seno alla congregazione stessa. In Esilio, l’amico Cavalcanti, muore dopo aver contratto la malaria.
Sicuramente Il Poeta avrà avuto le sue buone ragioni per farlo. Anche in questo post, non voglio dare giudizi morali, ma solo proporre spunti di riflessione. In sostanza la partecipazione ad una vita politica attiva, comporta questi rischi. Così mentre Epicuro consigliava una vita “nascosta”, Dante avrebbe tacciato di ignavia chi non si fosse schierato.

Tornando al nostro filosofo sulla virtù ci dice espressamente:

“Ciò che è beato e incorruttibile non ha problemi,né procura ad altri. Allo stesso modo non si fa prendere dall’odio né dalla passione; in colui che è debole, invece, si trovano tutte queste cose”

Ideologie opposte anche in questo aforisma: mentre qui l’uomo basta a se stesso, nel mondo Dantesco senza fede non si va da nessuna parte, o meglio si va in basso.

In sostanza per Epicuro chi non ha problemi non ne crea ad altri, quindi lavoriamo prima di tutto su noi stessi, senza trovare soluzioni universali per il genere umano.

E ancora:

“Non ci può essere vita felice se non è anche saggia, bella e giusta; e non vi è vita saggia, bella e giusta che non sia anche felice. Le virtù sono infatti connaturate ad una vita felice, e questa è inseparabile dalle virtù”.

Ricordiamoci che il giardino filosofico di Epicuro era un punto di ritrovo per gli amici ed una sorta di clinica dell’anima. La filosofia non come teoria, ma come cura. La vita è bella in sé, quindi la filosofia deve solo insegnare ad allontanare le sovrastrutture che non consentono di goderne a pieno.
Inoltre, evento raro nella storia della Grecia classica, erano ammesse anche le donne (e persino gli schiavi), perché considerate simili agli uomini. Risparmio la concezione che ha delle donne il modello filosofico di Dante, Aristotele, che in ogni caso andrebbe considerata nel contesto storico-culcurale in cui è espressa. Merito ad Epicuro per la sua apertura mentale e la sua capacità di differenziarsi enormemente dal suo contesto.

Nonostante le divergenze tra le due visioni della vita e del mondo, questo non basterebbe a condannare il filosofo.
Il fattore decisivo è stato il seguente: Epicuro era principalmente un Fisico, e riduceva il mondo a “movimento di atomi”: puro materialismo.
E’ stato il primo a delineare un atomismo simile a quello attuale,ovviamente solo per quanto riguarda l’aspetto corpuscolare delle particelle. Tutti conoscono Democrito. In realtà la sua idea di atomo era ancora legata alla mentalità speculativa tipica della Grecia classica: l’atomo non aveva proprietà qualitative, ma solo quantitative legate a numeri-idee. Epicuro invece introdusse proprietà tangibili come peso e movimento. Quindi, per la prima volta, esistenze fisiche reali in moto.
Inoltre occorre abbandonare ogni aspetto ontico-teoretico per far si che la fisica diventi fisica, e non una semplice estensione della metafisica. Una scienza a sé con le sue metodologie di lavoro, un linguaggio tecnico chiaro, con termini rigorosamente definiti.
Tutto questo cambia la concezione dell’universo: non più deterministico, ma causale, non più necessario ma contingente. In poche parole, il mondo è come lo vediamo, ma potrebbe essere diverso da come è. Da qui il passo è breve. Egli credeva negli dei, ma secondo lui, gli dei stessi non si interessano per nulla al mondo degli uomini. Gli dei sono beati e incorruttibili, non si mischierebbero mai con il miserabile genere umano. Nessuna speranza: gli dei sono immortali, gli uomini sono mortali.

Non ci sono fini universali, ma l’unico fine è la vita. L’asse del finalismo da teologico diventa immanente: la vita ha come fine se stessa.

Scusate per la lunga introduzione, andiamo al fulcro del discorso.
Eudemonia (felicità nella vita terrena come fine ultimo) o speranza di una vita ultraterrena in virtù e nel rispetto di un ordine e di una legge superiore a cui conformarsi ?

Chi vorrebbe, se no, sopportar le frustate e gl’insulti del tempo, le angherie del tiranno, il disprezzo dell’uomo borioso, le angosce del respinto amore, gli indugi della legge, la tracotanza dei grandi, i calci in faccia che il merito paziente riceve dai mediocri, quando di mano propria potrebbe saldare il suo conto con due dita di pugnale? Chi vorrebbe caricarsi di grossi fardelli imprecando e sudando sotto il peso di tutta una vita stracca, se non fosse il timore di qualche cosa, dopo la morte – la terra inesplorata donde mai non tornò alcun viaggiatore – a sgomentare la nostra volontà e a persuaderci di sopportare i nostri mali piuttosto che correre in cerca d’altri che non conosciamo?
(William Shakespeare)

17 Comments

  1. Axmax 3 Settembre 2007
  2. Vhailor1980 3 Settembre 2007
  3. Mara nada 4 Settembre 2007
  4. Vncenzo 4 Settembre 2007
  5. factum 4 Settembre 2007
  6. nabla 5 Settembre 2007
  7. piccolalù 5 Settembre 2007
  8. Comicomix 5 Settembre 2007
  9. nabla 5 Settembre 2007
  10. rossana 5 Settembre 2007
  11. Antares666 6 Settembre 2007
  12. Antares666 6 Settembre 2007
  13. Mara nada 6 Settembre 2007
  14. Mara nada 6 Settembre 2007
  15. nabla 6 Settembre 2007
  16. Caroziggy 12 Settembre 2007
  17. marghelilla 13 Settembre 2007

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